proSabato: Virginia Woolf, Il segno sul muro

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proSabato: Virginia Woolf, Il segno sul muro 

1917-1921

Forse fu a metà gennaio di quest’anno che per la prima volta alzai gli occhi e notai il segno sul muro. Per fissare una data è necessario ricordare quello che si è visto. Così adesso penso al fuoco; al velo immobile di luce gialla sulla pagina del mio libro; ai tre crisantemi nella boccia di vetro rotonda sulla mensola del camino. Sì, doveva essere inverno, e noi avevamo appena finito di prendere il tè, perché ricordo che stavo fumando una sigaretta, quando alzai gli occhi e mi accorsi per la prima volta di quel segno sul muro. Guardai attraverso il fumo della mia sigaretta e posai l’occhio per un momento sui carboni ardenti: mi tornò in mente la vecchia fantasia della bandiera cremisi fluttuante sulla torre del castello e pensai a una cavalcata di rossi cavalieri che si arrampicassero per il fianco della rupe nera. Con alquanto sollievo da parte mia, la vista del segno interruppe quella fantasia, perché è una vecchia fantasia, una fantasia automatica, risalente alla mia infanzia, forse. Il segno era una piccola chiazza rotonda, nera sulla parete bianca, una quindicina di centimetri o giù di lì sopra la mensola del camino.
Come fanno presto i nostri pensieri a sciamare attorno a un oggetto nuovo, sollevandolo un poco come formiche che trasportino con sforzo febbrile un filo di paglia per poi lasciarlo cadere… Se quel segno era stato lasciato da un chiodo, non poteva essere stato fatto per un quadro, semmai per una miniatura… la miniatura di una signora dai bianchi riccioli incipriati, dalle guance sbiancate dal piumino, dalle labbra come garofani rossi. Un falso, ovviamente, perché le persone che erano state proprietarie di quella casa prima di noi avrebbero scelto quadri di quel tipo, un vecchio quadro per una vecchia stanza. Ecco che persone erano, gente molto interessante, e capita così spesso di ripensare a loro e nei posti più inconsueti, perché non li si rivedrà più, non si saprà mai che cosa è successo dopo. Volevano lasciare questa casa per cambiare stile di mobilia, così aveva detto lui, e stava per aggiungere che, a suo avviso, dietro l’arte avrebbe dovuto esserci una qualche idea di supporto, quando fummo separati brutalmente, come si è strappati da una vecchia signora che si sta versando il tè e da un giovanotto che sta per colpire la pallina da tennis nel giardino dietro la villa di periferia, mentre si sfreccia in treno davanti a loro.
Quanto a quel segno, tuttavia, non sono sicura; non credo che sia stato lasciato da un chiodo, dopotutto: è troppo grande, troppo rotondo. Potrei alzarmi, ma se mi alzassi per andare a controllare, dieci contro uno che non sarei in grado di capirlo con certezza; perché una volta che una cosa è fatta, nessuno può più dire come sia stata fatta. Oh! povera me, il mistero della vita! L’inadeguatezza del pensiero! L’ignoranza dell’umanità! A dimostrazione di quanto poco teniamo sotto controllo i nostri averi – che faccenda accidentale è la nostra vita malgrado tutti i progressi della nostra civiltà! -basta anche soltanto fare il conto di alcune delle cose andate perdute nel corso della nostra esistenza, a cominciare, perché questa sembra sempre la più misteriosa delle perdite (quale gatto potrebbe mordicchiarle o quale topo rosicchiarle?) da tre scatole celesti di metallo piene di arnesi per rilegare i libri. Poi è toccato a tre gabbie di uccelli, ai cerchi di ferro, ai pattini d’acciaio, al recipiente del carbone stile Regina Anna, al biliardino, all’organetto… tutto perduto, gioielli compresi. Opali e smeraldi sono sparsi tra le radici delle rape. Che faccenda di scavi e livellamenti è a pensarci bene! La cosa sorprendente è che io abbia degli indumenti addosso, che in questo momento sieda circondata da solida