Intervista a Francesco Di Bella

Calvanese e Dibella foto di Mauro Coruzzolo

Calvanese e Di Bella
foto di Mauro Coruzzolo

Raffaele Calvanese intervista Francesco Di Bella

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Vi capita mai di entrare in un negozio per comprare una cosa e poi uscire con un acquisto  completamente diverso tra le mani?  A me capita molto spesso, ed è un po’ quello che mi è successo dopo aver passato qualche ora a parlare con Francesco Di BellaFofò, alias Alfonso Bruno, vero e proprio alter ego di Francesco, la loro collaborazione risale a prima di Ballads e continua ancora adesso anche con il primo disco solista di Di Bella.  Capita così che anche se il motivo dell’incontro era presentare il nuovo album Nuova Gianturco si finisca a parlare di Angelo Mai, e di tutta la gente che da lì si è fatta un nome nella musica italiana e non solo. Capita di ritrovarsi a parlare di libri e cyberpostpunk, di Carver e di Social Network. Succede di ritirare fuori Metaversus, e di uscire da quella chiacchierata con qualcosa di diverso da quello che si credeva di andare a prendersi, ma che a conti fatti è molto più prezioso ed interessante. Il primo album di inediti di Francesco dopo Ballads, è un concept album, una sorta di Antologia di Spoon River della periferia industriale napoletana.

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RC: C’è quel famoso passaggio del libro di Cesare Pavere La luna e i falò che dice «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese  vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti». La tua Gianturco mi ricorda quel paese di cui parla Cesare Pavese. Ecco perché anche il titolo Nuova Gianturco, un luogo che è un ritorno alle origini.

FDB: La nuova Gianturco di cui parlo è un augurio di rinascita di quel quartiere, anche se io non vengo da lì, è grazie a Gianturco che ho mosso i primi passi nella musica, tramite il centro sociale Officina 99, dove ho incontrato tante persone e visto quanta energia c’era in quello scambio di esperienze. Tanto è vero che ancora oggi raccogliamo i frutti, musicalmente e non solo, di quegli anni, ecco perché auspico una “Nuova Gianturco”. 

RC: In Aziz tratti il tema dei migranti, insieme a Luca dei 99 Posse. Un autore napoletano  in un suo libro sull’accoglienza a Napoli, Terzo Settore in Fondo, la racconta come una città che nonostante i mille problemi strutturali, la cronica mancanza di fondi e le tante persone che credono di aiutare ma sono soltanto “accoglienti di facciata” riesce ad essere una città ancora umana sotto questo punto di vista. Che ne pensi? Come è nata la collaborazione con O’ Zulù?

FDB: Ignazio Silone, nel suo libro Fontanamara, dice che i poveri, i pezzenti, riescono a parlare lo stesso linguaggio, fatto di cose semplici ed essenziali. Probabilmente è per questo che a Napoli l’accoglienza è un gesto più naturale che altrove. Inoltre la storia della città porta con sé un’esperienza da sempre abituata alla promiscuità. La collaborazione con Luca è l’ennesimo richiamo alla Gianturco dei centri sociali e mi è anche piaciuto il doppio volto che siamo riusciti a dare alla canzone, fatto di morbidezza e durezza con le nostre due parti. 

RC: Il primo singolo dell’album, per certi versi mi ha ricordato una canzone di Brunori Sas, Il giovane Mario, in cui si parla di una persona che tramite la ricerca di una vincita vuole svoltare la sua vita con una scorciatoia. Che tipo di messaggio volevi rivolgere con questo brano?

FDB: A differenza della canzone di Brunori io voglio dire che la sorte gioca una buona parte ma non fondamentale nella vita di una persona che vuole svoltare. Il lavoro, anche se sempre più svuotato del suo significato, resta ancora una parte importante da non mettere in secondo piano nella vita. 

