Gianluca Wayne Palazzo, “Gli undici addii” #6: Consiglio di classe

consiglio

Quel solito brusio di penne scivolate sul bancone della sala professori, i fogli ciancicati e le agende, le fotocopie fruscianti e l’ordine del giorno, il registro rosso dalla copertina ruvida per il verbale, sotto la faccia di uno scorato professore di musica, la plastica beige dei bicchierini di caffè della macchinetta, e poi un foulard, due foulard, fiumi di foulard da donna raggomitolati fra quadernoni, mentre una docente, la più anziana, faceva girare fra tutti una scatoletta metallica piena di caramelle…
Giulio ticchettava sovrappensiero sul registro personale, scorrendo senza leggerli i nomi e i cognomi della sua terza G. Già dieci minuti di ritardo accollati alla sua responsabilità di coordinatore, e mancavano ancora diversi colleghi. Avrebbe dovuto irreggimentare ogni intervento per sfangarla nei restanti cinquanta minuti, e questo significava frenare, imporsi, forse alzare la voce. Nell’anno di prova, come no, ottima idea…
Entrò agitatissima la vicepreside Zucchelli – storia e geografia nella sua terza G – scaraventò la borsa sulla tavolata e cominciò immediatamente a parlare.
«C’è Pannocchia? È già arrivato Pannocchia? Giulio, ti devo parlare della tesina. Mariagrazia, Luisa, poi vi racconto che è successo con la mamma di Noemi in terza B, ci risiamo come l’anno scorso…»
«Forse è meglio se cominciamo subito» fece Giulio «dovremmo essere un numero sufficiente ormai.»
«No, Pannocchia viene, me l’ha detto. Anzi, prima che arrivi…»
Si sedette e cominciò a strofinarsi i capelli dalla radice alla punta, gli occhi sbarrati appiccati in fronte alla Bergamotta, dall’altro lato del tavolo.
«A questo bisogna dirgli qualcosa» fece. «È già la seconda segnalazione che mi arriva…»
«Se non glielo dice la preside» squittì Bergamotta, con quelle sue consonanti sghembe e vocali rivoltate che facevano andare in bestia gli alunni mentre si svociava sugli impressionisti «glielo devi dire tu!»
«Ma che è ‘sta storia di Noemi?» domandò aggressiva Luisa Valdiserri, docente di francese. La vicepreside la ignorò momentaneamente, ma tritò una ciocca sotto le dita nervose.
«E certo, sempre io queste responsabilità» reagì, fissando Bergamotta. «Finirà che ci sfugge di mano, e siamo già in contrazione con le iscrizioni del prossimo anno. Se volete saperlo.»
«E beh…» cominciò Bergamotta, ma Valdiserri la sopraffece.
«È un’altra volta come la faccenda della Controriforma? È ripartita con la storia che solo il professore di religione può discutere di religione?»
«No, peggio. Quella se la sbrigò Moretti che è un pezzo di pane, stavolta ce l’ha con Antonietta che sta spiegando l’apparato riproduttivo a scienze.»
«Madonna…» mormorò scorata Valdiserri. «Ci farà una testa così al prossimo ricevimento.»
«Lascia perdere. Pannocchia deve stare molto attento. Stavolta addirittura una ragazzina di seconda. Sulle ginocchia gliel’hanno trovata mentre…»
Alfredo Pannocchia, il professore di ginnastica, varcò la porta dell’aula professori in quell’istante, il solito sorriso satanico sulla faccia, e salutò tutti con un gesto della mano. La giacca nera sottobraccio – era l’unico docente di educazione fisica che Giulio non avesse mai visto in tuta – gli dedicò un occhiolino e si sedette all’altro capo del tavolo, sfoderando un libro dalla cover multicolore dalla tasca e iniziando a leggerlo immediatamente.
Giulio riuscì a cogliere solo qualche parola del titolo, “You are…”, e per un momento gli sembrò uno di quei teen-fantasy che le sue alunne dodicenni si scambiavano nelle ore di biblioteca.
«Ah, Giulio» cambiò immediatamente discorso la vicepreside Zucchelli «sono in ritardassimo con il report per te. Puoi scrivermi tu due righe?»
Zucchelli era la sua tutor, spettava a lei l’ultima parola sul suo superamento dell’anno di prova. Doveva scrivere un documento in cui relazionava le sue attività didattiche e allegarlo alla tesina finale di Giulio.
«Vuoi che scriva io la relazione su di me?» domandò incerto.
«Solo due righe, uno spunto, poi ci penso io. Quindi Luisa, dobbiamo confrontarci per una risposta comune se la mamma di Noemi viene a rompere le scatole sulla posizione della Bibbia riguardo agli spermatozoi, e parlarne anche con Antonietta. Glielo puoi anticipare tu Mariagrazia?»
«Ad Antonietta?» protestò Bergamotta. «E quando la vedo?»
«Domani, al consiglio della terza B.»
