Vittorio Sermonti traduce G. E. Lessing

sermonti_il_vizio_di_scrivere

Nathan il Saggio
di Gotthold Ephraim Lessing

 

Questa è la traduzione-riduzione di Nathan der Weise, capolavoro teatrale di G. E. Lessing (1729-1781) o, come usa dire, architrave della drammaturgia tedesca. Che la traduzione sia in versi, si vede, ed è probabilmente per questa prerogativa accessoria che le resto affezionato. Per la messinscena (Teatro Stabile di Torino, stagione ’75-’86, regia: Mario Missiroli, Nathan: Roberto Herlitzka, Salah ed-Din: Gigi Angelillo), ho operato una riduzione abbastanza imponente, nel tentativo di recuperare a un italiano di ieri (e magari anche di oggi) un’opera insigne, ma che risulta spesso attardata da una cerimoniosità sentimentale che ha fatto il suo tempo e da un puntiglio raziocinante oramai un po’ risaputo. Così mi sono permesso di ridurre cinque atti ponderosi a undici quadri «da corsa», e 3283 pentapodie tedesche (Fünffüßler, per gli amatori del ramo) a 2400 endecasillabi circa (li ho contati tre volte e mi son venuti tre risultati diversi). Cionondimeno amerei esser riuscito in un modo o nell’altro a restituire il passo logico-analitico e il registro angolosamente colloquiale che caratterizzano la versificazione teatrale di Lessing; e se qualcuno mi obbiettasse a ragion veduta che la caratterizzazione dei personaggi risulta, rispetto all’originale, lievemente accentuata, e qualche volta addirittura inventata (lievemente inventata), gli direi che ha ragione, e che l’ho fatto apposta.

 

NATHAN

[…]

Ma tu, Sultano, mi consentiresti
di raccontarti prima una storiella?

SALAH ED-DIN
Perché no? Le storielle mi son sempre
Piaciute assai, se raccontate bene.

NATHAN
Raccontar bene, ahimé, non è mai stato
il mio forte….

SALAH ED-DIN
Riecco l’arroganza della modestia!
Racconta! Racconta!

NATHAN
Fa mill’anni, in Oriente, un tale aveva
un anello di pregio inestimabile,
dono di mano amica. La pietra era un opale,
che sprigionava mille
colori, e aveva la virtù segreta
di render caro agli uomini e al Signore
chi, credendoci, lo portasse al dito.
Niente di strano, se quel tale non
se lo sfilava mai: provvide invece
a che restasse a casa su per sempre.
Con che sistema? Lasciandolo al figlio
prediletto, e imponendogli lasciarlo
al prediletto fra i suoi figli, in modo
che, trascurando l’ordine di nascita,
traverso le generazioni, capi
di casa, e solo in forza dell’anello,
fossero sempre i figli prediletti,
– Mi segui?

SALAH ED-DIN
Certo, che ti seguo. Avanti!

NATHAN
Così di figlio in figlio questo anello
giunse un bel giorno al padre di tre figli;
gli eran devoti tutti e tre del pari,
tanto che il padre non poteva esimersi
dall’amarli del pari tutti e tre.
Salvo che, capitandogli di tempo
in tempo di trovarsi ora con questo,
ora con quello, ora col terzo, soli
– di volta in volta o questo o quello o il terzo
gli era sembrato meritorio più
degli altri, ed era incorso nella pia
sciocchezza di promettergli l’anello.
– Finché durò, durò. Ma viene il giorno
di morire, e il buon padre è nelle peste.
Di tre che contan sulla sua parola,
umiliare due figli, lo amareggia
troppo. – Che fare? Convoca in segreto
un orefice, e gli ordina due anelli
sul modello del suo, raccomandandogli
di non badar né a spese né a fatica,
purché vengano identici. Il brav’uomo
fa del suo meglio – del suo meglio a segno
che, quando si presenta con gli anelli,
il padre stesso non distingue il primo
dagli altri. In gran letizia chiama a sé
i figli, uno per uno – uno per uno
li benedice – gratifica uno
per uno dell’anello che si merita,
e muore. – Ascolti?

SALAH ED-DIN aggrondato:
Ascolto, ascolto. Stringi!
Come finisce – allora?

NATHAN
Quel che succede dopo, va da sé.
Morto il padre, i tre figli si presentano
ognuno col suo anello e la pretesa
d’esser capo famiglia ognuno. Litigano,
indagano, s’indignano, ricorrono
alla giustizia. – Niente! Non c’è indizio
che comprovi l’anello originale.

