Gli undici addii #7: Vacanze di Natale

Wayne_raccontoNatale

Giulio era morto di stanchezza, tanto per incominciare, e su questo punto non c’era dubbio possibile. Il primo ciclo di mesi fino alle vacanze era stato massacrante, ma percorreva lo stesso il marciapiede a passo svelto, cercando di anticipare la campanella del mattino, perché sapeva cosa poteva accadere se la sua terza G rimaneva scoperta più di cinque minuti: l’ultimo consiglio di classe gli aveva schiarito le idee riguardo alla fatica che avrebbe durato per far ammettere tutti i suoi giovani scimuniti agli esami. E poi era il giorno prima delle vacanze di Natale, bisognava trovare il tempo e il modo per ingollare pandori e bere Coca Cola, perché tanto per cambiare le sue colleghe avevano negato la disponibilità a concedere un pezzetto delle loro ore per festeggiare l’arrivo delle feste e l’arrivederci a Gennaio.
Così quasi incespicò quando vide Amelia spuntare dalla strada e fiondarsi verso il cancello come un proiettile, senza un momento di esitazione. Prima che potesse pensare a qualcosa, la mano di un ragazzo biondo si poggiò bruscamente sulla spalla di lei e la trattenne. Era lo stesso che aveva scorto settimane prima, davanti scuola, accanto alla Smart blu, e sembrava fuori di sé. Giulio si fermò a distanza per osservarli.Il ragazzo gesticolava, parlava a raffica, dava in escandescenze, cercava di spiegarsi. Lei lo fissava con l’espressività di una testa dell’Isola di Pasqua, i jeans appena scoloriti sotto una giacca nera dalle spalline troppo larghe. La sua immobilità aveva del prodigioso, pensò Giulio. Lo stesso dovette dirsi il ragazzo, che cacciò un urlo esasperato, un’ultima cartuccia in cambio della quale ottenne il silenzio incuriosito di quegli occhi blu, da naturalista che contempla la bizzarra etologia di un primate buffo, il suo battere i pugni al petto e schiaffeggiarsi il deretano per attirare l’attenzione.
Il ragazzo la mandò a quel paese con una specie di ruggito e fece dietro front verso la piccola macchinetta in doppia fila. Subito Amelia ruotò su stessa e ripartì alla volta del cancello. Giulio si riprese dal torpore voyeuristico e con un impulso gioioso accelerò per raggiungerla.
Ma non appena l’ebbe affiancata si rese conto che piangeva. E piangeva nel modo in cui faceva ogni altra cosa, un modo suo assurdo e stralunato da Buster Keaton, o forse Woodstock, l’uccellino di Snoopy, piangeva senza espressione, gli occhi dilatati e la bocca serrata, nella muta disperazione di chi non può essere compreso, sopra le piccole, robotiche falcate che la conducevano da sole alla scalinata d’ingresso – e quando lo vide quegli occhi si ampliarono ancora, la bocca si dischiuse appena, involontaria come il tremito sulle punte delle dita delle mani. Ma non disse nulla e rispose al suo saluto con un cenno impercettibile del capo.
Forse pensava che se non le avesse asciugate Giulio non avrebbe visto le sue lacrime, e si attenne a quella strategia finché lui non le chiese se andava tutto bene. La faccia della ragazza gli rimbalzò addosso la stupidità della domanda, e Giulio annuì, come a scusarsi.
Entrarono a scuola proprio mentre la campanella sanciva l’inizio dell’ultimo giorno prima delle vacanze natalizie, e Amelia prese direttamente per la sala professori senza rallentare. Lui le tenne dietro, insieme aprirono gli armadietti, presero i registri, Giulio cercò di farla sorridere, lei sembrava ascoltarlo a tratti, ma non reagiva mai.
Le disse del pranzo di Natale coi colleghi, che l’avevano invitato per le due, non appena la torma di ragazzini si fosse tolta dai piedi, e lei non batté ciglio. Come immaginava nessuno l’aveva informata, così mentre Amelia usciva sparata dalla sala professori per imboccare le scale, le restò a fianco e prese a salire con lei.
Scalino dopo scalino le accennò all’idea di mangiare insieme, solo loro due, da qualche parte, e quando furono arrivati al piano, mentre Amelia entrava nella sua classe e afferrava la maniglia per chiudergli la porta in faccia, gli sembrò di averle strappato l’ombra di un sorriso riconoscente e una specie di gesto con la testa, che ondulando quel ciuffo aggrappato al fermaglio azzurro a forma di fiocco, doveva significare un sì, un probabile ok.