RCNa bella vita è una storia di droga. Stavolta vista da una prospettiva diversa, c’è l’idea di poter perdere una vita “normale”, io ci vedo un cambio di visione che probabilmente deriva anche da una persona diversa che si trova a scrivere dei testi. Magari dieci anni fa non avresti scritto una canzone del genere o sbaglio? Quanto ha influito la tua crescita personale in questo modo diverso di scrittura?

FDB: Con gli anni ho sempre cercato di scrivere qualcosa che si smarcasse dal solito binario storia d’amore semplice o di temi già usati. Certamente crescendo e vivendo anche esperienze familiari la prospettiva cambia, mi è piaciuto anche creare un contrasto tra l’amarezza della storia e l’arrangiamento che appare tutt’altro che triste. 

gianturco

RC: La produzione di Daniele Sinigallia è un vero e proprio marchio di fabbrica, quanto ti sei sentito libero in questa tua prima avventura da solista nella composizione?

FDB: Lavorare con Daniele è come lavorare con un’intera band, lui ha molto chiaro in testa il tipo di suono e anche io insieme a lui. Fortunatamente insieme in uno studio riusciamo a suonare quasi tutto quello che ci serve per la realizzazione di un disco, nonostante ciò per terminare “Nuova Gianturco ci abbiamo messo quasi un anno e mezzo suonando e risuonando gli arrangiamenti sempre in modo diverso fino ad arrivare al risultato che si sente oggi e che mi soddisfa molto. 

RC: Off topic: che ne pensi di Sarri? Ti sembra un personaggio da poter raccontare in una delle tue canzoni?

FDB: Sarri è uno dei miei argomenti di discussione preferiti con Fofò, anzi più siamo in giro per concerti più parliamo di Sarri. Io seguo poco lo sport, il Napoli è l’unica eccezione e Sarri è l’eccezione nell’eccezione. Lui è quel tipo di personaggio che ci fa sentire meno anonimi come tifosi. Poi lui chiude il cerchio della periferia industriale napoletana essendo figlio di un operaio dell’Italsider, quindi di certo non è qui per caso. 

RC: Come vedi cambiata Napoli, tra la vecchia e la nuova Gianturco? Che ne pensi della gestione De Magistris di cui si elogiano la difesa di tanti spazi occupati ma di cui spesso di denuncia anche la poca attenzione verso le periferie?

FDB: È fuori discussione che il centro di Napoli sia un vero e proprio gioiello, il vero cuore pulsante, ma se io fossi al posto del sindaco di Napoli darei molta più voce in capitolo alle associazioni che operano dal basso. Nel corso degli anni queste realtà sono stato il vero e proprio motore delle periferie, forse l’unica vera risorsa di energie positive a cui poter affidare il rilancio di quartieri come Gianturco ma non solo. 

RC: Molti di noi appartengono alla generazione a cavallo fra il novecento e il duemila. Siamo la generazione violentata dal G8 di Genova. Massimo Palma in Happy Diaz parla proprio di questo, a mio parere è perfetto per descrivere anche te e la tua musica. Lui associa la musica dei gruppi di Manchester  alla nostra generazione che è cresciuta con quella musica ed è arrivata giusto in tempo a Genova per farsi ammazzare di botte. Tu che con i 24 grana hai fatto parte di quel movimento come vedi cambiati i tempi ora?

FDB: Con la musica di Manchester sfondi una porta aperta, anzi ti invito a leggere il libro con i testi commentati degli Smiths che è davvero piacevole. Relativamente al G8 sono completamente d’accordo, io continuo a dire che lì si è rotto qualcosa, e quella che chiamavano “Generazione X” da lì in poi si è un po’ chiusa in sé stessa. Forse molte delle cose che si ascoltano e si leggono oggi, anche alcuni stili musicali derivano proprio da quella triste presa di coscienza. 

RC: Qual è il tuo rapporto con i social network e con la comunicazione online? Per uno come te che fa del suo mestiere la scrittura come ci si pone verso il web?

