proSabato: Stefano Benni, La storia di Pronto Soccorso e Beauty Case

 

Il racconto dell’uomo con gli occhiali neri

La storia di Pronto Soccorso e Beauty Case

 Quando il gioco diventa duro
i duri incominciano a giocare.
(JOHN BELUSHI)

Il 
nostro
 quartiere
 sta
 proprio
 dietro 
la
 stazione. Un 
giorno
 un
 treno
 ci
 porterà
 via, oppure
 saremo
 noi
 a 
portar
 via
 un 
treno.
 Perché il 
nostro 
quartiere 
si
 chiama
 Manolenza, entri che
 ce l’hai
 ed
 esci
 senza.
 Senza
 cosa?
 Senza
 autoradio,
 senza
 portafogli,
 senza
 dentiera,
 senza
 orecchini,
 senza
 gomme
 dell’auto.
 Anche
 le
 gomme
 da
 masticare
 ti
 portano
 via
 se
 non
 stai
 attento: ci
 sono
 dei 
bambini
 che
 lavorano
 in 
coppia,
 uno 
ti
 dà
 un
 calcio
 nelle
 palle, 
tu
 sputi 
la
 gomma
 e 
l’altro 
la 
prende 
al 
volo. Questo per
 dare 
un’idea.
In
 questo
 quartiere
 sono
 nati
 Pronto
 Soccorso
 e
 Beauty
 Case.
 Pronto
 Soccorso
 è
 un
 bel
 tipetto 
di
 sedici 
anni. 
Il
 babbo 
fa 
l’estetista 
di 
pneumatici,
 cioè 
ruba
 gomme 
nuove 
e
 le
 vende
 al
 posto
 delle
 vecchie.
 La
 mamma
 ha
 una
 latteria,
 la
 latteria
 più
 piccola
 del
 mondo.
 Praticamente 
un
 frigo. 
Pronto 
è
 stato
 concepito 
lì 
dentro, 
a
 dieci 
gradi 
sotto 
zero.
 Quando 
è nato 
invece
 che 
nella 
culla 
l’hanno 
messo
 in 
forno 
a
 sgelare.
Fin 
da
 piccolo 
Pronto 
Soccorso 
aveva 
la
 passione
 dei
 motori.
 Quando 
il 
padre
 lo
 portava 
con sé
 al
 lavoro,
 cioè
 a
 rubare
 le
 gomme,
 lo
 posteggiava
 dentro
 il
 cofano
 della
 macchina.
 Così Pronto
 passò 
gran 
parte
 della 
giovinezza
 sdraiato 
in
 mezzo 
ai
 pistoni,
 e 
la meccanica
 non
 ebbe più 
misteri
 per
 lui. A
 sei
 anni
 si
 costruì
 da
 solo 
un
 triciclo 
azionato 
da 
un
 frullatore.
 Faceva venti 
chilometri
 con 
un
 litro
 di
 frappè:
 dovette
 smontarlo
 quando 
la 
mamma 
si
 accorse
 che
le fregava
 il
 latte.
Allora 
rubò 
la 
prima 
moto,
 una
 Guzzi
 Imperial
 Black
 Mammuth
6700. 
Per
 arrivare 
ai
 pedali guidava
 aggrappato
 sotto
 al
 serbatoio,
 come
 un
 koala
 alla
 madre:
 e
 la
 Guzzi
 sembrava
 il vascello 
fantasma,
 perché 
non 
si 
vedeva
 chi
 era 
alla
 guida.
Subito
 dopo
 Pronto
 costruì
 la
 prima
 moto
 truccata,
 la
 Lambroturbo.
 Era
 una
 comune lambretta 
ma
 con
 alcune 
modifiche
 faceva 
i
 duecentosessanta.
 Fu
 allora
 che
 lo
 chiamammo Pronto
 Soccorso.
 In 
un
 anno
 si 
imbustò
 col
 motorino 
duecentoquindici
 volte,
 sempre 
in
modi diversi.