Furono sei ore interminabili – di cui una di buco trascorsa nel bar che aveva trovato chiuso quella sera con Francesca – a domandarsi quale scusa inventare per declinare l’invito a pranzo coi colleghi. Non era a suo agio nel dover condividere la tavola con loro, dopo le parole sprezzanti in consiglio di classe, e adesso quelle lacrime a occhi freddi e mandibola serrata dell’unica persona per cui sentiva vicinanza gli rendevano l’idea grottesca.
Dieci minuti prima del suono della campanella liberò la sua classe e un branco di lupi affamati invase il corridoio, miscelandosi alle altre sezioni che avevano avuto via libera prima del tempo. In molti stavano festeggiando, dentro alle aule in cui docenti meno rigorosi avevano concesso di svitare bottiglie gassate e affettare dolci natalizi, ma Giulio riuscì a condurre i suoi al piano terra senza troppi incidenti. Passando accanto alla classe di Amelia vide che la porta era già stata spalancata e all’interno non restava nessuno.
Poi il caos si diffuse in ogni ramo del labirinto di quella scuola, costruita su due ali che si intersecavano in un corridoio comune, all’incrocio dei piani, degli ascensori, delle scale gremite, dello spazio all’ingresso dove già si accalcavano a decine nell’attesa prematura della campanella.
Nel marasma Giulio si guardava attorno, gestendo come un cane pastore il gregge impazzito. Con gli occhi gli parve di scorgere la testolina rossa che cercava, ma sgomitando fra grappoli di adolescenti arrivò a destinazione solo per scoprire che si trattava di un’alunna con lo zainetto. Tornò a guardare sopra le altre chiome, finché un urlo lo chiamò dalla porta aperta di un’aula vicino al bagno.
Vide uno dei suoi alunni della classe di approfondimento stringere come il collo di un gallinaccio una fetta di panettone, sventolandola nella sua direzione e sprizzando canditi in aria.
Distolse lo sguardo infastidito e proprio allora la trovò. Poggiata contro un armadio a vetri, ricettacolo dei trofei sportivi della scuola, piangeva a singhiozzi incontrollati, i denti che mordevano il labbro superiore e le mani distese lungo i fianchi che si rifiutavano di intervenire ad arginare lo scempio che aveva in faccia.
Si avvicinò, le mise una mano sulla spalla, le chiese che ne fosse della sua classe. Amelia non rispose, sussultava. Le accarezzò il viso fradicio di lacrime e le disse di stare tranquilla, di aspettarlo lì. Solo un minuto. Le disse di fidarsi.
Scappò via verso la classe di approfondimento, incrociando Pannocchia che avanzava leggiadro e soddisfatto nella melma prepuberale, l’occhio guizzante e la coda di capelli argentati che vorticava come una lunga lingua pelosa. Mentre Giulio spintonava per farsi strada verso la classe, il prof di ginnastica gli sussurrò che le vacanze di Natale erano una benedizione di Dio, poi gli chiese conferma per il pranzo. Lui scosse la testa e rispose di no, tra la furia e la gioia, e in quel momento un conto alla rovescia rutilò nell’aria, dalla porta di ingresso, tre minuti in anticipò sulla campanella.
Pannocchia alzò un sopracciglio, mentre Giulio continuava per la sua strada fino a trovarsi di fronte all’ingresso dell’aula, a tu per tu con l’enorme seno perpendicolare della professoressa Sportiello, giovane e procace insegnante di sostegno dalle labbra rosso mattone e i riccioli umidi di lacca profumata. La ragazza gli sorrise e gli intimò di sedersi accanto a lei al pranzo, perché era l’unico collega che riuscisse a sopportare lì dentro. Il suo sguardo fece vacillare Giulio, poi lei avanzò, spingendo il suo petto contro quello di lui e lamentandosi per il casino. All’interno la classe era impegnata in una furibonda contesa per gli ultimi resti del panettone.