mobilia. Sì, se vogliamo paragonare la vita a qualcosa, dobbiamo paragonarla a un volo attraverso la metropolitana lanciata a ottanta chilometri all’ora… per approdare all’altra estremità senza più una sola forcina nei capelli! Sparati ai piedi di Dio completamente nudi! Capitombolati a testa in giù sui prati di asfodeli come pacchetti avvolti in carta marrone, incanalati lungo lo scivolo di un ufficio postale! Con i capelli che volano indietro come la coda di un cavallo da corsa. Sì, quest’immagine sembra esprimere la rapidità della vita, il perpetuo processo di logoramento e riparazione; tutto così casuale, così accidentale…
Ma dopo la vita? Un lento tirar giù di spessi steli verdi in modo che il calice del fiore, mentre si rovescia, ci inonda di luce rosso-purpurea. Perché, dopotutto, non si dovrebbe rinascere anche di là come si era nati di qua, indifesi, incapaci di parlare, di mettere a fuoco lo sguardo, brancolando a tentoni tra l’erba, ai piedi di Giganti? Quanto a dire quali siano gli alberi, e quali gli uomini e le donne, o se almeno vi siano, magari non si sarà in condizione di farlo per una cinquantina d’anni o giù di lì. Non ci saranno altro che intervalli di luce e di buio, intersecati da spessi steli, con alquanto più in alto, forse, chiazze a forma di rosa dai colori indefiniti -vaghi rosa e azzurri – che col tempo si faranno via via più nitide, diventeranno… non so che cosa…
E tuttavia il segno sul muro non è affatto un buco. Non è detto che non sia stato lasciato da una qualche sostanza nera rotonda, come un minuscolo petalo di rosa rimasto appiccicato lì dall’estate, mentre io, non essendo una padrona di casa diligente… guardate la polvere sulla mensola del camino, per esempio, la polvere che, dicono, seppellì tre volte Troia, miseri frammenti di terraglie che rifiutano di annientarsi completamente, come si può ben credere.

L’albero fuori dalla finestra batte con molta delicatezza le fronde sul vetro… voglio pensare in silenzio, con calma, a lungo, senza essere mai interrotta, senza dovermi mai alzare dalla poltrona, scivolando a piacere da una cosa all’altra, senza alcun senso di resistenza o intralcio. Voglio sprofondare sempre più, inabissarmi dalla superficie dei rigidi fatti distinti. Per poter avere un appiglio, lasciatemi aggrappare alla prima idea che passi… Shakespeare… Be’, lui può andare bene quanto chiunque altro. Un uomo che sedeva solidamente in poltrona a guardare il fuoco, così… Nella sua mente era un continuo diluvio di idee che cadevano da un qualche cielo molto distante. Lui appoggiava la fronte sulla mano e la gente, sbirciando attraverso la porta aperta (perché la scena doveva svolgersi in una sera estiva)… Ma com’è assurdo tutto questo, questa fantasia storica! Non mi interessa affatto. Vorrei potermi imbattere in qualche piacevole traccia di pensiero, una traccia che possa farmi indirettamente onore, perché sono quelli i pensieri più piacevoli, molto frequenti persino nelle menti di umili persone grigio topo, genuinamente convinte di non amare sentire tessere le proprie lodi. Non sono pensieri che ci lodino direttamente; questa è la loro bellezza; sono pensieri del seguente tenore:
«E poi entrai nella stanza. Si stava discutendo di botanica. Dissi che avevo visto un fiore crescere su un cumulo di polvere nel sito di una vecchia casa a Kingsway. Il seme, dissi, doveva risalire al regno di Carlo I. Che fiori crescevano al tempo del regno di Carlo I?», chiesi… (ma non ricordo la risposta). Fiori alti con nappe color porpora, forse. E così la divagazione continua. Non faccio che paludare la mia immagine nella mente per tutto il tempo, con affetto, furtivamente, senza adorarla scopertamente, perché se lo facessi mi coglierei in fallo e dovrei tendere subito la mano verso un libro per autodifesa. In effetti, è curioso come ci si senta portati d’istinto a proteggere la