 Andava 
su 
una 
ruota
 sola 
e
 la 
forava,
 sbandava 
in
curva, 
in 
rettilineo,
 sulla 
ghiaia
 e
 sul bagnato, 
cadeva
 da 
fermo, perforava
 i
 funerali,
 volava 
giù 
dai 
ponti, 
segava 
gli 
alberi.
 Ormai
 in ospedale 
i 
medici erano 
così 
abituati
 a 
vederlo 
che 
se 
mancava 
di
presentarsi 
una 
settimana telefonavano 
a 
casa 
per 
avere
 notizie.
Ma
 Pronto 
era
 come
 un
 gatto: 
cadeva, 
rimbalzava 
e 
proseguiva.
 A
volte
 dopo 
esser
 caduto continuava
 a
 strisciare
 per
 chilometri:
 era
 una
 sua
 particolarità.
 Lo
 vedevamo
 arrivare rotolando
 dal 
fondo 
della 
strada 
fino 
ai
 tavolini
 del
 bar.
‐ Sono 
caduto 
a 
Forlì ‐
 spiegava
‐ Beh,
 l’importante 
è
 arrivare ‐
 dicevo 
io.
Beauty 
Case 
aveva 
quindici 
anni 
ed 
era 
figlia 
di
 una 
sarta 
e
 di 
un
ladro 
di
 Tir.
 Il 
babbo 
era 
in galera 
perché
 aveva 
rubato 
un
 camion 
di
 maiali 
e 
lo 
avevano 
preso 
mentre
 cercava
 di
 venderli casa
 per
 casa.
 Beauty
 Case 
lavorava 
da 
aspirante
 parrucchiera 
ed 
era
 un 
tesoro di
ragazza.
 Si chiamava
 così
 perché
 era
 piccola 
piccola
,
 ma
 non
 le
 mancava
 niente.
 Era
 tutta
 curvettine deliziose 
e
 non
 c’era 
uno
 nel
 quartiere 
che 
non 
avesse
 provato 
a
 tampinarla,
 ma 
lei 
era 
così piccola 
che
 riusciva
 sempre 
a
 sgusciar
 via.
Era 
una
 sera 
di 
prima 
estate,
 quando 
dopo 
un
 lungo 
letargo
 gli 
alluci
vedono
 finalmente 
la luce
 fuori
 dai
 sandali.
 Pronto
 Soccorso
 gironzolava
 tutto
 pieno
 di
 cerotti
 e
 croste
 sulla Lambroturbo
 e
 un
chilometro 
più
 in
 là
 Beauty 
mangiava 
un 
gelato 
su 
una
 panchina.
Aggiungo 
tre
 particolari:
Uno:
 in
 estate
 Beauty
 portava
 delle
 minigonne
 che
 la
 mamma
 le
 faceva
 con
 le
 vecchie cravatte 
del 
babbo.
 Con 
una 
cravatta 
gliene faceva 
tre.
Due:
 quando
 Beauty
 si
 sedeva,
 accavallava
 le
 gambe
 come
 neanche
 la
 più
 topa
 delle
 top model,
 le
 accavallava
 che
 una
 faceva 
le 
carezze all’altra,
 e
 aveva 
delle 
bellissime
 gambe 
con 
la caviglia 
snella 
e 
scarpini
 rossi
 con 
un 
tacco 
che 
ti
 si 
infilzava
 dritto
 nel
 cuore.
Tre:
 quando
 Beauty
 leccava
 un
 gelato,
 tutto
 il
 quartiere
 si
 fermava. Avete
 presente
 il
 film quando
 Biancaneve
 canta
 nella
 foresta,
 e
 si
 ritrova
 intorno
 tutti
 i
 coniglietti
 e
 i
 daini
 e
 le tortore 
e 
i
 pappataci
 che
 cantano 
con 
lei?
 Bene,
 la 
scena 
era
 uguale,
 con
 Beauty
 al
 centro
che leccava il suo 
misto
 da
 mille 
e 
tutto 
intorno
 ragazzini
 ragazzacci
e
 vecchioni
 che
 muovevano 
la lingua 
a 
tempo,
 perché
 venivano 
tutti 
i
 pensieri
 del
 mondo,
 dai
 quasi
 casti
 ai
 quasi
 reato.