FDB: Pensa che mia moglie di mestiere fa la social media manager, quindi a casa mia questo argomento dovrebbe essere pane quotidiano. Ma faccio un passo indietro. A metà degli anni ’90 girava negli ambienti punk questo libro Snow Crash” di Neal Stephenson. Il termine snow crash viene da quelle immagini che davano i televisori in quegli anni quando non avevano segnale, una serie di punti bianchi e neri come neve soffiata via dal vento. In quel libro si prospettava un futuro post punk in cui le persone tramite collegamenti via cabine telefoniche si connettevano a una vita virtuale. Quella sorta di “second life” o di Facebook ante litteram si chiamava, nel libro, Metaverso”, da lì ho preso ispirazione per l’album Metaversus, da cui anche Epitaph, canto funebre di una società che si stava sgretolando, anche se non tutti se ne stavano accorgendo, così come il movimento di cui facevo parte. Ciò già prima di Genova e prima che molti se ne rendessero conto. Non a caso quel disco è piaciuto a vari livelli, specialmente a Bologna dove il movimento anarchico aveva apprezzato molto quel libro. Ricordo che Metaversus ebbe un’accoglienza molto profonda anche grazie a quei riferimenti. Relativamente ai social network in qualche modo penso sia una questione generazionale. Nonostante io sia molto attirato dall’elettronica, e ho sperimentato tantissimo in questo campo, i social network rappresentano ancora un compromesso che non mi sento in grado di accettare. In questo mi definisco neo-luddista, nel senso che rifiuto il meccanismo social per cui lì sopra devi essere vincente, altrimenti non sei, è come se non ci fossi. Per questo uso solo la pagina personale per parlare del mio lavoro, in questo senso mi sento ancora di stare dalla parte dei deboli, di quelli che perdono, diciamo di quelli che si perdono il mondo social. 

Calvanese e Di Bella foto di Mauro Coruzzolo

Calvanese e Di Bella
foto di Mauro Coruzzolo

RC: A proposito di Nuova Gianturco e di Officina 99 che mi dici degli spazi per suonare, vero e proprio pane quotidiano per un artista?

FDB: Quando penso a un luogo per fare musica penso all’Angelo Mai. Quello per me è stato un luogo fondamentale, popolato da persone che nel campo musicale sono delle vere e proprie autorità, dai tecnici che dettano il palco, passando per i fonici, fino a chi seleziona i gruppi che suonano lì. Il sound di Ballads si può dire che è nato lì, insieme a musicisti del calibro di Fabio Rondanini, Rodrigo D’Erasmo e tanti altri. Lì c’è proprio l’atmosfera giusta che dovrebbe esserci anche altrove per suonare. Ad alimentare le leggende sul famoso centro sociale romano contribuisce anche Fofò con racconti di epici concerti in cui si suonavano interi album dei Beatles o di Sixto Rodriguez. Capita di avere Manuel Agnelli sotto il palco al tuo concerto o anche Giuliano Sangiorgi come tantissimi altri. Lì girano tutti i musicisti che hanno fatto parte della leva italiana che da metà anni 90 ha prodotto grandi dischi. A Napoli ci sono spazi interessanti, come l’ex OPG e lo Scugnizzo Liberato. In questo la città rappresenta un’eccezione rispetto ad altri centri in Italia dove sta vincendo la cultura dello sgombero.  

RC: Nelle tue canzoni usi spesso nomi femminili, ognuno è legato ad una storia, Regina, Viola, Gina, la famosissima Rosaria. Chi sono queste donne? Sono realmente esistite o sono solo frutto della tua immaginazione?

FDB: Per questo tipo di canzoni amo ispirarmi a volti o nomi di persone che conosco, spesso anche a storie, anche se poi spesso ci ricamo sopra altre cose. Mi serve per creare empatia, per trovare il “sound” come si direbbe in studio.  