propria immagine dall’idolatria o da qualsiasi altra manipolazione che potrebbe renderla ridicola o troppo difforme dall’originale per risultare ancora credibile. O non è poi così curioso, dopo tutto? È una faccenda di grande importanza. Supponete che lo specchio si rompa e che l’immagine scompaia, che la figura romantica immersa nei verdi penetrali della foresta tutt’attorno non ci sia più, ma che della persona rimanga soltanto il guscio visibile agli altri… che mondo asfittico, vuoto, nudo, protervo diventerebbe! Un mondo da non viverci. Mentre ci scrutiamo l’un l’altro sugli omnibus e sulle metropolitane, ci guardiamo in quello specchio; di qui la vaghezza, la luce vitrea dei nostri occhi. E nel futuro i romanzieri afferreranno sempre più l’importanza di queste immagini riflesse, perché naturalmente non ce n’è una sola, ma un numero quasi infinito; saranno quelle le profondità che vorranno esplorare, quelli i fantasmi che inseguiranno, lasciando la descrizione della realtà sempre più fuori dalle proprie storie, dandone per scontata la conoscenza, come fecero i Greci e forse lo stesso Shakespeare… ma queste generalizzazioni sono assai inani. Il clangore militaresco del mondo è sufficiente. Fa venire in mente articoli di fondo, membri del governo: un intero insieme di cose, in effetti, che da bambini si erano credute fondamentali, la normalità, la realtà, da cui non scostarsi mai se non a rischio di una dannazione senza nome. Le generalizzazioni, in qualche modo, richiamano alla mente le domeniche a Londra, le passeggiate dei pomeriggi domenicali, e i pranzi domenicali, oltre che il modo di parlare di persone defunte, e vestiti, e abitudini, come quella di sedere tutti insieme in una sola stanza fino a una certa ora, anche se la cosa non piaceva a nessuno. C’era una regola per tutto. In quel particolare periodo la regola per le tovaglie era che dovessero essere fatte di arazzo con un disegno a piccoli comparti gialli, come quelle che si possono vedere nelle fotografie dei tappeti dei corridoi dei palazzi reali. Tovaglie diverse non erano vere tovaglie. Com’è stato sconcertante, e tuttavia meraviglioso, scoprire che queste cose reali, i pranzi domenicali, le passeggiate domenicali, le case di campagna e le tovaglie non erano del tutto reali, anzi erano quasi dei fantasmi, e la dannazione che visitava chi era scettico nei loro confronti era solo un senso di illecita libertà. Che cosa c’è al loro posto adesso, mi domando, al posto delle cose reali della normalità? Gli uomini forse, in caso foste donna; il punto di vista maschile che governa le nostre vite, che stabilisce la normalità, che fissa la Tabella delle Precedenze di Whitaker, che dal tempo della guerra è diventata, immagino, una sorta di fantasma per molti uomini e donne, e che presto, si spera, finirà irrisa nell’immondezzaio in cui finiscono i fantasmi, le credenze di mogano e le stampe di Landseer, gli Dei e i Demoni, l’Inferno e così via, lasciandoci tutti con un inebriante senso di illecita libertà, se la libertà esiste…
A seconda della luce quel segno sul muro sembra, di fatto, in rilievo sulla parete. E non è del tutto circolare. Non posso esserne sicura, ma mi sembra che proietti un’ombra percepibile, facendomi supporre che, se passassi un dito lungo il tratto di muro interessato, a un certo punto esso salirebbe e scenderebbe una piccola gobba, un monticello liscio come quelle Downs del Sud che dicono siano o tombe o accampamenti. Dei due preferirei che fossero tombe, prediligendo la melancolia come quasi tutti gli inglesi e trovando naturale, alla fine di una passeggiata, pensare ad ossa distese sotto la zolla erbosa… Deve esserci un qualche libro in proposito. Qualche appassionato di cose antiche dovrebbe avere disseppellito quelle ossa e dato loro un nome… Che tipo d’uomo è un appassionato di antichità?, mi domando. Colonnelli in pensione, per