Allora,
 dicevamo
 che 
era
 una 
sera 
di
 prima 
estate 
e
 gli 
uccellini
stavano 
sugli
 alberi
 senza cinguettare
 perché
 col
 casino
 che
 faceva
 la
 moto
 di
 Pronto
 era
 fatica
 sprecata.
 Si
 udì
 da lontano
 la
 famosa
 accelerata
 in
 quattro
 tempi
 andante
 mosso
 allegretto
 scarburato
 e
 poi Pronto 
arrivò
 nel 
vialetto 
dei
 giardini 
guidando 
senza 
mani
 e 
con
 un
 piede 
che 
strisciava
 per terra,
 se
 no
 non
 era
 abbastanza pericoloso.
 Vide
 Beauty
 e
 cacciò
 un’inchiodata
 storica. L’inchiodata
 per
 la 
verità
 non 
ci
 fu 
perché,
 per
 motivi
 di 
principio,
 Pronto
 non
frenava 
mai.
 La prima
 cosa
 che 
faceva
 quando
 truccava
 un 
motorino
 era 
togliere 
i
 freni. 
”Così
 non 
mi
 viene 
la tentazione” diceva.
Quindi
 Pronto 
andò 
dritto 
e
 finì 
sullo 
scivolo
 dei
 bambini,
 decollò
verso 
l’alto, rimbalzò
 sul telone
 del
 bar, finì
 al 
primo
 piano di
 un
 appartamento,
 sgasò nel 
tinello,
 investì
 un
 frigorifero, uscì nel
 terrazzo,
 piombò 
giù
 in 
strada,
 carambolò
 contro 
un bidone 
della
spazzatura, 
sfondò la 
portiera 
di
 una
 macchina, 
uscì
 dall’altra
 e 
si fermò
 contro 
un 
platano.
‐ Ti
 sei
 fatto 
male? ‐
 disse
 Beauty.
‐ No ‐
disse 
Pronto.‐ 
Tutto 
calcolato.
Beauty
 fece
”ah”
con 
la 
lingua mirtillata 
in 
bella 
vista.
 Restarono alcuni 
istanti
 a 
guardarsi, poi 
Pronto
 disse:
‐







 Bella 
la 
tua
 minigonna 
a pallini.
E Beauty
 disse:
‐
 Belli
 i
 tuoi
 pantaloni
 di 
pelle.
Quali
 pantaloni?
 Stava
 per
 chiedere 
Pronto.
 Poi si
 guardò 
le 
gambe: erano 
talmente
 piene 
di crostoni
,
 cicatrici
 e
 grattugiate
 sull’
asfalto
 che
 sembrava
 avesse
 le
 braghe
 di
 pelle.
 Invece aveva 
le 
braghe 
corte.
‐







 Sono 
un
 modello 
Strade 
di
 Fuoco
 –
 disse. 
– 
Vuoi 
fare
 un 
giro 
in moto?
Beauty
 ingoiò 
il
 gelato 
in
 un 
colpo 
solo, che
 era
 il 
suo
 modo 
per
 dire
di
 sì.
 Mentre 
saliva 
sulla moto, roteò 
la
 gamba 
interrompendo 
la
pace
 dei
 sensi
 di
 diversi
 vecchietti. 
Poi
 si
 strinse
 forte al
 petto 
di
 Pronto 
e
 disse:
‐







 Ma 
tu 
la 
sai 
guidare 
la 
moto?
A
 quelle 
parole
 Pronto 
fece
 un
 sorriso 
da 
entrare 
nella 
storia,
 sgasò
 una 
nube
 di
 benzoleone e
 partì zigzagando
 contromano. Chi 
lo 
vide, quel 
giorno,
 dice
 che
 faceva
 almeno
 i
 duecentottanta.
 La forza
 dell’amore!
