proSabato: Dino Buzzati, Ricordo di un poeta

proSabato: Dino Buzzati, Ricordo di un poeta

Ero già un bambino completamente formato di fuori e di dentro, durante la notte facevo ormai dei sogni complicati e terribili; di giorno poi partivo per le grandi avventure, galoppando per esempio sul cavallo a dondolo con la lancia, la spada, la corazza, via per il deserto, invincibile principe indiano, oppure scavando nel fienile, sotto il culmine del tetto, misteriosi cunicoli che portavano alla stanza segreta del tesoro. Già ero insomma un bambino scatenato e fantastico. Ma lui non era ancora nato.
Andavo a scuola, sapevo già scrivere correttamente sotto dettatura parole come interpretazione, querceti, fescennini, alla mamma che veniva a prendermi, la maestra diceva che ero abbastanza bravo, d’autunno risalivo armato di Flobert le lunghe siepi, strisciando, dietro un povero pettirosso spensierato e sulla riva del fiume, al tramonto, quando il murmure della natura si leva dal silenzio (sempre meno voci d’uccelli, sempre meno richiami di mandriani attraverso le praterie, le nubi si raggelano, un pipistrello impaziente, e dietro la cresta delle montagne quell’alone scuro che si espande), sulla riva del fiume, dicevo, qualcosa di nuovo e struggente mi tratteneva immobile a guardare l’acqua scintillante di pagliuzze d’oro fra i sassi all’ultimo sole, e in quel moto instancabile, in quel flusso che andava, andava, forse confusamente, percepivo il tempo, il quale si era già impadronito di me e aveva cominciato a divorarmi. Tante cose insomma bellissime e insensate nonostante la mia breve età. Ma lui non era ancora nato.
Poi, un certo numero di anni essendo trascorsi, io dalla finestra socchiusa nascostamente guatavo le ragazze godendo lo strano modo in cui muovevano le membra e di conseguenza pensavo a cose mai pensate, d’altro canto in un mattino di aprile, sulla cima nevosa del Resegone, solo, assaporai le prime grandezze spirituali, e nei tardi pomeriggi libri spalancavano le porte verso città sterminate, oceani, valli deserte, templi in rovina, corti imperiali, alcove, giungle, fatalità immense, tutto questo depositandosi nelle profondità dell’animo a formare un mondo mai esistito prima, e col batticuore scrivevo su una busta: “alla Gentile Signora Mariuccia Ciropellini (si chiamava proprio così), viale del Carso 43, Città”. Ma lui era ancora un bambinetto scemo, brutto per giunta, che faceva lunghi capricci a motivo di un gelato.
Un altro piccolo salto. Io uomo fatto, lui appena adolescente. Ma una sera all’improvviso, in solitudine, all’insaputa della intera umanità, con una matita in mano, egli scrisse alcune righe, e subito cominciò a staccarsi da terra.
Volava un po’ sghembo, librandosi simile a falco giovanetto sopra le case e gli alberi, entrava e usciva dalle grandi nuvole bianche del cielo, si sentiva a casa Sua lassù; macché ali, un mozzicone di lapis copiativo fra le dita gli
bastava. Nel frattempo io percorrevo la strada dall’ufficio a casa, ero socio vitalizio del Touring Club, al circolo scacchistico godevo una certa estimazione, e la gente diceva che complessivamente avrei fatto la mia strada.
Io mi ordinai, ricordo, un paltò da sera blu e durante le prove mi rigiravo dinanzi allo specchio a tre luci cercando inutilmente di trovare decente il mio profilo, mentre il sarto stringendo gli spilli fra le labbra mi saltabeccava intorno e faceva dei segni col gessetto.
Inoltre mio zio Enrico, morendo, mi fece inopinatamente erede del suo negozio di tessuti in via Baldissera all’angolo col corso Libertà: ne fui felice, certo, ma personalmente non me ne curai e ad accudirlo misi un certo Invernizzi, onesto uomo. Nello stesso tempo lui viveva, il giovane visitato dagli dei. E ogni sua parola scritta cadeva come goccia di piombo nel mare del silenzio e dell’apatia che attornia l’uomo come se precipitasse a picco dalla suprema vetta del Goisantan e onde concentriche se ne dipartivano allargandosi sempre più per gli spazi abitati e oltre, finché battevano col tonfo selvaggio della risacca contro i cuori ; quelle buie, sanguinanti scogliere!
