Conseguenze. Inediti di Diego Bertelli con una traduzione

diego

Conseguenze

Aperitivo

Siamo seduti, coi calici che toccano le nostre labbra garbate, come fossero parole ma appena pronunciate. Conversiamo del vino, soffermandoci sul suo indicibile colore.
«Tu, bianca?», chiede l’uomo che passando tra i tavoli vende rose variegate.
A così poca distanza, lui non sa che porge a Bianca la conseguenza del suo nome.

*

Sei novembre

Camminare sul lungomare di Trieste,
paragonarla così ingiustamente
a un’altra città.

Che c’entra Genova? Che dici?
Adesso non ti sento.
………………………………Ridevano due matti
come noi del vento forte che si portava via
i discorsi, restavano pochissimi esempi
addosso alle maglie, e gli scorci e del tempo
perduto gran parte a toglierti di bocca
strane idee

era venuto il momento
che fermassimo le macchine
con la chiamata pedonale:
non vedevamo l’ora, non vedevamo il faro,
non sentivamo più le guance.

Siamo andati ancora avanti, siamo stati
così attenti a non morire come i gatti
ai semafori al freddo all’inizio
dell’inverno

non c’erano che strade in questo posto,
ma certo che c’erano anche i fatti,
bastava fermarsi a guardare
come morivano gli insetti
contro le luci, e sulle nostre mani.

Hai fatto una foto a questo golfo,
l’abbiamo guardata nello schermo,
ma tutto era diverso:

dov’erano nascoste
le persone che cercavano riparo?

Per ritrovarle e forse per sperare
di vederci ancora siamo andati
a comprare cartoline – ci siamo
scelti alla fine
per non restare insieme:

sorridevamo di profilo
senza troppa importanza,
e con un bacio dicevamo
che ci donava l’altra guancia.

*

Ferale

Sei di nuovo in bagno, la mattina poco prima delle sette, hai bisogno di pisciare. Stai bene finché non senti il freddo del rubinetto a contatto con le dita. Apri l’acqua e ti guardi allo specchio, ma solo dopo esserti lavato. Alzi la faccia chinata sul lavandino che non è mai del tutto bianco: sembra che ti abbiano picchiato. Non hai più quarant’anni in quei minuti, non ricordi come mai sei arrivato al bagno dalla camera da letto, non sai se la sveglia è davvero suonata, se la luce è sempre stata accesa: ti chiedi, senza darti una risposta, se quella è la luce del bagno, del giorno appena fatto o della sera prima.
Guardandoti meglio ti accorgi che l’occhio è un organo clemente, nel breve periodo tutto si aggiusta con un garbo che consola. Ti passi una mano sui capelli, li ricomponi subito dopo. Noti che hai bisogno di raderti domani o questo fine settimana. Dipende dalla voglia che avrai di dedicare quei noiosissimi minuti a regolare il trimmer, a cominciare dal lato sinistro, perché sei quello che vedi e non quello che tocchi alla tua destra, nello specchio. Quando accendi la luce accanto al lavandino per dare al volto uno sguardo più attento, chiudi gli occhi infastidito un’altra volta, passi la mano sulla fronte, fai scendere le palpebre come fossero un sipario: quel buio ti consola, ma non dura che un battito di ciglia. E poi, piano, t tocchi il mento: la sfumatura della barba è rimasta la sola a segnare una differenza con la gola, massaggi il pomo, ti accorgi che negli ultimi anni ti è venuto il doppio mento, quando sorridi o abbassi il viso. È un peccato che la pelle sia ceduta nel frattempo, la barba è necessaria, ma per fortuna ti sta bene.
Oggi è solo martedì, sul posto di lavoro ti aspettano loro, i colleghi, con cui condividi tanto tempo, ma senza l’entusiasmo degli amici. Quando pensi ai quei volti gesti di cui non sai davvero niente ti attraversano la mente. Immaginare cose atroci aiuta, pensi, a sopravvivere, se non a loro, almeno al freddo di novembre. Stacchi un pezzo di carta per soffiarti il naso, senti un leggero formicolio, vedi filamenti color rosso che sembrano tendini disordinati: si stendono su una sostanza gelatinosa nera e gialla cui mancano solo le ossa. Butti la carta igienica nel cesso, ne prendi dell’altra, ti pulisci per bene, getti via pure quella: piscio, muco e sangue, con qualche capello che toccandoti la testa è rimasto tra le dita. Guardi quella sostanza macchiare di ombre la carta che la ricopre al contatto con l’acqua; esiti un momento, poi tiri lo scarico, togliendoti i vestiti. Ti volti un’altra volta, davanti allo specchio, ti dai un’ultima occhiata: non c’è nulla che non vada veramente, mancano solo quindici anni.