 Si
 sentiva
 il
 rumore
 di
 quel
 tornado
 che
 passava,
 e
 non
 si
 vedeva
 che
 un lampo
 di 
stella 
filante.
 Pronto
 curvava
 così
 piegato
 che 
invece
 dei
 moscerini
 in 
faccia 
doveva stare 
attento 
ai lombrichi. 
E
 Beauty 
non
 aveva 
neanche
 un
 po’
 di
 paura,
 anzi
 strillava 
di
 gioia. Fu 
allora
 che
 lui
 capì che
 era 
la 
donna
 della
 sua
 vita.
Quando
 Pronto
 arrivò
 davanti
 a 
casa
 di
 Beauty,
 impennò 
la
 moto 
e
Beauty 
volò
 attraverso la finestra, 
precisa 
sulla 
poltrona 
del 
salotto. La
 mamma 
se 
la 
vide 
davanti 
e 
disse:
‐
 Dov’eri
 che 
non 
ti 
ho
 neanche 
sentita
 rientrare?
In
 quello 
stesso
 momento 
si
 udì 
il 
rumore
 di 
Pronto
 che
 si
 fermava 
contro 
la
 saracinesca 
di un garage. Si
 tirò
 su:
 la
 moto
 aveva 
perso
 una
 ruota 
e 
il
 serbatoio. 
Roba
 da
 ridere:
 si
 riempì
 la bocca
 di
 benzina
 e
 tornò
 a
 casa
 su
 una
 ruota
 sola 
sputando
 un
 sorso
 alla
 volta
 nel carburatore.
Si
 stese
 sul 
letto
 e
 dichiarò 
a
 quattro 
scarafaggi:
‐
 Sono 
innamorato.
‐
 E
 di
 chi?
 –
 chiesero
 quelli.
‐
 Di 
Beauty
 Case.
‐
 Bella
 gnocca
 –
 dissero
 in
 coro
 gli
 scarafaggi,
 che
 dalle
 nostre
 parti
 parlano
 piuttosto colorito.
La 
sera
 dopo 
Pronto 
e 
Beauty
 uscirono 
di
 nuovo
 insieme.
 Dopo
 trenta
 secondi
 Pronto 
chiese se
 poteva
 baciarla.
 Beauty 
ingoiò
 il
 gelato.
Iniziarono 
a 
baciarsi
 alle 
nove
 e
 un
 quarto
 e 
stando 
ad 
alcuni
testimoni 
il 
primo 
a 
respirare fu
 pronto 
alle
 due 
di
 notte.
‐
 Baci 
bene,
 dove
 hai 
impara…  ‐  voleva
 dire,
 ma
 Beauty
 gli
 si
 era
incollata 
di 
nuovo 
e
 finirono alle 
sei
 di
 mattina.
Quando
 tornò
 a
 casa
 e
 la
 mamma
 chiese
 “
Cos’hai
 fatto
 con
 quel
 ragazzo
 del
 motorino?” Beauty
 disse:
 “Niente 
mamma,
 solo
 due
 baci.”
 Non 
mentiva, 
la
 ragazza.
Sì,
 eravamo
 tutti
 dei
 cittadini
 modello
 o
 quasi,
 finché un
 brutto
 giorno
 non
 arrivò
 nel quartiere
 Joe
 Blocchetto, 
l’asso
 degli 
agenti
 della
 Polstrada.
 Arrivò
 con
 la divisa
 di cuoio 
nera, stivali
 sadomaso 
e
occhiali
 neri.
 Sopra
 il 
casco
 portava 
la
 scritta: 
”
Dio 
sa 
ciò
 che 
fai
 ogni
 ora, 
io quanto 
fai
 all’ora.”
Ogni
 motorizzato
 della
 città
 tremava
 quando
 sentiva
 il
 nome
 di
 Joe
 Blocchetto.
 Non
 c’era mezzo
 al 
mondo
 che
 lui
 non
 avesse 
multato. Quando 
capitava 
in 
una 
strada 
dove
 c’erano 
auto in
 sosta
 vietata,
 estraeva
 il
 blocchetto
 e
 sparava
 multe
 come
 un
 mitra.
