Sua Maestà il Coniglio: “Rabbit!” di Lorenzo Allegrini

Come l’Oblomov di Gončarov, Rabbit è inattivo, rinunciatario, totalmente astensionista. Vive di rendita grazie alle sue proprietà (che erano terre in Oblomov, case in affitto per Rabbit). Passa anche lui a letto la maggioranza del tempo, accudito e protetto. L’impressionante idea di Gončarov (un illimitato rifiuto di agire e di vivere fattosi personaggio, paragonabile solo al Bartleby di Melville) è quindi mantenuta, e il passaggio dal romanzo ottocentesco alla pièce di un solo atto diventa possibile proprio grazie all’immobilismo del protagonista, un’attitudine che trova la sua forma drammaturgica ideale in quella tipologia di dramma novecentesco definibile come dramma statico (creata dal belga Maeterlinck, resa memorabile tra gli altri da Beckett e Pinter). Cambia il rapporto con la Storia: anche se Oblomov adempie una classe logica potentissima e universale, resta forte il legame con la realtà del suo tempo, con una Russia ottocentesca arretrata e latifondista, estranea al progresso europeo; Rabbit! si svolge invece dentro una contemporaneità vaghissima, gli stessi possedimenti del protagonista (gli “immobili”) sembrano essere figura della sua condizione (“… lo sai, ho preferito investire i soldi di famiglia sul mattone, perché quello si smuove di poco…”, Scena 4) senza agganci diretti con l’attualità. Il “rabbitismo” diventa insomma una sorta di oblomovismo ancora più assoluto. Ma a separare le due opere, a parte le ovvie constatazioni, è tutto il teatro dell’assurdo che è passato nel mezzo, e che ha reso il grottesco russo ancora più stralunato e prossimo al non senso. Non prende mai piede però un puro ed euforico gioco col significante, la tragedia del significato prevale comunque. C’è insomma più Pinter che Ionesco.

Nella prima scena, Rabbit ci appare come un Amleto sul tono minore: “Meglio dormire. Meglio essere incoscienti il più possibile, meglio sognare, perché nei sogni accadono un sacco di cose, ci si diverte molto, molto di più”. Eppure anche questo personaggio così trasandato e irresoluto possiede una qualche regalità, quella che Freud riconosceva a ognuno di noi nella primissima fase della vita: Rabbit continua cioè, anche da adulto, a essere Sua Maestà il Bambino, totalmente egoista e dipendente dagli altri, al tempo stesso inerme e dominatore. Per quanto il ritorno all’indietro, al buio dell’utero, sia fin da subito presentato come un evento impossibile e un’impresa auto-annientante (“Se uno si lancia dentro una coperta quella non si spezza mica, anzi quella ti abbraccia tutta, t’imbroglia, t’illude che raggomitolarsi, essere feto di nuovo, è un sogno come un altro, un futuro realizzabile. Invece non è che un’utopia, e io lo so che queste coperte colorate, sotto, sono buie come una tomba”, Scena 1), il protagonista rimane avvolto tra le coperte come di nuovo in fasce, trattato “come un bambino” dal suo domestico Orazio; sublima il ricordo della propria madre, “bellissima” (Scena 1), con toni oblomoviani di nostalgia languida, che però il testo mette anche in ridicolo; apprezza il disordine della stanza perché gli ricorda “la confusione della [sua] cameretta di quand’[era] piccolo” (Scena 6). Rabbit ha un nome da cartone, “un’età indefinibile”, vive in mezzo a peluches coi quali parla e che tratta anche con modi da dittatore. Questa portentosa regressione infantile, alla maniera di Oblomov ma anche del malato immaginario di Molière (il travestimento finale di Orazio ricorda d’altronde alcune cialtronesche figure di medici molieriani), è aggravata però da amletiche ansie filosofiche che girano tutte intorno allo stesso inaccettabile scandalo per un adulto-bambino: il Tempo che passa, cardine del principio di realtà.

Sono i momenti nei quali l’atteggiamento del protagonista diventa agonistico, e le sue parole non hanno più nulla di comico (“Riuscirò a batterti tempo! A fermarti maledetto traditore che mi lavori contro ogni secondo, ogni centesimo, ogni infinitesimo attimo”, Scena 5). Subito dopo questo sfogo trionfale, Rabbit è colto dalla terribile visione del proprio corpo lentamente avviato verso la consunzione (“Guarda il mio naso, è storto verso destra. La mia bocca è indifferente, non parla mai del suo sgretolarsi continuo”, Scena 5). L’ossessione del Tempo struttura interamente questo personaggio: la sua stessa condizione di rentier, e il suo non prendere politicamente posizione (né progressista né conservatore, e quindi, in definitiva, conservatore) non sono che modi differenti per opporsi all’inevitabilità del cambiamento percepita come odiosa ingiustizia.