Bergamotta mandò un gemito. Anche i suoi gemiti erano in dialetto, pensò Giulio. “Sulle ginocchia gliel’hanno trovata”, gli suonarono in testa le parole della vicepreside su Pannocchia. Si riferivano a un’alunna?
Guardò Pannocchia. Elegante nel vestire e becero nell’aspetto, con quella coda di cavallo che raccoglieva i capelli grigio bianchi, luminosi, la cui attaccatura partiva dal cervelletto, lasciando scoperto un cranio lustro e allungato nello stile dei teschi Maya, o forse, meglio, secondo la deformazione gigeriana di un Alien…
«Forse dobbiamo cominciare» disse.
I primi punti all’ordine del giorno scorsero tragicamente lenti, cavalli azzoppati presi a colpi di frustino incoerenti e affannosamente direzionati su sentieri stortignaccoli. Giulio spanse ogni energia a tirar via lo scafo dalle secche, tirando il morso ogni volta che qualcuno deviava il corso di quello stracco animale che prendeva il nome di “consiglio di classe”, tra un pettegolezzo e un aneddoto, e scansionò la graduale evoluzione del volto tumefatto del prof di musica nelle terre dell’esasperazione, rincuorandolo nei disperati tentativi di filtrare ciò che poteva comparire nel verbale da ciò che li avrebbe spediti dritti in galera. Finché tutti i nodosi e inconcludenti contributi di quel plotone indisciplinato si intasarono nel collo di bottiglia del caso “Marco Di Cesare”.
«Va sospeso!» latrò Bergamotta. «Sos-pe-so!» sillabò male, ma dalle labbrucce livide e disidratate uscì un irritante Zos-pe-sso.
«Pensiamoci bene» provò a dire Zucchelli, ma subito Luisa Valdiserri intervenne a dare manforte alla sodale, con cui spartiva la terribile ricreazione del venerdì: «C’è poco da pensare. Ha detto “troia” in classe, davanti a tutti, e ha preso la terza nota, o la quarta, non mi ricordo neanche più. Il regolamento parla chiaro. Così almeno non ce lo dobbiamo portare in gita.»
«Io gliel’ho tolta» mormorò Giulio. Si voltarono all’istante verso di lui. «Gli ho tolto la nota che gli avevo messo in narrativa.»
«E perché?» protestò Valdiserri.
«Perché ho ritenuto di togliergliela» rispose lui, trattenendo il rigurgito di bile che cominciava a sbollentare nella cistifellea.
«Ma tu non puoi…» cominciò Valdiserri, e subito Bergamotta le si accavallò sopra: «E la gita? Poi dobbiamo sopportarcelo in gita che…»
«Gliel’ho tolta» ribadì Giulio. «L’ho messa io, decido io. Non li portate in gita voi o sbaglio? Li porto io, sarà un problema mio. Sarei anche il coordinatore, quindi è meglio se andiamo avanti che sono già le sei e mezza…»
«Sì, come no, lo so io il perché…» replicò Bergamotta sottovoce, ma sempre al limite dell’ultrasuono, evitando di guardarlo. «Facciamo i ricevimenti privati…»
Giulio aggrottò le sopracciglia. La brodaglia acidognola nella pancia insufflò bolle di magma su per la trachea e lo costrinse a contare fino a cinque.
«Con me sono una buona classe» disse lentamente. «Se con te no, chiediti perché.»
«Perché sono dei maleducati!» strillò la donna.
«Pure con me fanno un casino» confermò Valdiserri. «Continuamente. Stai dicendo che non siamo brave come te? Ne sai già così tanto, nemmeno sei arrivato?»
Giulio guardò un momento la vicepreside. I capelli, torturati e flaccidi, penzolavano dalla fronte come alghe essiccate al sole. Abbassò lo sguardo sul registro e lesse il nome successivo.
«Alessia Lo Monaco» fece. «Qui non abbiamo problemi, immagino.»
«Insomma» bofonchiò Pannocchia dal fondo. Poi si alzò dalla sedia con un sopracciglio alzato e si diresse alla macchinetta automatica. «Qualcuno prende un caffè?»
«Che vuol dire “insomma”?» si lamentò la vicepreside Zucchelli.
E andarono avanti. Seguitarono a compitare nomi e a cercare qualcosa da ridire su ciascuno di essi. Giulio si ritrovò a circolare per l’aula, sopraffatto da episodi, aneddoti e scampoli biografici che non andavano da nessuna parte, domandandosi se forse non avevano ragione loro, se davvero non aveva una classe terrificante e non se ne era mai accorto.
Si ritrovò con un tè liofilizzato nella mano senza ricordare di averlo preso e si sedette al posto di Pannocchia, che era scomparso chissà dove mentre le professoresse si accapigliavano sulla questione cruciale del convocare o meno i genitori di Toninelli che giocava a pallone in corridoio. Prese distrattamente in mano il libro dalla copertina psichedelica che Pannocchia aveva abbandonato sulla tavolata.