 Tutti,
 prima
 di
parcheggiare,
 guardavano
 se
 Joe
 Blocchetto
 sostava
 nei
 paraggi.
 Se
 non
 c’era,
 facevano
 la marcia
 indietro
 e
 quando
 si
 voltavano trovavano 
già 
la 
multa
 sul
 tergicristallo.
 Così
 colpiva veloce
 e invisibile
 Joe
 Blocchetto, 
l’uomo
 che 
aveva
 multato
 un 
carro 
armato
perché
 non
 aveva i
 cingoli
 di
 scorta.
Joe 
arrivò
 una 
sera 
nel 
quartiere
 sulla 
sua
 Misubishi
 Mustang
blindata,
 una 
moto 
giapponese da
 duecento
 all’ora.
 Al 
suo 
passaggio 
i
 tergicristalli
 delle 
auto
 si rattrappivano
 per 
la 
paura,
 e le
 gomme
 si
 sgonfiavano.
 Posteggiò
 davanti
 al
 bar
 ed
 entrò.
 Si
 sfilò
 lentamente
 i
 guanti guardandoci con
 aria
 di
 sfida.
 Alla
 cintura
 gli
 vedemmo 
i
 due
blocchetti
 per
 le 
multe,
 calibro cinquantamila.
‐
 Qualcuno
 di
 voi
 –
 disse
 –
 conosce
 un
 certo
 Pronto
 Soccorso
 che
 si
 diverte
 a
 correre
 da queste
 parti?
Nessuno 
rispose.
 Nel
 silenzio
 Blocchetto
 fece risuonare 
gli
 stivali
 sul
pavimento,
e 
si
 fermò alle 
spalle
 di 
un
 giocatore
 di 
carte.
‐
 Lei 
è 
il
 signor 
Podda
 Angelo,
 proprietario di
 un’auto
 targata 
CRT
567734?
‐
 Sì –
 ammise
 il
 giocatore 
di 
carte.
‐
 Tre
 anni
 fa
 io
 la
 multai
 perché
 aveva
 le
 gomme
 lisce.
 Dissi
 che
 se
 non
 le
 cambiava
 la prossima 
volta 
le
 avrei
 ritirato
 la patente.
Nulla
 sfuggiva
 alla 
memoria
 di
 Joe
 Blocchetto.
‐
 Allora 
– 
incalzò 
l’agente,
 implacabile
 –
 vuole
 dirmi
 dove
 posso
trovare
 Pronto 
Soccorso 
o andiamo
 a 
dare 
una 
controllatina
 alla 
sua 
auto?
‐
 Parlerò –
 disse 
il 
giocatore
 –
 Pronto 
passa
 tutte le 
sere
 all’incrocio
di 
via
 Bulganin
 con 
la quarantaduesima.
Era
 la
 verità.
 Dopo
 essere
 andato
 a
 prendere
 Beauty,
 tutte
 le
 sere
 Pronto
 attraversava
 il grande
 incrocio.
 Passava 
col
 rosso
 a
 una
 velocità vicina 
ai
 centocinquanta,
 con 
Beauty 
dietro che
 sventolava come 
un 
fazzoletto.
A
 quell’incrocio
 si
 mise
 in
 agguato
 Joe
 Blocchetto.
Nascondersi
 era
 una
 sua
 specialità.
 Sul cavalcavia
 proprio 
sopra 
l’incrocio 
c’era 
il
 cartellone
 pubblicitario 
di
 uno
 spumante.
 Lo
 slogan diceva:
 “Sapore
 per 
pochi.”
 Era 
una 
foto
 di
 nobiluomini
 e
 nobildonne 
che sorseggiavano
 coppe in
 un 
grande
 giardino. 
Sullo
 sfondo
 una
 villa
 settecentesca,
 e
 sullo
 sfondo ancora
 le
 officine Bazzocchi
 fumanti
 e
 puzzolenti:
 quella
 non
 era
 pubblicità,
 era
 il
 nostro
 quartiere.