*

Da lontano

Ho saputo che hai iniziato a morire,
che stai imparando una serie più nuova
di dolore. In ospedale veniamo a trovarti,
senza alcun senso sorridiamo,
e tu con un filo di voce racconti,
ripeti male le parole del dottore.

Non ti rimangono che vaghi paragoni,
e mentre parli non riesco a capire
perché nascere e non anche morire
abbia una forma incoativa.

Da parte nostra abbiamo capito che la vita
non può consolare la morte, ma il contrario:
a te più grande il dovere di farci sentire
un po’ meglio per quello che succede.

*

Brutta bestia

L’amaro in bocca e altri liquori
per adeguarsi alle emozioni
degli altri; gli avanzi di una
persona a cena, con la speranza
che non passi troppo tempo
prima di farla ancora a pezzi.

Cos’è che adesso mi libera
la gola dal groppo dei ricordi
se non un’insalata?

Aprendo il frigo prego Dio
perché non mi abbandoni
in quest’ultima mia ora.

L’amarezza dell’indivia nel piatto
è la vita.

*

Adesso

Adesso che non ti vede più nessuno, alzati presto e cammina da sola per la strada. Ti consiglio di non aspettare la bella stagione, perché una luce incerta rende tutto più chiaro a chi passeggia. E cerca di non vestirti troppo, di sentire il freddo quel tanto che basta da farti stringere le spalle, abbassare il viso, sistemare il colletto del cappotto con la mano. Io spero proprio che la morte sia come volevi, che ci accolgano le case sfitte del mare, ma tutte arredate, con il gas e la luce allacciati per farci da mangiare. Spero davvero che in fondo al tunnel ci sia un baule di vestiti per ognuno di noi, e che possiamo ancora farci una doccia per non avere l’odore di una notte chiusa. E spero anche che non sia necessario incontrare nuovamente chi ha fatto parte della nostra vita, ma che restino invece i ricordi che servono per evitare volti conosciuti. I morti si vedranno come si vedono i vivi, ma non si parleranno, perché sanno che è meglio non farsi speranze sui sentimenti eterni. Sarà questa la vera ricompensa, e non il cielo, perché lì non c’è niente, come dimostrano gli aerei. Dicevi sorridendo che una volta chiusi gli occhi ci arrenderemo a non sapere alcune cose: se ad esempio le nuvole sanno di forte di umido, come tutti i piani terra di Firenze.