la maggior parte, credo, che, alla testa di truppe di attempati manovali quassù in cima, esaminano blocchi d’argilla e di pietra, intrattenendo con il clero locale uno scambio di lettere che, aperte all’ora di colazione, danno loro una sensazione di importanza, e il raffronto di certe punte di frecce comporta un andirivieni tra la campagna e la città, una necessità piacevole sia per loro che per le loro anziane mogli, desiderose di preparare marmellate di prugne o di ripulire lo studio, e che hanno ogni ragione di mantenere perennemente sospeso il grande dilemma dell’accampamento o della tomba, mentre il colonnello stesso si sente piacevolmente filosofo nell’accumulare prove in favore di entrambe le ipotesi. È vero che alla fine propenderà per l’accampamento; e, in caso di opposizione, eccolo pronto a redigere un opuscolo da leggere al raduno quadrimestrale dell’associazione locale, quando un colpo apoplettico lo fulmina, e gli ultimi pensieri di cui abbia coscienza non sono per la moglie o per il figlio, ma per l’accampamento e per quella punta di freccia, adesso custodita in una vetrina del museo locale, insieme al piede di una assassina cinese, a una manciata di chiodi elisabettiani, a una discreta quantità di pipe d’argilla di età Tudor, a una ceramica romana, e al bicchiere da vino in cui bevve Nelson, a dimostrazione davvero di non so che cosa.
No, no, nulla è provato, nulla è certo, E se in questo preciso momento dovessi alzarmi e accertassi che il segno sul muro è realmente… che so?… la capocchia di un gigantesco vecchio chiodo piantato nel muro duecento anni fa, che affiora oggi dal manto di pittura per effetto del paziente strofinio di molte generazioni di cameriere, e contempla per la prima volta la vita moderna che si svolge in una stanza intonacata di bianco e illuminata dal fuoco, che ci guadagnerei? Conoscenza? Materia per ulteriore speculazione? Posso pensare sia restando seduta immobile che alzandomi in piedi. E che cos’è la conoscenza? Che cosa sono i nostri eruditi se non i discendenti delle streghe e degli eremiti che un tempo si ritiravano nelle caverne e nei boschi a distillare erbe, a interrogare toporagni e ad annotare il linguaggio delle stelle? Man mano che le nostre superstizioni recedono e aumenta parallelamente il nostro rispetto per la bellezza e la salubrità della mente, li onoriamo sempre meno… Sì, potremmo immaginare un mondo estremamente piacevole, un vasto e quieto mondo, con fiori rossi e azzurri nei campi aperti. Un mondo senza professori o specialisti o maggiordomi con profili da poliziotto, un mondo da traversare con il proprio pensiero come pesci che fendano l’acqua con le pinne, sfiorando gli steli delle ninfee, stando sospesi sugli scheletri bianchi dei ricci di mare… Com’è tranquillo qua sotto, radicati al centro del mondo e con gli occhi che scrutano attraverso le acque grigie, con i loro improvvisi lampi di luce e i loro riflessi, non fosse per l’Almanacco di Whitaker, non fosse per la Tabella delle Precedenze!
Devo balzare in piedi e verificare dì persona che cosa sia in realtà quei segno… un chiodo, un petalo di rosa, una fessura nel legno?
Ecco che la Natura ancora una volta innesca il suo vecchio gioco della conservazione. Questo corso di pensieri, avverte, minaccia un mero spreco di energia, persino qualche collisione con la realtà, perché chi può mai permettersi di alzare un dito contro la Tabella delle Precedenze di Whitaker? L’arcivescovo di Canterbury è seguito dal Lord Cancelliere; il Lord Cancelliere, a sua volta, dall’arcivescovo di York. Ognuno segue qualcun altro, secondo la filosofia di Whitaker; e quel che conta è sapere chi segua chi. Whitaker lo sa, e che questo vi conforti, suggerisce la Natura, anziché esasperarvi; e se proprio non riuscite a farvi confortare, se dovete per forza infrangere quest’ora di pace, allora pensate al segno sul muro.
