Mariangela Gualtieri “Le giovani parole”. Recensione

le giovani parole gualtieri copertina

Mariangela Gualtieri, Le giovani parole, Torino, Einaudi, 2015, pp. 160, € 12,50

Una nuova raccolta di Mariangela Gualtieri implica sempre un’attesa e un desiderio insaziabili. E tuttavia, come le altre già lette, si sa da prima – da molto prima – che anche la novità potrà essere una sorpresa, potrà aggiungere nuova bellezza alla bellezza che vive e risuona altrove.
Le giovani parole è un volume uscito qualche giorno fa per i tipi di Einaudi, che non tradisce affatto le aspettative, un dono che richiede attenzione al lettore, la stessa attenzione che ha avuto in passato e che si moltiplica di lettura in lettura. Il linguaggio di Gualtieri – che è poi il linguaggio del Teatro Valdoca da lei fondato con Cesare Ronconi – possiede una straordinaria forza rigeneratrice qui in forma di “respiro largo”: «Nasce continuamente», per citare un suo famoso verso da Caino (Einaudi, 2011). La sua qualità è soprattutto una, e anche in questa raccolta evidente: una “levità” che quindi contiene in sé delicatezza e grazia insieme, comunque totalizzante, appresa, sottesa ed espressa nella formula di una poesia che “accade” soprattutto, e “fa accadere” poi. L’accadere poetico va inteso come accadere del testo, ma si può parlare in questo caso più che in altri della nostra poesia contemporanea, di un accadere che è anche vocale, di “voce”, strumento che dà luogo al poetico, che risuona nella scelta della parola. Se tutto ciò era vero già in passato lo è ancora qui, dove il titolo Le giovani parole può confermare e, allo stesso tempo, affermare questo portato, di ritorno alla terra, al mondo sensibile, allo ieri ma anche all’umano, talvolta trasfigurato in comparsa, talvolta nella sua veste di carne, dotato di parola o manchevole della stessa. L’ideale spirituale – che pur mantiene la propria dimensione laica – e l’immanente, si congiungono di nuovo, si reinventano, rivengono al mondo: lo dice la poesia di copertina in cui figurano almeno tre sostantivi chiave della raccolta e della poetica di Mariangela Gualtieri, ossia “cielo”, “amore”, “silenzio”, cui si aggiungono “mistero” e “pane”.
Se la prima sessione riporta all’«ebbrezza di vita connessa a ogni forma della natura», la seconda si annuncia in morte della madre, continuando tuttavia un dialogo alla pari, che non tradisce mai il punto d’arrivo, la parola poeticamente e fatalmente efficace. Il luogo, pure, e il tempo, sono qualcosa che accade sotto l’osservazione del poeta e che il poeta comunica: avvengono cioè in un linguaggio “semplice” e nel linguaggio tutto, nel verso e infine nel ritmo che, anche in questa raccolta, dà – o concede – la misura del tempo.
Non mancano i testi nati per il teatro (è il caso di Studio dello stare fermi, nato come monologo in O tu reale scontrosa felicità, Teatro Valdoca 2012) e quelli dedicati a Bruno Schulz; oppure lo spunto tratto da Borges di Bello mondo, in cui si annoverano moltissime voci poetiche amiche di Gualtieri (da Rimbaud a Stevens, da Sant’Agostino alla Rosselli), o gli Esercizi al microscopio che molto hanno a che fare con la biologia, che più volte interseca qui i versi.
L’esercizio, per l’autrice, è anche un “risparmiare fiato”, un respirare poetico consapevole e che mai pesi (sia senza peso, per dirla ancora con le sue parole), che si allunghi o si accorci con consapevolezza, «Facilement, facilement» per dirlo con Cristina Campo e «con lieve cuore, con lievi mani / la vita prendere, la vita lasciare…» per dirla con Hofmannsthal.

© Alessandra Trevisan

Questa recensione è stata tradotta in francese da Silvia Guzzi e si può leggere qui.

Nella mia testa non c’è altro che mare
altro che mare incantatore – altro nient’altro
che mare e sole in un crescendo silente
e dormiente.

Parla un mistero. Tace un mistero
e solo il corpo entra nel fiore
nel fiore d’acqua.

*

Eccomi. Sole celebrante
sprigiona l’intero mattino.
Polveri d’amore eseguono orme
e una pista conduce fino sotto
il cuore. Parole.
Staremo nell’ascolto pellegrino
all’incrocio fra stelle e zolle
dove l’inafferrabile stormisce
e guizza altrove.
Saremo
completi di una salute potenziale
con un ridere
che partecipa tutta la stagione
in giusto canto. Venite.
Potenze
del mattino, riconosciute
per sottigliezza.

Ah! come mi abbandona ora
l’umana solfa e tutto viene
manifesto in splendore.
Questo stare appesi ad un respiro corale
dove anche il rospo concorre a questa luce.
Si frappone fra la mano e ciò
che la conduce un piano obliquo
di dolcezze. Un nascere delle cose
al giorno e tutte spogliate
le vecchie forme sono ricreate.

Buongiorno a voi che non vediamo.
Ciò che non vediamo
preme. Preme e viene
viene e sappiamo ciò che l’animale
conosce e non rivela.
Restiamo ancora un poco.

*

Ogni giorno partorivo la mamma
aggiustavo sul guanciale le forme
di quel suo stare rovinato.
Con parole rimpicciolite
modellavo il suo corpo disteso
agitavo lo stagno del suo sangue.
Dal suo pozzo sillabava lenta lenta
come fosse da molto lontano.