Due fra i personaggi principali del romanzo di Gončarov, e cioè Andrea Stolz, il miglior amico di Oblomov, e l’amata Olga, in Rabbit! vengono rispettivamente ridotti a un manichino (con fattezze simili allo stesso Rabbit) e a una bambola gonfiabile. Stolz in particolare dovrebbe essere, come nel romanzo, l’alter-ego attivo e volitivo del protagonista, qualcuno capace di agire e quindi di fronteggiare il Tempo costellandolo di momenti significativi (“Sì, perché lui ha capito quanto sia breve la vita, come un soffio, oppure un lampo, che ne so. E allora cerca di farla a pezzettini, di dividerla in infiniti attimi. Io, invece, faccio il contrario, la rendo un unico infinito attimo, inutile”, Scena 6). Un vero progressista, in grado “di dirigere se stesso, gli altri e perfino il destino” (Scena 4, più volte). Ma di fatto resta solo un manichino, e quindi il rovesciamento dell’azione, così come la bambola Olga è il rovesciamento dell’amore, della vita insieme, del sesso e della discendenza (e il trionfo dell’onanismo, del girare intorno soltanto a sé stessi). L’unico personaggio in carne e ossa oltre a Rabbit, il domestico Orazio, si rivela invece un farabutto, mentre quelli che non appaiono mai, inventati dallo stesso Orazio, hanno nomi bestiali (l’amministratore Maiale, il Dottor Avvoltoio). I segnali dall’esterno sono insomma sconfortanti, e non può nascere un vero rimpianto della vita agita, vissuta. Come in Oblomov, ci arriva anche un qualche sollievo dalla scelta di non agire, ed è la conclusione ambigua a cui giunge il protagonista: “Oh mamma, ma ci sono: l’altro è qualcuno e io… sono nessuno. Che bello!”. Di fronte alla realtà, al tempo che passa, alla necessità di agire, Rabbit se la dà a gambe, come un coniglio. E il modo migliore per darsela a gambe è non muoversi.

@ Andrea Accardi

(Pubblichiamo a seguire le prime tre scene dell’opera e una breve biografia dell’autore)

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ATTO UNICO

Liberamente tratto dal romanzo Oblomov, di Ivan Gončarov

Una camera da letto. Arredata in modo grottesco. I mobili sono tutti assemblati al centro del palco. Ci sono un letto, una poltrona, un appendiabiti in acciaio da negozio di abbigliamento. C’è un televisore rivolto di spalle agli spettatori. Un lenzuolo, come un grande specchio, è sospeso sopra il letto (una sorta di baldacchino), in modo da proiettare una sorta di immagine duplicata verso il pubblico. Dappertutto peluche a forma di animali (essenziali: un cane, un gatto, un maiale di peluche, un topo e un tacchino).
Rabbit veste con un pigiama più grande della sua taglia e indossa delle grosse ridicole pantofole. Cammina strascinandosi, ha lo sguardo sempre indolente e un’età indefinibile; ha una carnagione pallida e dà un’impressione di mollezza da apparire quasi liquido. Musica come un’ouverture ammiccante, con coda di note siderali prolungate da iperspazio.