Una bella pausa. Il Sultano è sempre aggrondato.

Più o meno come non ne abbiamo noi
per comprovar la religione vera.

SALAH ED-DIN
E questa qui sarebbe la risposta
alla domanda che ti ho fatto?

NATHAN
Mi si perdonerà se non distinguo
fra gli anelli che il padre ha espressamente
commissionato, in modo che non fosse
possibile distinguerli fra loro.

SALAH ED-DIN

Che c’entrano gli anelli? – Non mi prendere
in giro! Io so che le tre religioni
si distinguono, eccóme, fin negli abiti,
fino in quel che si mangia e che si beve…

NATHAN
Sì, sì – ma non nei loro fondamenti.
Non si fondano sulla tradizione,
scritta o trasmessa a voce, tutte e tre?
E per far propria questa tradizione,
bastano, o sbaglio, buonafede e fede?
Ed a chi prestar fede in buonafede,
se non ai nostri padri, di cui siamo
sangue, che ci han fornito documenti
d’amore, e fino dall’infanzia, e tanti?
Che non ci hanno ingannato, salvo che
fosse  l’inganno salutare? – Come
potrei credere ai miei meno di quanto
tu non creda ai tuoi  padri – e viceversa ?
Come potrei pretendere da te,
che tu rinneghi i tuoi, per non dovere
io contestare i miei – e viceversa?
E dicasi altrettanto dei cristiani.
– Sbaglio?

SALAH ED-DIN
Hm.

NATHAN
Ora scusami se torno
ai nostri anelli. Dicevamo: i figli
ricorrono in giudizio, e ognuno giura
l’anello averlo avuto dalle mani
medesime del padre (vero!), il quale,
d’altra parte, promettere, gli aveva
sempre promesso anello e privilegi
relativi (verissimo!): «Mio padre
non può essere stato tanto ipocrita
con me (pensava ognuno): sospettare
questo d’un padre così buono, mai!
Piuttosto (e dire che sul loro conto
non son disposto a pensare che bene)
accuserò di falso i miei fratelli,
smaschererò quei traditori. – Basta!
– Basta! Ho deciso: mi vendicherò».

SALAH ED-DIN
E il giudice? Vorrei proprio sapere
che cosa fai dire al giudice. Sentiamo!

NATHAN
«O mi portate qui, seduta stante,
questo padre, o vi faccio buttar fuori!»
disse il giudice. «Mica penserete
ch’io sia tenuto ad azzeccare enigmi!
O dobbiamo aspettare che l’anello
vero apra bocca e parli? Basta! – Un attimo!
Non dicevate che l’anello vero
ha la virtù di render chi lo porta
caro al Signore e agli uomini? La prova
è dirimente. Allora? chi di voi
gli altri due prediligono? Coraggio!
Sentiamo! – Scena muta? Retroagiscono
solo su chi li porta questi anelli?
Efficacia su terzi, niente? Ognuno
ama se stesso più degli altri e basta?
Truffatori truffati tutti e tre:
questo siete. E gli anelli sono falsi
tutti e tre. Quello vero è andato perso,
e vostro padre, per sostituirlo
e occultare l’ammanco, già che c’era
ne ha fatti fare tre».

SALAH ED-DIN
.                                  Grande! Grandioso!

NATHAN
«Dunque», soggiunse il giudice «se in luogo
della sentenza, un mio consiglio non
v’interessa, toglietevi di torno!
Il consiglio, a buon conto, è di accettare
le cose come stanno: avete tutti
ricevuto dal padre il vostro anello:
giusto, che ognuno creda il proprio autentico.
– Magari vostro padre non voleva
si perpetuasse in casa la tirannide
di quell’unico anello. E non c’è dubbio
vi amasse, e amasse tutti e tre lo stesso,
se per gratificarne uno, non s’è
permesso di umiliare gli altri due.
Meglio così! Cercate di emularlo,
questo amore imparziale e prepotente!
Gareggiate tra voi, perché l’opale
del vostro anello sfolgori al suo meglio,
secondando le sue virtù segrete
con la dolcezza, con la tolleranza,
con l’esercizio della carità,
con la più viva dedizione a Dio!
E quando, fra mill’anni, le virtù
di queste nostre pietre si saranno
manifestate nei figli e nei figli
dei figli, io, fra mill’anni, qui li convoco.
Altri di me più saggio siederà
su questo stallo a giudicarli. – Andate!»
Così parlava il probo magistrato.

.

da: Vittorio Sermonti, Il vizio di scrivere, Rizzoli, Milano, 2015

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