Partorivo la mamma, la tenevo
di qua. Lei che piano mollava
scivolando sul fondo fangoso.
Che fatica allora che lungo sgravare
che infinito lento precipitare
che terminata festa
e come la mia vita parcheggiava lo slancio
all’ombra di quel feto dipinto
d’un’infanzia sghemba e pesta.

Questa fanciulla mamma rovinata
ogni parola resta imprigionata
in un gorgoglío di vento e di tormento –
il suo nome, il mio nome, ogni nome
è fuoco spento.

*

Questo giorno io lo butto via
sparpaglio le sue ore ciondolando
guardo la pioggia fine solo stando
ferma, seduta qui al tavolino.
Lo butto come giorno che non conta
una cartaccia sporca, una buccia
niente di niente che si getta via.
Si chiama lunedì, si chiama aprile
numero ventinove, e piove piove
e sarei piena di cose da fare
per farne un giorno col suo risultato.
Ma l’ho detto. Sarà buttato, sperso
consegnato ad un ozio che non vale
se non come preghiera. Allora dire
ecco, io offro questo ciondolare
sull’altare del mondo affaccendato.
Faccio io il perno che non muove.
Il punto che sta fermo. Lo bado io
quell’immobile stato delle cose.

*

Pregava così: liberatemi
dalle faccende. Datemi
tempo vuoto. Datemi
le parole che volete. Un canto.
Salute. Un ospizio di parole.
Una grotta del tesoro di parole.
Aiuole di sillabe per me.
Grandi manovre scritte sul foglio.
Cresce un ardore. Lascia perdere
tutto. Andando scavando
una porpora mai vista
si accende. C’è tutto cielo
fino al pavimento. C’è un silenzio
come un comando.
Un esclamativo silenzio.
Un vestito di silenzio
addosso. Una corona d’oro
di silenzio.
Gocciolate! scendete!
affiorate! apparite! dite! dite!

*

Dentro la lingua
un fagotto di sillabe
si srotola in canto.
È tempo di cadere
dentro covoni di parole
e farne pane per tutti.

*

Un troppo grave disordine
riempie questa camera
dentro. E non so
come arginare i pezzi del mondo
le entrate indomabili
l’assillo di pagine e fogli
e pezzi di vecchio pane e
torsoli anneriti. Dove
il bandolo di tanto frastuono
buttare che cosam cosa impilare
riporre. Come fermare
l’emorragico mondo che preme
e dilaga e invade pervade
si impila si sgretola e viene
dentro la camera
e fa un peso un peso di secoli
con suono, con mille inutili invii e
richiami e messaggi.

*

Non sappiamo. Non so. Non è dato sapere
con parole. Solo il corpo sa.
Sapienza di respiro. Sapienza naturale
di particelle tenute insieme
dalla circolazione. Atomi piastrine
aminoacidi tessuti vitamine proteine
una distribuzione di funzioni
svolte perfettamente. Ogni parte
una precisa mansione. E tutte insieme
dalla vetta degli occhi
sotto l’immensa volta della notte
per meccanico alzarsi della faccia
tutte le particelle insieme sobbalzano
un istante – quasi rammentando una
sgomentante felicità.

9 comments

  1. Considero la Gualtieri forse la più grande poetessa vivente. Scrive, Mariangela, e il suo canto si fa più dolce e lieve senza tradire le sue denunce per l’umano perduto e sperduto.
    La sua poesia, melica e vibrante, ci conduce in un porto di speranza, sussurra che non c’è solo l’orrore a circondarci; c’è la bellezza, c’è l’amore, c’è la condivisione, c’è una fratellanza che non abbandona nessuno.
    Narda

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  2. nie wiededr zensur
    ma il mio commento di ieri é stato censurato. Cercate il pubblico del consenso totale? Dovete cercarlo in TV.
    Grazie per confermare la vostra eterna mediocraitá.

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    1. Il suo commento è stato contrassegnato come spam, perché offensivo nei termini e nei modi, così è e così sarà qualora dovesse usare toni aggressivi o offensivi. Manifesti tutto il dissenso che le pare, ma lo faccia in modo corretto. Non le piace la Gualtieri? Lo dica, ma come si può e si deve. Nessuna censura per l’arte, ma spam per chi offende inutilmente, facendo perdere tempo a chi non ne ha.
      La saluto

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  3. allora manifesto tutto il mio dissenso nelle forme che a lei aggradano maggiormente. É cosa davvero grave se lei non ha tempo, solo i morti non l’hanno. Mi spiace che sia anche lei legato alla forma e non hai contenuti. La sua poesia invece mi piace e trovo qui il tempo, non ne sono schiavizzato, per complimentarmi. Le mando un sorriso e la invito a non prendermi/si e prendere la poetessa in questione troppo sul serio. Scusi se l’ho urtata. Non capisco “é stato”,sará stato qualcuno. Non é piú importante il corpo delle vesti?
    Grazie per la risposta, mi spiace d’averla urtata.
    Ciao

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  4. La poesia di Mariangela Gualtieri è una poesia densa e avvolgente, che lascia tracce profonde in chi la legge, scuote e “fa accadere”, sono molto d’accordo con le considerazioni di Alessandra Trevisan in questa bella e appassionata nota di lettura dell’ultimo libro della Gualtieri, dando voce e importanza ad alcuni temi a lei cari: la terra, l’amore, la vita stessa…
    Complimenti
    Monica

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