Recensioni ibride #3: #Nessunavocedentro di #MassimoZamboni

zamboniRecensione ibrida a Nessuna voce dentro

di Ilaria Grasso

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Quando compri a vent’anni il tuo primo album dei CCCP dal titolo Canzoni Preghiere Danze del II Millen­nio: Sezione Europa non sai ancora chi sarai. Ascolti quelle canzoni, leggi i testi sul booklet pensando, con gli occhi alti al soffitto, che prima o poi qualcosa dovrai farla anche tu che ti dà noia tutto. Non sai dove ti porteranno quelle canzoni. Non sai che ti porteranno persino a confrontarti con il nuovo capo che pure lui ha ascoltato e forse ballato a sfinimento quelle canzoni. Fai difficoltà a pensare di stendere nella tua vita un verso e non ipotizzi neppure che un chitarrista possa essere anche un poeta o uno scrittore. Eppure vi assicuro che tutto ciò io l’ho vissuto e concedetemi un po’ di romanticismo ma voglio racc­ontare un po’ di me per far capire come la musica, i testi, i libri siano necessari per la costruzione della propria identità e di un “sentire comune”. E che non dobbiamo mai stancarci di cercare quelle “qualità che non rendono in questa razza umana che adora gli orologi e che non conosce il tempo” perché alla fine la differenza nella vita la fanno, eccome!
Il libro di cui vi parlerò è Nessuna voce dentro di Massimo Zamboni, chitarrista del CCCP, scrittore e poe­ta. Zamboni ci racconta tutto ciò che c’è stato prima di quel famoso album e che a me e a molti manca­va: com’è arrivato Zamboni a Berlino e come ha incontrato Giovanni Lindo Ferretti, voce dei CCCP, attualmente anche lui scrittore e artista.

Siamo nel 1981 e un ventiquattrenne Zamboni lascia la sua terra, l’Emilia, alla volta di Berlino. Non sa ancora cosa aspettarsi. Ciò che sa di Berlino è tutta contenuta nelle pagine della rivista “Frigidaire” che immagino consunta dalle troppe letture:

[…] casini continui per una ventata di occupazioni, tante, quasi centocinquanta – o ancora – Kreuzberg, uno dei quar­tieri più colorati dalle occupazioni […] Prospera il circuito alternativo: Kneipen, circoli culturali, librerie, teatrini, piccole attività teatrali, gruppi di ricerca […] Uno scenario da sogno, visto da questa asfissiata città d’Emilia. E se io andassi? […]

In questo on the road troviamo un’eccellente rappresentazione di un’intera generazione che in quegli anni confluì da tutte le parti d’Europa. Zamboni ha uno stile narrativo gradevole e leggero. Sceglie la prima persona per raccontare “mettendoci la faccia” anche quando le cose da dire sono le più dure. Ci spiega cosa vuol dire vivere in una casa occupata, lavorare in un ristorante italiano pressoché in nero per due lire e vestirsi con le due famose lire di cui sopra. Uno si chiederebbe: che vita è? perché lo fa? non era meglio rimanesse a mangiar tortelli in Emilia? Ma Zamboni si stava stufando del “piano padano”.
In questa “noia mortale” Zamboni vuole muoversi e far qualcosa. Ecco perché non appena arriva a Berli­no assume come imperativo categorico la parola Tuwat, varietà berlinese dal tedesco “Tu was”, “Fa’ qualcosa”¹.  La prospettiva da cui voglio farvi leggere Nessuna voce dentro è quella di un migrante. In quegli anni nella capitale tedesca, dice­vamo prima, conversero «rasati, capelloni, isterici, gioiosi, intossicati: piccole schegge sconclusionate che vengono senza sapere dove, in cerca di qualcosa che non sanno, in prossimità della bocca dello stomaco. Qualcuno perfino – oltre me – parte da Reggio Emilia.» La città, all’epoca divisa e straziata da un passato difficile, mostrava già evidenti le sue contraddizioni. Se da un lato era l’avanguardia pura, dall’altro era la città del Muro ingombrante che non lascia scampo sia per chi ci vive, sia per chi vi arriva per motivi diversi dal lavoro e dalla produzione. Il sociologo e filosofo francese Pierre-André Taguieff aveva individuato alcuni costrutti teorici elaborati con lo scopo di gestire le problematiche di integra­zione dei migranti. Tra le pagine di Zamboni abbiamo la dimostrazione di quanto sostenuto nello schema funzionalista, teorizzato dallo studioso francese. Secondo tale modello i migranti vengono inseriti solo in alcuni ambiti sociali, scoraggiandone di fatto lo stanziamento definitivo. La prospettiva, quindi, è quella di una permanenza temporanea:

Non voglio chiedere e non saprei che cosa comunque e a chi, ho pochi soldi, non mi rado da giorni, non dormo da sempre, sono a casaccio in terra straniera con in mano una rivista troppo lontana detta «Frigidaire». Anzi, per esattezza, sono a pag. 529, sulla cinquantaseiesima riga, là dove si dice: «Berlino non è una gran bella città». Sono nei guai.