 You are my Vero Amore

di Christine Cristallo

Bergamotta non ne poteva più di sequestrare pallette di carta, aveva il cassetto pieno. Valdiserri raccontò a tutti che la mamma di Vargiu aveva abortito e si sentiva in colpa.
«Ci credo, con quella figlia che gira sempre in minigonna come… come un…»
Giulio aprì la prima pagina.
Pioggia outside, pioggia inside. Dove sei? Con chi sei?
Zucchelli, senza rendersi conto dei sottilissimi fili che le erano rimasti fra le dita, chiese a tutti di andarci piano, perché le iscrizioni erano fortemente calate e l’anno successivo rischiavano di perdere una classe.
Giulio diede un’occhiata al risvolto della copertina, sotto la foto dell’autrice del libro, un primo piano in ombra.
“Mamma congolese e papà di Sant’Angelo di Piove di Sacco, Christine Cristallo è nata a Padova nel 2000…”
«Tu sei dei nostri per il pranzo natalizio, sì?» domandò una voce alle sue spalle. Alzò gli occhi su Pannocchia, che intanto frugava nella tasca del cappotto che aveva lasciato sulla spalliera della sedia.
«Ehm… sì, subito dopo scuola, no?»
Pannocchia ammiccò tenendo in bocca una sigaretta e in mano un accendino.
«La ragazza strana, dai, quella mezza matta…» disse Valdiserri.
«Ma quale?» chiese Zucchelli.
«Non lo so il nome, quella coi capelli rossi…»
Giulio si voltò a guardarle.
«No, quella sciroccata al pranzo no, eh…» ridacchiò Pannocchia, e prese la porta. Giulio lo guardò a bocca aperta, poi tornò a guardare le professoresse che ridevano.
«Riccio» bisbigliò il prof di musica.
«Mamma mia, sì, ho capito…» scosse le mani Bergamotta. «Secondo me è pure un po’… va beh, va’.»
Giulio si alzò in piedi.
«Un po’ cosa?» domandò. Bergamotta si irrigidì. Giulio allargò le braccia. «Beh?»
La professoressa di arte si strinse nelle spalle. «Io non ho detto niente.»
«Sì, tu non dici mai niente. A parte quando dici cazzate.»
Un terremoto di suoni e vibrazioni sorse da un ipocentro invisibile sotto alla tavolata e si diffuse lesto come un’onda concentrica.
«Giulio!…» cominciò la vicepreside.
Valdiserri rise, sconcertata, e Bergamotta divenne viola in faccia.
Giulio percepì i mugugni, i rimproveri e i movimenti tellurici che partivano dalle gambe sotto al tavolo e si propagavano alle sedie, alle braccia, raggiungendo i cappotti, le giacche, i registri e le penne, l’epidermide arrossata delle vecchie signore e i primi ticchettii d’acqua piovana sulle finestre poco pulite, già nel buio esterno che moltiplicava la luce dei lampioni dalle pozzanghere, e restò a fissare la macchinetta del caffè e delle merendine, mentre l’orchestra dei fiati, dei violini e contrabbassi professorali dilagava in piena e poi si ritraeva lenta, seguita dal rullio dell’armento docente, che vibrò tremolando e caracollò fuori alla campanella delle sette di sera, svuotando la sala come vino vecchio da una botte puzzolente.
Pioggia outside, pioggia inside, pensò Giulio.
Il resto del tempo fino a casa non se lo ricordò nemmeno.

© Gianluca Wayne Palazzo

Il presente è il sesto di una serie di racconti ispirati al mondo della scuola. Chi volesse recuperare i precedenti li troverebbe qui sotto. Dello stesso autore, su Poetarum Silva, Fenomenologia del Nuntemove.