E adesso tutti dicono che le sue poesie sono bellissime e resteranno immortali, sapienti professori dai capelli bianchi scrivono interi libri su di lui, dei suoi graziosi versi buttati là in un soffio compaiono elaborate edizioni critiche con note, sembra dunque assodato che sia un genio, che fosse anzi, pardon, giacché il giovanotto da ben sette anni è morto e della sua faccia di bambino romantico e imbronciato non restano ahimè che le putrefatte spelonche delle vuote occhiaie. Sulla sua tomba, di là dei mari, l’erbetta selvatica di quel remoto camposanto nottetempo cresce e nella prossima primavera, se siamo bene informati, i rampicanti quasi sicuramente copriranno il nome inciso sulla pietra, nascondendolo, cosicché non si potrà più leggere. Ciò che egli ha fatto risplenderà tuttavia, puro ed intatto, nei secoli.
Qui intanto la vita prosegue, signori, con il solito tran tran, le sopra citate fantasie dei lontani tempi sono rinsecchite e morte, spero bene, oggi sono un uomo serio, un contribuente, perbacco, con tutte le carte in regola. Ciò non significa che i pensieri manchino. Intanto c’è quel doloretto insistente alla schiena, speriamo che sia soltanto un reuma, poi il negozio di tessuti, a motivo della congiuntura del mercato, sembra, mi dà preoccupazioni a mai finire, in pratica finisco per starci tutta la giornata, il bravo Invernizzi infatti si avvia alla settantina e da solo oramai non ce la fa. Del resto anch’io sto invecchiando, posso dire, mia moglie mi guarda in un certo modo e dice che ingrasso. Cionondimeno faccio progetti a lunga scadenza, conto di vivere ancora un bel sacco d’anni. A quale scopo, Dio benedetto? Lui venne, feceappena in tempo a guardarsi intorno, il vento lo portò via. Andandosene, aveva già fatto tutto.
Un altro salto, prego, fino a un crepuscolo qualsiasi di molti anni dopo. Oggi cioè. Adesso. Buonasera. Ho sonno, spengo la sigaretta, la solita storia. Chiudo quindi la porta che dà sul cortile e come sempre il catenaccio a tre quarti si intoppa, per farlo scorrere tutto bisogna dargli tre quattro colpi secchi spingendo con la spalla il battente. È stata una buona giornata, meno male. Il negozio da qualche tempo prospera. L’idea – l’ho avuta io – di aprire un reparto dove si vendono pullover, golf, maglioni, eccetera, è stata luminosa. Gli incassi, perché nasconderlo? Sono praticamente raddoppiati. Certo, con tanto lavoro, alla sera si è piuttosto stanchi.
Sissignori, la porta è stata chiusa. Io spengo la luce, mi incammino per il corridoio del magazzino, e qui c’è un odore di naftalina e di libri mastri un po’ ammuffiti, sempre così, le stesse identiche cose, gli stessi odori, gli stessi enigmatici scricchiolii accadevano quando andavo a dormire un anno fa, o due anni fa, o nove anni fa perfino, anche la sera del 22 agosto 1946 allorché egli, volando col suo battito irresistibile, scrissero – tanti spiriti erano concentrati in lui – scrissero quella poesia meravigliosa che comincia “E là dove gli onagri…”.
Noi camperemo ancora a lungo, certo. Ma fra cinquant’anni, diciamo, fra cento anni, che ne sarà di noi? Chi si ricorderà?
Fra centocinquant’anni i suoi versi sublimi continueranno a vivere, le parole cadranno giù a picco nel posto esattissimo come blocchi di cristallo e le onde concentriche si allargheranno ancora via per il mondo percuotendo le tenebrose scogliere.

© Dino Buzzati, in La boutique del mistero, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1968.

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