Cinque pezzi facili: racconti

di Gianluca Wayne Palazzo

Cinque cose, cinque opere, cinque pezzi. I più importanti, per qualche motivo, per me, senza criterio, senza ordine, senza obiettivo e senza pensarci troppo. I miei cinque pezzi facili per cinque minuti di lettura.

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Ernest Hemingway: I quarantonove racconti 

La prima volta fu una selezione di una sola decina, al liceo, un prestito che mi costrinsi a restituire a un compagno che non apprezzava: l’incanto. E pensare che quel dannato vecchio col suo marlin, anni prima, aveva rischiato di rovinare tutto. Poi a quasi trent’anni tutto il resto, e Le nevi del Kilimangiaro, il flusso di coscienza e il momento in cui mi lesse nel pensiero: «Ora non avrebbe mai più scritto le cose che aveva rimandato a quando avesse avuto l’esperienza sufficiente per scriverle bene. Ecco, così non avrebbe nemmeno corso il rischio di fallire nel tentativo. Forse non saresti mai stato capace di scriverle, ed era per questo che le rimandavi e non ti decidevi mai a cominciare» – una verità che conoscevo bene e che è così faticoso imparare, soprattutto se non sei destinato a un Nobel e se non ti sta marcendo una gamba ai piedi di un vulcano. Poi i titoli migliori di un titolista magnifico – Colline come elefanti bianchi, Un posto pulito, illuminato bene – e i dialoghi che risolvono un’esistenza: «Adesso lo chiamano così? Una puttana, sei.» «Be’, tu sei un vigliacco.» «Va bene» disse lui. «E allora?» (La breve vita felice di Francis Macomber). La morte incomprensibile di Paco in La capitale del mondo. L’attacco maestoso di In un atro paese: «In autunno c’era ancora la guerra, ma noi non ci andavamo più». E l’eredità più grande: milioni di noi che si sforzarono di scrivere come lui.

 *

Jerome D. Salinger: Nove racconti

Le cose più belle che ha scritto. Letti da qualche parte un’estate dopo i trent’anni, senza aspettarmi nulla se non la frustrazione che mi aveva dato Holden, e grazie a loro aver recuperato anche la bellezza di Holden. Il tanto compresso nel poco. Le epifanie incomprensibili delle svolte finali e il fiato mozzato. Non averci capito niente, sentendo che qualcosa sfugge, l’ammirazione respirata fra le parole – rileggere un paragrafo, una frase, alla ricerca del mistero nascosto: il finale di Per Esmé: con amore e squallore («Prendi un uomo che abbia veramente sonno, Esmé»), il finale di Un giorno ideale per i Pescibanana, il finale dell’ambiziosissimo Teddy. I dialoghi carichi di sottotesto, l’odiosa eleganza un filo datata di una New York ricca ed ebrea, appena fuori dalla guerra, che forse non esiste più: “«E Sharon Lipschutz è venuta lì e a un certo punto si è messa a sedere vicino a me. Non potevo mica spingerla via, ti pare?» «Sì che potevi» «Oh no. No. Non potevo fare una cosa simile», disse il giovanotto. «Ma sai cosa ho fatto, invece?» «Cosa?» «Ho fatto finta che fossi tu»”. L’uso degli oggetti, il dettaglio laterale: «Sei capace di gettarmi quei fiammiferi?» (Alla vigilia della guerra contro gli Esquimesi). Qualche risata molto forte e assolutamente imprevista: le folli notti della coppia Yoshoto in Il periodo blu di De Daumier-Smith. La morte dei sensi, l’attanaglio della malinconia più marrone, lo spleen conclusivo di Bella bocca e occhi miei verdi. Cercare di imitarlo partorendo cose morte, e continuare a provare.

Stephen King: Stagioni diverse

Un’estate in montagna, parecchi momenti di depressione, e aver ritrovato l’universo della mia infanzia in cui rifugiarmi: Il corpo. Lo ammetto, è soprattutto questo qua. Per dire, Il metodo di respirazione chi se lo ricorda? A parte che faceva un po’ Lovecraft, prometteva tanto e poi non andava a parare da nessuna parte. Comunque ne Il corpo ci sono più parolacce che nel film Stand By Me, c’è il solito cervo, c’è che «le cose più importanti sono le più difficili da dire», c’è un passaggio che Rob Reiner con un colpo di genio piazzò nel finale del film e che nel racconto è più o meno a metà, uno dei passaggi più intensi mai ascoltati: «Non ho mai più avuto amici, in seguito, come quelli che avevo a dodici anni. Gesù, ma chi li ha?». Fino a quel momento di King avevo conosciuto solo l’horror. Ora sapevo che qualcun altro sapeva – e me l’aveva già detto esplicitamente con It – che l’infanzia e l’orrore sono le due facce di una medaglia, quindi la stessa, cruciale esperienza. E cioè l’estate. E cioè gli amici, l’amicizia fra ragazzini maschi. Mai più avuti come quelli, ma anche: «I tuoi amici, loro ti trascinano giù, Gordie. Non lo sai?». E vedere quindi che un libro conteneva qualcosa di me, qualcosa che mi era successo veramente. Fino alle virgole, fino a gridare ah!, «Baciami il culo, Choppie!». E prima di questo Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank, e non poter smettere di voltare le pagine. Un’altra cosa trascurabile, ma con un momento di paura reale: Un ragazzo sveglio, nel momento in cui il giovane idiota fa resuscitare il Mostro Nazista costringendolo a marciare col passo dell’oca. Forse sono novelle, come dice King, non sono veri e propri racconti. Ma che cosa ce ne importa?