*

Edison

Appoggio la colazione sul tavolo: un caffè lungo e una pasta alla crema. Prima di iniziare a mangiare tiro fuori il cellulare per controllare se ci sono messaggi. Un minuscolo insetto comincia a ronzarmi intorno, ottuso e insistente. Lo guardo, sembra uno dei quei moscerini della frutta, con un gesto annoiato lo scaccio. Si riavvicina, con una tenacia che pare sprezzo del pericolo, se non fosse solo istinto e tecnica di volo. Lo allontano un’altra volta, infastidito, ma ritorna: per qualche ragione che ha a che fare con la luce e l’olfatto, sembra davvero che non possa fare a meno di occupare quello spazio. Cedo a una rabbia che è eccessiva, cerco di ammazzarlo. Con una mano afferro la pasta alla crema per scostarla, penso che basti la destra per chiuderlo nel palmo e stringere fino a schiacciarlo; seppure sia veloce, riesco solo a creare spostamenti d’aria che non hanno alcun effetto sul volo dell’insetto. Sono secondi in cui i nostri movimenti appaiono sincronizzarsi sulla mancanza di uno scopo, una figurazione sterile, senza alcun significato. Dopo quei gesti, l’insetto scompare. Immediatamente avvicino la pasta alla bocca, quando ecco che il moscerino vi si poggia come polline trasportato dal vento: tocca la superficie, aderendovi. Stavolta cerco di allontanarlo per non doverlo far morire sulla mia colazione; soffio leggermente, cercando di limitare il nugolo di zucchero filato che si alza sulla superficie della pasta. La risposta dell’insetto si compone di movimenti brevi e ripetitivi: un salto in verticale che finisce esattamente nello stesso punto di prima. Il moscerino, quasi ebbro, sale e scende come se lo tenesse legato una corda invisibile. Decido di ucciderlo nuovamente, posando la pasta nel piattino, determinato adesso, libero entrambe le mani. È allora che il moscerino si alza in volo e si getta dritto nel mio caffè. In meno di un secondo le ali si spargono sulla superficie cremosa dell’espresso. Il suo corpo ha un fremito e non si muove più.

Le affinità genetiche tra gli esseri umani e la Drosophila Melanogaster non sono state studiate sul piano delle tendenze suicide.

*

Favola breve*

“Ma guarda”, disse il topo, “il mondo diventa, ogni giorno che passa, sempre più piccolo. All’inizio era tutto talmente vasto che ne ho avuto paura; proseguendo, alla fine, mi sono ritenuto fortunato ad aver visto, in lontananza, muri avanzare da entrambe le parti. Ma questi lunghi muri, adesso, mi vengono incontro così velocemente l’uno dietro l’altro che già mi ritrovo nell’ultima stanza, e là, nell’angolo, c’è il caso, al quale vado incontro”: “Tu dovevi soltanto cambiare direzione”, disse il gatto, e se lo divorò.

* Il testo, intitolato Kleine Fabel, è una traduzione di Franz Kafka.

*

I premiati

A Francesco

Petr Hruška, poeta ceco, ha raccontato al Premio Ciampi che ai suoi tempi il regime comunista aveva proibito persino la tristezza. L’ha detto la sera di un giorno in cui insegnavo storia in terza media. Quel mattino avevo letto ai miei studenti il passo della dichiarazione d’indipendenza americana in cui si riconosce a ogni uomo il diritto a perseguire la felicità. La questione non sta nel paragone, ma solo in una mia personale impressione: preferisco cercare la tristezza là dove è proibita, che la felicità dov’è concessa.

*

San Miniato a Monte

Quando passavi accanto a un cane lo sentivi ringhiare, lo vedevi avventarsi col muso e col morso, il guinzaglio si tendeva come un nervo tra le mani del padrone. Ma tu, con una voce come quella che si usa coi bambini, cercavi di ammansirlo. Durava un momento, poi senza riuscirci te ne andavi.
Chissà perché i cani abbaiavano ogni volta che passavi? Una volta a San Miniato a Monte mi dicesti che sentivano i morti che ancora ti stringevano le mani.

Diego Bertelli (Pietrasanta 1977) vive negli Stati Uniti e lavora come Advanced Lecturer presso l’Università del Kansas. Ha pubblicato saggi e articoli su riviste italiane e internazionali e sui litblog «Le parole e le cose», «Minimaetmoralia» e «Puntocritico». Collabora con la sezione secondo Novecento della «Rassegna della letteratura italiana», con la rivista «Atelier» ed è il curatore del sito ufficiale di Bartolo Cattafi (www.bartolocattafi.it). Nel 2005 ha pubblicato per le Edizione della Meridiana la raccolta L’imbuto di chiocciola (Premio Astrolabio Opera Prima 2008). Fa parte dell’antologia Toscani Maledetti (Edizioni Piano B 2013), a cura di Raoul Bruni.

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