Comprendo il gioco della natura, il suo sollecitare all’azione per porre fine a qualunque pensiero che rischi di eccitare o far soffrire. Viene da questo, immagino, il nostro sottile disprezzo per gli uomini d’azione, uomini che, presumiamo, non pensano. Tuttavia, non c’è pericolo nel porre un punto fermo ai nostri sgradevoli pensieri guardando un segno sul muro.
Anzi, adesso che mi sono messa a guardarlo fissamente, mi sembra di essermi aggrappata a una tavola nel mare; provo un soddisfacente senso di realtà che trasforma subito i due arcivescovi e il Lord Cancelliere in mere ombre di ombre. Ecco qualcosa di definito, qualcosa di reale. Così, scuotendoci da un incubo nel pieno di una notte, accendiamo in fretta la luce e restiamo inerti, adorando il cassettone, adorando la concretezza, adorando la realtà, adorando l’impersonale mondo che è prova di qualche esistenza diversa dalla nostra. Ecco di che cosa si vuole essere sicuri… Il legno è qualcosa di piacevole a cui pensare. Viene da un albero; ma gli alberi crescono, e noi non sappiamo come crescano. Crescono per anni e anni senza degnarci della minima attenzione, nei prati, nelle foreste, sulla sponda dei fiumi: tutti elementi a cui è piacevole pensare. Le vacche scuotono le code sotto gli alberi nella calura pomeridiana; gli alberi danno ai fiumi un colore così verde che quando una gallinella d’acqua vi si tuffa ci aspettiamo di vederla riaffiorare con le piume anch’esse verdi. Mi piace pensare ai pesci fluttuanti controcorrente come bandiere al vento; e agli scarabei d’acqua che sollevano piano piano cupole di fango sul greto del fiume. Mi piace pensare all’albero in sé: prima all’intima sensazione di asciutto dell’essere legno; poi all’imperversare della tempesta; poi al lento, delizioso fluire della linfa. Mi piace anche pensare all’albero che se ne sta nel campo vuoto nelle sere d’inverno con tutte le foglie chiuse in se stesse, senza esporre nessuna parte tenera ai proiettili di ferro della luna, pennone nudo su una terra che continua ad agitarsi, ad agitarsi per tutta la notte. Il canto degli uccelli deve risuonare molto forte e strano a giugno; e come devono apparire fredde le zampe degli insetti sulla sua superficie, quando iniziano le loro laboriose processioni su per le grinze della corteccia o si espongono al sole sulla verde tenda sottile delle foglie, e fissano diritti davanti a sé con gli occhi rossi e sfaccettati… A una a una le fibre schioccano sotto l’immensa gelida pressione della terra, poi scoppia l’ultimo temporale e, cadendo, i rami più alti si spingono di nuovo in profondità nel terreno. Ciononostante, la vita non finisce lì; ci sono un milione di altre esistenze pazienti, vigili per un albero, in tutto il mondo, nelle camere da letto, nelle navi, nei pavimenti, nei pannelli che rivestono stanze in cui uomini e donne siedono dopo il tè, fumando sigarette. È pieno di pensieri piacevoli, di pensieri felici, questo albero. Mi piacerebbe considerarli uno per uno… ma si intromette qualcosa… A che punto ero? Di che cosa mi sono messa a elucubrare? Di un albero? Di un fiume? Delle Downs? Dell’Almanacco di Whitaker? Di campi di asfodeli? Non riesco a ricordare niente. Tutto si muove, cade, scivola via, svanisce… C’è un vasto sollevamento di materia. Qualcuno incombe su di me e mi dice:
«Esco a comprare un giornale».
«Sì?»
«Anche se non serve comprare giornali… Non succede mai niente. Accidenti a questa guerra; che Dio la maledica!… Comunque, non vedo che cosa ci stia a fare quella lumaca sulla nostra parete».
Ah, il segno sul muro! Era una lumaca.

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© Virginia Woolf, Il segno sul muro, in Tutti i racconti. Traduzione di Lucio Angelini, Roma, Newton Compton editori, 1995. L’originale fu pubblicato in Monday or Tuesday, a New York, nel 1921.

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