*

David J. Poissant: Il paradiso degli animali

Una rivelazione, nel costante timore di venire disilluso, di pentirmi dell’entusiasmo, di sentire, prima della fine, la corda. I primi tre o quattro rubati in libreria davanti a un cappuccino. Due pagine di un assurdo incontro di boxe fra coniugi (KO) e il sapore di qualcosa di piccolo ma nuovo, un paio di cose irrilevanti, poi Come aiutare tuo marito morire con tutto quello che non mi piace – il tempo al presente, i paragrafetti, l’amore coniugale, il melodramma frenato – e scoprire un capolavoro sull’orlo delle lacrime: «Tieni gli occhi su di lui e lui non ti lascerà mai». E allora volerlo tutto, leggerlo al mare in autunno, farsi venire la voglia di scrivere, con gratitudine. Lo shock buffo de Il lupo, altri splendori sparpagliati, l’effetto cuore in gola, che si stacca come le braccia di plastica della ragazza de Il braccio. La scena di sesso nel cesso del diner nel racconto che dà il titolo alla raccolta. E poi l’epica delle separazioni e degli addii, delle storie d’amore che finiscono nelle periferie, dei rapporti rovinati coi padri e delle sconfitte con le donne, in viaggio su pick-up sgangherati, vite vissute tutte da soli. Ecco, forse più di tutto è così: questi racconti mi hanno fatto sentire solo.

*

Jack London: I racconti del Grande Nord e della corsa all’oro

I miei racconti più cari, una raccolta di raccolte di brevi capolavori. Un inverno intero a sedici anni a sognare le aurore boreali, Natale e nascondersi per qualche ora dalle coccole dei parenti, aprire la porta di una stanza fredda e alle luci dell’albero entrare nel Klondike, bagnarsi i piedi nello Yukon. Avevo lasciato Buck a cantare col branco e Zanna Bianca ad allattare cuccioli che ero un bambino, e ci siamo ritrovati qui. Buon Natale Malemute Kid, «alla salute dell’uomo sulla pista questa notte» (All’uomo sulla pista), auguri o rive «sepolte in un sonno profondo sotto un lenzuolo di ghiaccio spesso un metro» (Il privilegio del sacerdote), cuore gelato del Nord, il bianco nulla che stritola le fibre muscolari e fa apprezzare L’amore della Vita, sapendo che «il lupo malato stava seguendo la pista dell’uomo nella speranza che l’uomo sarebbe morto per primo» e finendo per premere debolmente la faccia sulla gola del lupo, lasciando cadere in gola «qualcosa di caldo come piombo fuso spinto a forza nel suo stomaco»; la morte senza rimpianto del vecchio Koskoosh in La legge della vita e la lotta senza fine del demonio Bâtard. Perché London parla di vita raccontando quasi sempre la morte, come di una nicchia miracolosa di erba nel bianco silenzio della neve. È il sapore delle cose vissute veramente, l’invidia e l’ammirazione di quest’uomo giovane e sconfinato, l’andiamo, il dobbiamo partire… Personaggi che avrei voluto avere come amici, la nettezza di ogni scelta, la profondità di battute scolpite in dialoghi che dall’estrazione delle proteine dalla carne secca costruiscono un universo, quello dell’eterna lotta fra la volontà vegetale e animale e l’inerzia geologica dei minerali incastrati nel ghiaccio: «Si era accucciato nel muschio, con un osso in bocca, che succhiava i brandelli di vita che ancora lo tingevano debolmente di rosa. Quel dolce sapore di carne, leggero e ingannevole come un ricordo, lo rese pazzo. Chiuse le mascelle sull’osso e le strinse. A volte era l’osso a spezzarsi, a volte i denti. Poi pestò le ossa tra due rocce, riducendole in poltiglia e le inghiottì. Si schiacciò anche le dita nella furia» (L’amore della vita). E la scrupolosa attenzione all’architettura dei ramoscelli necessari a Farsi un fuoco – sì, è in un’altra raccolta, lo ammetto –cinquanta gradi sotto il punto di congelamento, vanificata dalla leggerezza di averlo impiantato sotto un abete grondante neve fresca… Avvicinare la scorza di una betulla al mazzo ardente di fiammiferi accesi per miracolo, e sentire «qualcosa alle mani. La carne stava bruciando, ne sentiva l’odore». E bruciando, le mani  assorbono la gran parte della fiamma, al posto della scorza di legno. È l’odore della morte, presto spazzato via dall’aria tersa, sotto stelle che brillano come diamanti indifferenti nel buio settentrione dal cuore gelato. Grazie, Jack.

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