SCENA 1

RABBIT: (Mentre parla si guarda nel finto specchio. Lo sguardo è fisso e il tono filosofico, come estraniato) Sono le otto, o non ancora le otto? O finalmente le otto? Ah, fossero almeno le nove, nove e mezza. Brrr…Dio, è un freddo cane, soprattutto di mattina in inverno. (Si scuote per un brivido, abbraccia il maiale di peluche) Tutto qui dentro riposa, / in quiete perfetta, / tutto sta, / come congelato!/ Niente si sposta, / tutto aspetta; c’è ogni tanto qualche chiacchiera, / che attende di esaurirsi in altro, / ulteriore, / estenuante silenzio, ma nei fatti / è già silenzio. E io / dovrei rompere questo incantesimo? Infrangere una coperta imbottita? Ma poi, come si fa? Se uno si lancia dentro una coperta quella non si spezza mica, / anzi quella ti abbraccia tutta, t’imbroglia, t’illude che raggomitolarsi, essere feto di nuovo, è un sogno come un altro, un futuro realizzabile. Invece non è che un’utopia, / e io lo so che queste coperte colorate, / sotto, / sono buie come una tomba. (Pausa. Si siede. Ticchettio lento della sveglia) (Parla come a se stesso) Ma in fondo quanti come me credono di essere ancora vivi, corrono corrono ma in realtà sono talmente cadaveri da non sentire più nemmeno il tanfo della loro decomposizione. Brrr…Dio, quanto è freddo, un freddo cane. Ho freddo sulle spalle, ai piedi, alle mani (Si limita a volgere lo sguardo verso dove lamenta i dolori.) Mi fa male anche la gamba sinistra, ma se mi sdraio il dolore se ne va. (Pausa. Rivolgendosi al pubblico. Ticchettio normale della sveglia) Forse la circolazione scorre meglio per orizzontale. (Fa un segno di traverso con la mano) Dormo un altro po’, è meglio, non mi conviene alzarmi dal letto, non ho niente da fare. Dovrei fissarmi sulla televisione? Annoiarmi su un libro? Meglio dormire.
Meglio essere incoscienti il più possibile, meglio sognare, perché nei sogni accadono un sacco di cose, ci si diverte molto, molto di più. (Pausa. Ticchettio molto veloce della sveglia) Che freddo, di mattina fa un freddo cane. (da sotto la coperta – biblica) Scrivono che la terra si raffredda sempre di più, e un giorno sarà tutta gelata.

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SCENA 2

Suona la sveglia. Rabbit la spegne. La sveglia suona ancora. La lancia per terra, ma quella ancora trilla. In quel momento entra Orazio (dalla sinistra) vestito da domestico. Spegne la sveglia come si deve e quella smette di trillare.

ORAZIO: Signor Rabbit, sono le dieci e mezza.

RABBIT: (Spunta di scatto dalle coperte con il volto tirato, gli occhi ancora assonnati e la bocca arcuata per disapprovare) E beh?

ORAZIO: Signor Rabbit, mi ha chiesto lei, ieri sera, di svegliarla al massimo per le dieci e mezza.

RABBIT: (Ancora in bambola) Tutto era facile e allegro… C’era la mia baby-sitter che guardava con me la televisione… Mi passava le costruzioni, e le macchinine sparse per terra… E anche mia madre era là in piedi, bellissima…

ORAZIO: …una santa…

RABBIT: …come quando mi aspettava per pranzo dopo la scuola, con le tagliatelle con la panna, i piselli e la salsiccia… Se mi sbrigo (Si getta nelle coperte, voltato dalla parte opposta rispetto a Orazio) forse mi stanno ancora ad aspettare.

ORAZIO: (Fa un passo verso di lui e standogli sopra con un po’ di sadismo) Signor Rabbit, mi ha chiesto lei, ieri sera, di svegliarla al massimo per le dieci e mezza. E di insistere, se avesse opposto resistenza.

RABBIT: Si! Allora sempre io ti ordino stamattina di lasciarmi dormire ancora: sono stanco di non far niente, anche oggi non ho niente da fare quindi mi stancherei di nuovo, e avrei di nuovo bisogno di dormire. (capisci?)

ORAZIO: Se me lo ordina lei, signor Rabbit.

RABBIT: Si te lo ordino, vattene!

ORAZIO: (Fa due passi verso la porta, poi ci ripensa e si ferma) Comunque…

RABBIT: Vattene!!

ORAZIO: Nella posta c’era una cartolina per lei.

RABBIT: (Lusingato) Anche oggi? mi pensano sempre. E di chi è?

ORAZIO: Dei suoi amici, i gemelli Passero.

RABBIT: Ah, i Passero, sono sempre in volo quelli! E da dove scrivono?

ORAZIO: Dalle isole Lòfóten.

RABBIT: Come?

ORAZIO: Ló-fó-tten.

RABBIT: Come Lofotten?

ORAZIO: Lòfóten , forse.

RABBIT: Ma che posto è?

ORAZIO: Norvegia, signore. Nel nord, per l’esattezza.

RABBIT: (guarda Orazio e in tono definitivo) Isole Lòfoten… E cosa scrivono?

ORAZIO: (Leggendo la cartolina) Quassù la notte non finisce mai, (Esagerando) vedessi che spettacolo! Saluti, Giorgio e Gianluca.