 Appena
messo
 su
 il
 cartellone
 era
 stato
 affumicato
 dai
 miasmi
 industriali,
 e
 i
 nobiluomini
 e
 le nobildonne 
erano 
neri
 di
 polvere 
e
 intossicati
 e
 sembravano 
dire:
 meno
 male 
che
 è
 un 
sapore per
 pochi.
 Guardando
 bene
 la
 fotografia,
 tra
 i
 signori
 in
 smoking
 e
 le
 signore
 in
 lungo,
 si poteva 
notare
 dietro
 il
 buffet 
un
 volto 
inconfondibile
 con 
gli
 occhiali
neri.
 Era
 Joe
 Blocchetto mimetizzato.
Quella 
sera 
come 
tutte 
le 
sere
 Pronto
 Soccorso
 passò
 sotto 
la finestra
 di 
Beauty
 e 
la
 chiamò con 
un
 fischio. Beauty 
si 
lanciò 
dalla
 finestra
 atterrando 
sulla 
moto.
 Erano 
ormai abilissimi 
in questa
 manovra.
 Quando
 arrivarono 
all’incrocio,
 il 
semaforo 
era 
rosso.
 Appena
 Pronto 
lo 
vide lanciò
 la
 moto
 a
 tutta 
manetta.
 Fu 
allora 
che 
ci 
fu
 movimento
 nel
 cartellone 
pubblicitario
 e
 si vide 
Joe
 Blocchetto 
farsi
 largo
 tra
 la
 gente 
in
 abito 
da 
sera,
 ribaltare 
un
 vassoio 
di 
bicchieri 
e saltar
 giù
 nella 
strada.
Mancavano 
meno
 di
 cento
 metri 
all’incrocio.
 Pronto 
vide
 Joe attenderlo 
coi
 due 
blocchetti
 di multe
 puntati 
e 
non 
esitò.
 Frenò
 con
 i
 piedi
 e
 fece
 girare 
la
 Lambroturbo 
su
 se
 stessa
.
 Mentre la
 moto ruotava 
vertiginosamente 
e
 mandava
 scintille,
 continuava
 a 
frenare
 con
 tutto: 
con 
le mani
,
 con 
la
 borsetta 
di
 Beauty,
 con
 le
 chiappe, 
con un 
cacciavite
 che
 piantava 
nell’asfalto,
 con i
 denti.
 Uno
 spettacolo
 impressionante:
 il
 rumore
 era
 quello
 di
 una
 fresa,
 volavano
 in
 aria pezzi
 di
 strada 
e
 brandelli
 di 
moto.
 Ma
 Pronto
 Soccorso
 fu
 grande. Con
 un’
ultima
 sbandata azzannò 
l’asfalto
 e si
 fermò
 esattamente
 con 
la 
ruota
 sulla
 striscia 
pedonale.
Joe
 Blocchetto 
ingoiò
 la
 bile
 e 
si
 avvicinò lentamente.
 La 
moto
fumava
 come 
una 
locomotiva e 
le
 gomme
 erano 
fuse.
 Joe
 Blocchetto 
girò 
un
 po’
 intorno
 e 
poi
 disse:
‐ 
Gomme 
un 
po’ lisce,
 vero?
‐ Quella 
moto 
le
 ha
 più
 lisce 
di
 me
 – 
disse 
Pronto.
‐
 Quale
 moto?
 – 
disse 
Blocchetto,
 e
 si
 girò.
 Quando 
si
 rigirò
 Pronto
aveva
 già 
montato 
due gomme
 nuove.
Ma
 Blocchetto 
non 
si
 diede 
per 
vinto.
‐
 Su 
questa 
moto 
non
 si
 può 
andare 
in 
due.
‐ 
E 
mica
 siamo 
in
 due.
Era 
vero. Non 
c’era 
più
 traccia
 di
 Beauty.
 Joe
 Blocchetto 
la 
cercò sotto 
il
 serbatoio,
 ma
 non
 la trovò.