Secondo Taguieff al migrante viene riconosciuto soltanto lo status di lavoratore-ospite. Unicamente grazie a questo modello è possibile che ‘Cenzo, il tipico masculo siculo e traditore seriale con moglie in Si­cilia, riesce a metter su la pizzeria “Da Salvo”, dove Zamboni lavora negli anni berlinesi. ‘Cenzo lo tro­viamo riassunto nella pagina 114 del libro:

Esplode nel suo canto epico del primo mattino:
– Dentreffuori, Dentreffuori.
.   ‘Cenzo pietà.
– Dentreffuori, Dentreffuori.
.   Ossignore pietà.
– Tuttanotte, oh, ttutta nnotte.
.   Cristo pietà.
– Dentracchiattona.
.    Signore pietà.
– Mai fuori, eh?
.   Pietà ‘Cenzo, pietà.
– Iddu è bestiale

Superato l’Io freudiano, oltre Es e super-Ego, Eros e Thanatos, si eleva il dominio di: Iddu. Un complesso sistema psi­coanalitico che si perfeziona splendidamente addosso a ‘Cenzo. Resta però un sospeso teorico: se la nevrosi si afferma come esito di una rimozione di energia libidica, come mai ‘Cenzo – plurisoddisfatto – nevrotico rimane?

Sono a metà libro e dentro di me penso non avrà ancora la voce ma il ritmo ce l’ha eccome! Ed è lo stesso rit­mo che avevo trovato nella raccolta di poesie edito da Donzelli Prove tecniche di Resurrezione, altro gioielli­no nato dalla penna di Zamboni dopo Berlino, l’incontro con Giovanni Lindo Ferretti e la scissione dei CCCP:

Grazie sorella sconfitta
mi hai dato gli occhi e tre piaghe nel cuore
e nessun filo per poterle cucire
e il coraggio per poterle cantare

Grazie sorella sconfitta
mi hai dato gli occhi e rubata la voce
mi hai schiaffeggiato sull’ultima guancia
non mi restava null’altro da offrire

Mi hai dato gambe per un colpo di
reni colpo di reni per il salto di fuori
salto di fuori appeso nel vuoto
un colpo di grazia per non farmi altro male

Grazie sorella sconfitta
mi hai dato gli occhi e i calli alle mani
una lima ai nervi per imparare
santa impazienza, ma ciò che tarda avviene

Mi hai dato gli occhi e tre lame nel cuore
qualche canzone a rimarginare
mi hai dato gli occhi e un microfono in mano
e il coraggio per poterla cantare

Il punto di vista narrativo e sociologico è quello di un “esubero stagionale” consapevolmente assunto da un individuo “reso docile dal bisogno”:

[…] vivendo dai Besetzer sono l’unico lavoratore italiano in città che non abbia mai versato alcuna tangente sugli ap­partamenti in affitto, e questo non potrà essere a lungo tollerato in pizzeria, ogni italiano che arriva deve versare qualcosa a qualcuno, preferibilmente una buona uscita a quelli che gli lasciano il posto o l’appartamento. Finora ho nicchiato, nes­suno sa esattamente cosa siano le case occupate e sotto quali leggi si viva colà, benché sia chiaro a tutti che sono affrancate dalla legislazione orale che regola le consuetudini tra gli emigrati. Da parte mia, ritengo vitale aumentare la confusione in proposito, suggerendo come vi si pratichi un clima di totale e libera promiscuità tra gli individui – la qual cosa nella fatti­specie è ahimè totalmente falsa – che ai loro occhi si traduce in una visione di alcove gratis che strabordano femmine tede­sche. La mia ritrosia ad ammettere alcunché viene scambiata per savoir-faire. Ma oramai sono al capolinea, o dimostro qualcosa o me ne dovrò andare. Non gliene voglio, nella città dei muri – combinata in separazioni nettissime tra i settori: i tossici, gli alternativi, i borghesi, i turchi, gli italiani – ogni deroga, ogni mescolamento, rischiano di far saltare una colo­nia intera […]

