Simone Innocenti, ‘Puntazza’. Recensione

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Simone Innocenti, Puntazza, Roma, L’Erudita, 2016, pp. 102, € 13,00

Questa notte però a Puntazza non pensano a quel pomeriggio di una ventina di anni fa ma stanno srotolando la matassa di gratta e vinci. Sono cresciuti, non badano a queste cose da infanti. Sono cresciuti; o per lo meno è questo che si sono sempre detti per convincersi che il tempo passava e loro diventavano più adulti. Crescendo i ricordi si sono affievoliti e nella migliore delle ipotesi sono dettagli buoni da ricordare solo certe sere quando vagano in auto senza meta e si accorgono che anche la loro vita una meta ben precisa non l’ha mai avuta. Cresciuti un cazzo, insomma […]

È già capitato di parlare di come, la scrittura di racconti da parte di autori contemporanei, resti una ‘sfida’ da intrattenere con il lettore. Era capitato di dirlo a proposito del volume di Paolo Bottiroli (qui) e di quello di Rossana Campo (qui), diversissimi i due per ispirazione e intenzione, com’è lontano da questi il libro di cui trattiamo oggi. Eppure nella forma breve contemporanea c’è sempre qualcosa che accade: un darsi del ritmo che conduce il gioco della lettura, come in certe canzoni pop; un ritmo che include il tempo della vita così come la viviamo, che ha completa aderenza alla realtà in quel momento, in quell’istante. Così sono le canzoni pop che ascoltiamo in un periodo storico: aderiscono alla scrittura e viceversa; spesso si fanno scrittura. Se il ritmo regge, allora regge tutto il resto, personaggi e storia in primo luogo. Il ritmo come qualcosa che precede questo ‘tutto il resto’; il ritmo come necessità: come la ‘misura interna’ che un autore conosce − si dà, si concede e concede al testo − per raccontare quello che desidera raccontare, ed ha a che fare con il tempo solo in parte, perché il tempo è una delle sue facce o, meglio, è la faccia più visibile ma meno ‘udibile’. Il ritmo lo intendiamo anche come ‘dove’; teniamolo a mente, entriamoci e sentiamolo. Perché dire questo? La ragione è che, anche in Puntazza di Simone Innocenti (L’erudita, 2016), il ritmo è una costituente o è quasi tutto. Si capisce sin da subito, dalle prime pagine, che chi legge vorrà inoltrarsi in questo esordio e non potrà farne a meno, con voracità. Conoscere con quale ritmo graffiare la pagina, riversarne dentro i contenuti più ampi e così dare al presente e alla misura interna una forma, Innocenti lo sa fare grazie − anche − al suo lavoro di cronista, da cui ha appreso un’aderenza e un distacco dalla realtà che è totale e totalizzante. Così, sulla scia di alcuni “classici” degli anni Novanta − e citerei Brizzi, Ammaniti, guardando anche a I giorni della rotonda di Silvia Ballestra, soprattutto per la caratterizzazione della provincia, così “meccanica”, come la definiva Stefano Mordini in un suo film del 2005 − e a molta della produzione di Giuseppe Culicchia e infine, per citare un conterraneo, di Vanni Santoni, Innocenti ci trasporta all’oggi, a storie fitte di figure imperfette, complesse e antisimboliche. Personaggi che vivono vicende storte ma iperreali, che nella loro incongruenza trovano un dire; sono figure ricche di sarcasmo, taglienti nei loro modi perché cresciute in un magma di possibilità (auto)negate. Assunta in questa iperrealtà, la quotidianità non può che definirsi per nulla accomodante e, anzi, facilitare la riproduzione seriale e consumistica di azioni e pensieri. Nessuno dei personaggi di questi racconti − con soprannomi e tratti caratterizzanti − sta sullo sfondo, ma dal primo piano cerca un proprio posto nel mondo; si mostra, infatti, nel continuo esistere privato tuttavia dell’esserci, condizione tipica dell’oggi. Lo ‘stare’ è la novità ma vi è anche uno scarto “terminologico” che è anche di intenti. Suini di Giuseppe Caliceti usciva nel 2003 e, in quei racconti − come già nei citati Ammaniti e Brizzi −, i personaggi aderivano a un “ruolo”, quello di giovani allo sbando, senza colpe e senza futuro, figli di un futuro che non c’è, da inventare (e spesso non inventabile). Il linguaggio dei “suini” è parzialmente ripreso da Innocenti che tuttavia cambia − completamente − la prospettiva. I “suini” sono cresciuti. Il ritmo è mutato. A tredici anni di distanza, il ruolo diventa ‘luogo’; appunto Puntazza. L’autore ci dice così che l’anima ha una sede geografica. E l’animo deve tracciare una nuova geografia per ricollocarsi nel mondo, per trovare un posto adulto (se può), magari fragile ma che sia proprio.

© Alessandra Trevisan

One comment

  1. Leggere Puntazza è scoprire una parte dell’ infanzia a me sconosciuta, quella di un bambino col quale giocavo da piccolo, che senza dubbio nella sua mente attenta già sviluppava e memorizzava immagini e sensazioni che, una volta diventato adulto, è riuscito a elaborare e mettere per iscritto, è capire ora come in una persona, sempre considerato soltanto l’amico dei giorni spensierati, il tempo abbia fatto maturare consapevolezza e destrezza di linguaggio che mi hanno sorpreso e meravigliato positivamente, e di ció vado particolarmente orgoglioso, da buon montelupino quale sono.

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