 Beauty
 si 
era
 infilata 
nella marmitta. Ma 
non resistette
 al
 calore 
e
 dopo
 un 
po’
 schizzò fuori
 mezzo
 arrostita.
Joe Blocchetto 
lanciò
 un 
urlo 
di 
trionfo.
‐
 Duecentomila
 di
 multa
 più
 il
 ritiro
 della
 patente
 più
 le
 responsabilità
 penali
 con
 la signorina 
minorenne.
 Hai
 chiuso 
con 
la
 moto,
 Pronto
 Soccorso!
Dal 
cavalcavia
 dove
 osservavamo 
la
 scena,
 rabbrividimmo.
 Pronto
senza 
moto 
era
 come
 un fiore
 senza
 terra. 
Sarebbe 
avvizzito.
 E
 con 
lui
 quell’amore 
di
 cui
 tutti
 eravamo 
fieri.
 Che
 fare?
Joe
 aveva
 già 
appoggiato 
la 
penna 
sul
 blocchetto
 fatale
 quando
 sentì
un 
rumore 
di 
clacson.
 Si voltò
 e
…
Tutta
 la
 strada
 era
 piena
 di
 auto.
 Alcune
 erano
 posteggiate
 contromano,
 altre
 sul marciapiede:
 c’era
 chi
 l’aveva
 messa
 verticale
 appoggiata
 a
 un
 albero,
 chi
 sopra
 il
 tetto
 di un’altra.
 Due
 auto 
erano 
posteggiate
 a
 sandwich 
intorno
 alla 
moto 
di Joe 
Blocchetto, una 
stava a
 ruote
 all’aria 
in
 mezzo
 al
 ponte
 con
 la
 scritta
 “
Torno
 subito
”. Due
 camionisti
 facevano
 a codate
 con 
i 
rimorchi 
in
 mezzo 
allo
 svincolo 
dell’autostrada.
 I
 vecchi
 del
 quartiere 
erano 
usciti con
 biciclette 
anteguerra
 e
 guidavano
 chi
 senza
 mani,
 chi
 con
 un 
piede
 sul
 manubrio,
 chi
 in gruppi
 piramidali
 di 
cinque: 
sembrava 
il
 carosello
 dei
 carabinieri.
 Completavano 
il
 quadro 
una vecchietta 
che
 guidava 
una 
mietitrebbia 
e
 sei
 gemelli
 su
 una 
bicicletta
 senza 
freni.
Joe 
Blocchetto
 prese 
a
 tremare
 come 
se 
avesse 
la
 malaria.
 Era 
in
aspra tenzone 
con 
se stesso. Da
 una
 parte 
c’era 
Pronto
 in 
trappola,
 dall’altra
 la 
più
 spaventosa 
serie 
di 
infrazioni
 mai
 vista a 
memoria 
di
 vigile.
 La 
mascella 
gli
 andava 
su 
e
 giù
 come
 un 
pistone.
Ed 
ecco
 che 
gli
 passò
 vicino
 un
 cieco
 su
 una 
Maserati
 rubata
 senza
marmitta, 
gli
 sgasò
 in faccia 
e
 disse:
‐
 Ehi
 pulismano,
 dov’è
 una
 bella
 strada 
frequentata
 da 
far
 due 
belle
pieghe
 a 
tutta 
manetta?
Joe
 Blocchetto
 si
 portò
 il
 fischietto
 alla
 bocca,
 ma
 non
 riuscì
 a
 cavarne
 alcun
 suono. Stramazzò 
al
 suolo.
 Avevamo
 vinto.
Ora 
Joe
 Blocchetto 
è
 stato 
dimesso 
dal 
manicomio 
e 
dirige
 un
autoscontro 
al
 Luna
-Park.
Pronto
 e 
Beauty 
si
 sono
 sposati
 e 
hanno 
messo 
su 
un’officina.
Lui 
trucca 
le
 auto, lei
 le pettina.

 

Stefano Benni, da: Il bar sotto il mare, Feltrinelli 1987; edizione di riferimento settembre 1991, pp. 121-128

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