Il Muro, grande protagonista della città di Berlino, evidenzia Zamboni, non è percepito infatti né da ‘Cenzo, chiuso nella realtà sicula che ha riprodotto a Berlino, né da Christiane F. la protagonista del ce­leberrimo Noi ragazzi dello zoo di Berlino. Lei, la più famosa dei tossici, nata e cresciuta in una Gro­piusstadt, «l’insediamento modello voluto e costruito alla fine degli anni Sessanta, per offrire alloggio a basso costo a cinquantamila persone, una manodopera che altrimenti sarebbe dovuta emigrare altrove, spopolando definitivamente la città.» Nello spazio abitativo in cui nasce la bambina Christiane «tutto era vietato» e «la maggior parte dei cartelli vietavano qualcosa ai bambini» che avevano uno «spazio gio­chi ogni due casermoni.»  Zamboni si domanda allora, durante la narrazione, se la commissione edilizia abbia consultato il diario di Christiane prima di deliberare quei palazzi e descrive il tutto inserendo nel flusso narrativo di Nessuna voce dentro interi pezzi da Noi ragazzi dello zoo di Berlino:

[…] «Con il passare del tempo, tutto divenne sempre più perfetto a Gropiusstadt». Per fortuna lì vicino c’era un luogo non gestibile, senza alcuna possibilità di essere riscattato, urbanizzato. Lì vicino, per fortuna, quelli di là avevano eretto il Muro, a ridosso del quale si è creata una terra di nessuno, una fascia larga venti metri e lunga un paio di km: una zona libera, franca, fatta di alberi, arbusti, sterpaglia, rovi, erbe, pozzanghere, un campo giochi clandestino per i bambini di Gropiusstadt. È l’unica volta, nel libro, che Christiane si accorge che a Berlino, esisteva un Muro. Forse l’unica volta. Forse l’unica volta che parla come una bambina. A breve traslocherà in città centrale, nel Ku’damm dei borghesi, il quar­tiere che i tour operator raccomandano ai turisti. «Andammo dove c’era il giro» alla stazione Zoo, alla discoteca Sound: una Berlino sfacciatamente impercettibile, affollata da spettri e da un sottopopolo impercettibile che lei riassume con parole che nulla concedono: culattone, frocio, spada, masturbare […]

In queste ultime battute e durante tutto il libro riverberano chiare le atmosfere tondel­liane di Altri Liber­ti­ni, dichiarate più volte da Zamboni nel corso del libro che si chiude con un tributo che sa di “grazie” a Pier Vittorio Tondelli. Lo scrittore e giornalista di Correggio, infatti, con l’intervista del 1984 pubblicata da “L’Espresso”, attesta «la prima grande prova pubblica dell’esistenza» dei CCCP.
Un grazie, in conclusione, voglio dirlo anche io a Zamboni e Tondelli perché hanno molto contribuito allo svecchiamento della cultura italiana e per aver affrontato senza ipocrisia temi difficili e, ahimè, an­cora attuali. Insomma Nessuna voce dentro è imprescindibile per pensare e per pensarsi continuamente anche solo per sfidare la frase finale della poesia in esergo al libro: «la storia, non solo non è maestra della vi­ta;/ non è neanche bidella.»

Sono due le espressioni che mi hanno ispirato dei versi. Li trovate qui.

 

Da “è il momento della lavanderia a gettoni”

Ogni venerdì una coppia
esegue la liturgia
della pulitura dei panni
in una lavanderia a gettoni
Si siedono sulla panca
tra il cambiamonete e gli ammorbidenti
Guardano l’oblò della lavatrice
come fosse un televisore
Talvolta si baciano
persino
come un film d’amore.

Li osservo dal bar di fronte
con una amica che si confida
pregandomi di non far parola
con nessuno
ed io
ascoltando la confessione
del marito che la violenta
penso
a come sarebbe bello
se i panni sporchi
non si lavassero più in famiglia
ma in una lavanderia a gettoni
con vetrine ampie e trasparenti
Ammettere colpe ed errori
Una buona volta
Ribellarsi
Vedere finalmente
quei panni svolazzare
liberi e puliti
davanti a tutti, sul davanzale

.

Da Qualcuno fuma ispirato guardandosi da lontano”

Cammino verso il capolinea
.     Sempre la stessa strada
.     Sempre alla stessa ora
.     Sempre, ogni mattina
Oggi un uccello
vola e s’invola tra i palazzi
. poggiandosi distratto
. su un lampione
Non si è neppure accorto
.         Che oggi è primavera
.         Dell’albero in fiore
.         Del ramo su cui poggiarsi
Qualcuno fuma ispirato guardandosi da lontano
. Anche lui in chissà
.                        quale pensiero
.                                         assorto

© Ilaria Grasso

¹La varietà berlinese del tedesco Tu was, “fa’ qualcosa”, diede vita nel 1981 a un congresso, il Tuwat-Kongress, organizzato dai Besetzer, gli occupanti delle case di Berlino contro le ordinanze di sgombero emanate dal Berliner Senat. [n.d.r.]

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