RABBIT: (Estasiato, lentamente) La notte non finisce mai? Bellissimo! Fai vedere la cartolina… (Guarda cartolina e la appoggia sul comodino) Ora vai su…

ORAZIO: (Rifà due passi verso la porta, ci ripensa e si ferma ancora) Ah, dimenticavo…

RABBIT: Vai, vai. (Sempre guardando l’altarino con la cartolina)

ORAZIO: Questa mattina è arrivata anche una lettera dell’amministratore delle sue proprietà, il dottor Maiale. Naturalmente non l’ho aperta, ma se le ha scritto è possibile che sia importante.

RABBIT: (guardando cartolina+gesto con mano) Sei certo ch’è indirizzata a me?

ORAZIO: (Risentendosi) E a chi dovrebbe scrivere l’amministratore, a me? (Riprendendosi) È scritto a chiare lettere sulla busta, signore: per il dottor Rabbit. (Rabbit salta giù dal letto quasi colto da un attacco isterico, poi strappa di mano a Orazio la busta e comincia a vagare nervosamente per la stanza; si gratta la testa, sembra perplesso, infine getta la busta sul comodino). È sicuro di sentirsi bene, signor Rabbit?

RABBIT: (Tornando a letto) Ho bisogno di dormire, Orazio, ho bisogno di dormire, vattene!

ORAZIO: Ma non ha nemmeno aperto la lettera, mi scusi se mi permetto… potrebbe trattarsi di una cosa molto importante e molto urgente.

RABBIT: (Tirandosi su di nuovo dal letto e muovendosi eccessivamente, da isterico) Ma è una maledizione! Tutte a me le sfortune! Adesso che faccio, che ne so io di amministrazione, Dio che disgrazia!

ORAZIO: (Dietro, come a un bambino, toccandolo pian piano) Signore, su, si calmi. Potrebbe anche essere una cosa da niente, una stupidaggine. Non sa ancora qual è il problema. E nemmeno se c’è un problema. È possibile che io mi sbagli, e che il dottor Maiale si sia solo sentito in dovere di mandarle un’informativa…

RABBIT: (Voltandosi di colpo e urlando) Silenzio! Stronzo. (Rabbit e Orazio si guardano un attimo poi Orazio fa per andarsene) Non vedi che mi scoppia la testa? (lamentandosi come un bambino)

ORAZIO: (Si volta di ¾ verso Rabbit) Signore, le porto la colazione a letto. (fa per riandarsene ma è stoppato)

RABBIT: Ma che colazione! Dove credi di andare? Adesso mi aiuti a leggere la lettera…

ORAZIO: Ma… Veramente io…

RABBIT: Forza, vieni Orazio, (indicando il letto) qui, no… qua. Anzi no. Accosta la poltrona al letto sennò finisce che ti appisoli. Lascia perdere, sennò non arriviamo mai. (Cambiando tono) Tu guarda in che schifo di camera mi fai campare, c’è sempre un disordine incredibile, e mai che ti venga voglia di pulire!

ORAZIO: (Un po’ seccato) Signor Rabbit, le faccio notare che lei non esce mai da questa camera e questo rende impossibile ogni pulizia.

RABBIT: Spiegami da quando un domestico si permette di usare un tono simile col padrone…(Orazio sta per mettersi seduto) Zitto!(Orazio si rialza di scatto senza guardarlo) e mettiti seduto (Orazio si siede). Oooo adesso la leggo. (Fa per aprire la busta, poi la passa a Orazio) Anzi la leggiamo… leggila tu. (Poi quando Orazio sta per aprirla urla) No! (Poi normale a Orazio) Orazio, prima voglio fare colazione, (verso il pubblico) ho una fame da lupo.

ORAZIO: (Al pubblico)“A rabbit as hungry as wolf” (tra sé ridacchiando)…un coniglio con una fame da lupo. Buona questa.

RABBIT: Cos’hai detto?

ORAZIO: Umor british, mister Rabbit.

RABBIT: (Furioso) Mi stai prendendo in giro? Come ti permetti! Ràus!

ORAZIO: Sì, vado signor coniglio (poi correggendosi) signor RABBIT. (esce verso destra)

RABBIT: (Tra sé) Un coniglio con una fame da lupo… Che stupidaggine, non fa ridere per niente! (guarda a lungo prima la lettera e poi la cartolina mimando atteggiamenti diversi)

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SCENA 3

Orazio rientra da sinistra con un vassoio (di quelli che si appoggiano sul letto), con sopra una tazza di latte, una busta di biscotti e delle pastiglie. Lo appoggia sul letto davanti a Rabbit.