Giulio disse alla collega che non sarebbe stato dei loro, poi con un sorriso di scuse le strisciò accanto e penetrò nell’aula. Un alunno corse verso di lui con una fetta maciullata di panettone, lui ordinò che gliene portassero due, possibilmente intatte e non masticate. Una ragazzina segò quello che restava del dolce con un coltellaccio, che usò poi per tenere lontani un paio di compagni corpulenti e affamati. Giulio afferrò le fettine che gli consegnava e riuscì a impadronirsi di un paio di tovaglioli. Pensò se fosse il caso di procurarsi anche da bere, poi desistette.
Di nuovo sulla soglia evitò lo sguardo deluso della Sportiello, che però non gli risparmiò una nuova strusciata di mammelle prima che potesse accedere al corridoio. Il corpo di Giulio si irrigidì come travertino, nell’improvviso impulso di sbattere la donna contro lo stipite e cacciarle la lingua in gola, ma riuscì invece a sorriderle e penosamente si trascinò fuori.
Nel frattempo la massa di studenti si era spostata compatta verso l’uscita e Giulio poté avanzare verso l’armadio a vetri, nascosto ancora da troppe teste unte e berretti da baseball.
Chissà che fine aveva fatto la sua classe, pensò, ma proprio in quel momento la campanella suonò e un uragano umano proruppe fuori dalla scuola come un lago artificiale da una breccia nella diga.
Siamo cemento armato che imprigiona la gente, pensò per un momento Giulio camminando verso Amelia, che adesso spuntava come un piccolo scoglio fra ruscelli di ragazzini, e avanzò verso quel faro rosso e pallido che sembrava aver smesso di piangere.
Noi, la scuola, siamo soltanto una galera, si ripeté, e alzò le fette di panettone in alto, sorridendole.
La mano di Pannocchia spuntò dal nulla come quella del ragazzo in strada, e la prese per un fianco. Giulio vide Amelia sollevare gli occhi esterrefatti sul professore di ginnastica.
Rallentò mentre le urla, le risate e gli auguri di buon Natale dei ragazzi riempivano le strade e liberavano aule e corridoi, e vide Amelia sorridere – amaro, ma era pur sempre un sorriso – a quella faccia astuta che le parlava e accennava con la testa all’uscita. Il sorriso divenne una risatina. I capelli legati di Pannocchia parvero scodinzolare mentre la prendeva per la vita e con bonaria energia la trascinava via dall’armadio, verso il gruppo di professoresse della terza G che attendeva in un angolo, accanto al gabbiotto dei bidelli, cappotti indosso e borse a tracolla, pronte per il pranzo di Natale.
Giulio si bloccò al centro del corridoio mentre gli altri rimpicciolivano nella prospettiva. Alle sue spalle la Sportiello gridò di aspettarla, e lui sentì il profumo soffocante dei suoi capelli mentre lo superava sui tacchi per raggiungere i colleghi.
Uscirono tutti insieme, e una coppia di bidelle avanzò stancamente con scope e sacchi neri nella direzione opposta, verso le aule luride di festeggiamenti. Giulio si accorse che le mani con le fette di panettone si erano abbassate da sole, poi sentì la brigata ridere dalle scale, prima del cancello. Dopodiché fu silenzio.
Buon Natale, pensò. E come diceva Pannocchia, Dio ci benedica, a ciascuno di noi.

© Gianluca Wayne Palazzo

Il presente è il settimo di una serie di racconti ispirati al mondo della scuola. Chi volesse recuperare i precedenti li troverebbe qui sotto. Dello stesso autore, su Poetarum Silva, Fenomenologia del Nuntemove.

 

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