RC: Nel disco ci sono anche altre collaborazioni, come ad esempio quella di Neffa, altra figura cruciale della fine degli anni ’90 e dell’inizio del nuovo millennio in questo paese. Inoltre hai pescato anche nella nuova scena napoletana per la cover di Brigante se more dei Musica Nova.

FDB: Neffa l’ho scelto perché la sua voce ha un timbro malinconico, rendeva bene l’atmosfera degli anni 90. Mi piaceva inserirlo in questa canzone e l’alternanza delle nostre voci mi è piaciuta molto. Infine rendere omaggio ai Musica Nova mi faceva molto piacere, perché quella canzone è ormai entrata a far parte del bagaglio culturale partenopeo oltre a essere un brano molto importante per me. Ho chiamato Dario e Claudio perché volevo mettere in luce quanto in città ci siano talenti che meriterebbero di essere più conosciuti, oltre al fatto che questi artisti sono per prima cosa degli amici, sono molto contento e soddisfatto del risultato. 

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A fine serata si tirano fuori un po’ di dischi, Francesco firma un sacco di copie. C’è una lunga processione di persone che vengono a salutarlo e Francesco li chiama quasi tutti per nome. Mi diventa più chiaro tutto il discorso sui social network. Perché raccontare e raccontarsi forse in questi anni della “Nuova Gianturco” è diventato troppo autoreferenziale mentre il contatto on le persone, con tutti quelli che ascoltano la tua musica, nel caso di Francesco, deve rimanere sempre il fulcro, quello reale, fatto di sguardi, battute sorrisi e ricordi di chissà quale serata, in un posto sperduto, dove ti eri smezzato una sigaretta o una birra proprio coi 24 Grana e ora sei ancora qui a ricordarti di quelle cose e ad ascoltare le nuove canzoni del disco. Se ci penso a mente fredda le strategie di marketing e le tecniche social impallidiscono di fronte a uno solo degli scambi di battute o delle strette di mano coi ragazzi presenti allo showcase. Poi salta fuori il vinile de La stessa barca e lì il discorso cade sull’argomento con la A maiuscola. Mi dice che riascolta sempre con piacere quel vinile, perché il sound di quel disco è proprio quello che cercavano. Non a caso la scelta di Steve Albini. Il leader degli Shellac, ma che ha trovato anche il tempo di produrre dischi come In Utero dei Nirvana, Surfer Rosa dei Pixies o Ride of me di PJ Harvey tra gli altri.

“Era proprio quel suono che cercavamo, volevamo fare un disco duro e crudo e quando lo riascolti senti quei microfoni lì, quei suoni lì che ascolti pure in dischi come in Utero, risenti le chitarre e tutto il resto. Sapevamo che eravamo alla fine della nostra storia, ma finire così è stato bellissimo, il modo migliore di farlo.

Si finisce di nuovo a parlare di libri, esce fuori La città perfetta di Angelo Petrella che parla proprio della città che si muove, come la nostra intervista, tra i quartieri di Napoli e la curva B dello Stadio S.Paolo, Francesco tra le altre cose tiene un laboratorio di “songwriting” a Salerno la sua città d’adozione, dove adesso vive e ha messo su famiglia, mi consiglia Il mestiere di scrivere di Carver e mi dice che per tutto il tempo in cui ha girato con i 24 Grana ha sempre tenuto con sé oltre alla chitarra anche una Moleskine. Le Moleskine sono diventate con gli anni sempre di più, tutte scritte fitte. Prima o poi troverà il modo di mettere ordine in quella grande massa di appunti.  La serata finisce così. Pensavo di farmi raccontare un disco nuovo e invece mi trovo a fantasticare su un suo ipotetico futuro libro. Vado via con tante cose diverse nella testa, molte delle quali non me le sarei aspettate, come quando entri in un negozio per comprare una cosa e ne esci con un’altra.

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© Raffaele Calvanese

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