ORAZIO: (accennando alle pastiglie) No! Prima le pastiglie!

RABBIT: (le deglutisce) Che buono! Latte e biscotti! (Ne mangia avidamente e parla con la bocca piena) Ahh (piacere+rutto) Va bene Orazio, leggimi la lettera.

ORAZIO: (Apre la busta, comincia a leggere. Mentre legge le parole scritte in grassetto fa finta di avere problemi di vista per calzarle di più con un certo piacere sarcastico ) Egregio dottor Rabbit, mi spiace comunicarle che parecchie delle sue case avranno bisogno di un lavoro di ristrutturazione (Rabbit si rizza con le spalle), in quanto mi risulta difficile continuare a proporre canoni a ribasso a nuovi affittuari, visto il degrado (Rabbit comincia ad allontanare leggermente il vassoio in fondo al letto e durante la battuta si pone pian piano sulla destra del letto ) che hanno raggiunto alcuni appartamenti di sua proprietà. Coloro che possono pagare scelgono abitazioni più nuove, e in molti dei suoi appartamenti vanno oramai ad abitare soltanto famiglie che non possono permettersi di pagare l’affitto (Rabbit scende dal letto e comincia ad aggirarsi istericamente), tant’è vero che nel corrente mese non potrò versarle, tra i proventi complessivi di tutti i pagamenti, tre dei canoni che io gestisco per suo conto. Provvederò personalmente agli sfratti nei termini consentiti dalla legge, le consiglio comunque di non rimandare i lavori. Non è più possibile rinviare un investimento che si aggira intorno ai 3 milioni di euro, in quanto…

RABBIT: (Sbotto finale a sentire 3 milioni di euro, Rabbit strappa di mano la lettera a Orazio) Oddio, mi vuole rovinare, quel Maiale mi vuole rovinare! Fai vedere!… (Scorre la lettera e si dispera – Dove c’è l’asterisco Orazio deve dire:“Eh si!”) Nuovi sanitari in corso Garibaldi…* Imbiancare *… Mammamia come faccio!… L’appartamento di via Cavour necessita di nuovi infissi alle finestre*, pure*!… Rinnovare la cucina del bilocale di via Balbo…* Questa lista non finisce più: 3 milioni di euro!… Dio, perché tutte a me, perché? (Si siede sul seggiolino di sinistra) Dio, perché mi hai abbandonato!

ORAZIO: Ma signore, è molto che non spende per i suoi appartamenti. Questi sono investimenti che ogni tanto occorre fare.

RABBIT: (Rabbit getta via la colazione con violenza) Ma chi ti ha chiesto niente! (guardando in terra quello che ha combinato, da padrone e senza urlare dice) Prendi i biscotti e porta di là il vassoio! (Al pubblico) Devo riposarmi / per forza. (Andando a letto) Mi occuperò più tardi di questa lettera.

ORAZIO: (Raccolti i biscotti) Sì, signor Rabbit, vado, signor Rabbit. (Esce da destra)

Rabbit lo segue con lo sguardo, poi quando esce si infila nelle coperte, ma si volta e rivolta ancora nel letto: è agitato e non riesce a prendere sonno – qui ci dovrebbe essere tutta la scena di Rabbit che si muove a intervalli sempre più ridotti per poi fermarsi quasi a sembrare morto. Orazio torna indietro a verificare…

(FINE SCENA 3)

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Lorenzo Allegrini è nato l’1 gennaio 1982 a Fabriano, cittadina dell’appennino marchigiano. Da cinque anni vive a Torino, dove lavora come redattore economico per l’agenzia di stampa LaPresse. Oltre che a Roma e a Milano, ha vissuto per qualche periodo a New York e a Mosca. Mastica un discreto russo e il suo poeta preferito è Vladimir Majakovskij. Autore di poesie per diletto, ha partecipato a diversi reading durante gli anni universitari di Perugia e ha scritto quattro sceneggiature teatrali di cui è andata finora in scena soltanto “Rabbit!”, che ha debuttato al Teatro Gentile di Fabriano lo scorso 11 aprile 2015, con gli attori Mauro Allegrini e Laura Pavoni, guidati dalla regia di Giovanni Boni.

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