Clara Sereni, Via Ripetta 155

afegjp

Si può recensire un libro anche partendo da “ciò che non è”, conducendo un discorso che porta a definire quello che il libro in questione comunica a chi lo legge e ne scrive. E può fare al caso Via Ripetta 155, l’ultimo romanzo-diario di Clara Sereni uscito per Giunti (2015) che attraversa un decennio della vita della scrittrice dal ’68 al ’77, anni legati alla storia italiana ma anche a una storia più intima.
Ogni anno è un capitolo e ogni capitolo un anno in cui si riordinano le carte della vita di Clara ragazza poco più che ventenne, alle prese con la propria indipendenza, l’affrancamento dal padre, le prime esperienze nel mondo e con il mondo.
Si può affermare sin da subito che questo libro non è soprattutto tre cose: una dedica, un catalogo e nemmeno un “romanzo leggendario”, come invece lo sono molti altri volumi che narrano, attraversandoli, – non solo in termini di racconto ma ben più in profondità – gli anni della contestazione studentesca, del Femminismo, del Movimento e del Terrorismo.
Clara Sereni ritorna a parlarci del passato dopo averlo affrontato anche in, tra gli altri, Il lupo mercante (Milano, Rizzoli, 2007), raccolta di racconti che, tuttavia, faceva emergere una dimensione collettiva pregnante e una partecipazione corale dei personaggi, qui quasi del tutto assente.
Via Ripetta 155 “fa cronaca”; in esso cioè si registrano dei fatti anche nella loro quotidianità e si potrebbe dire “banalità”, come avviene nella maggior parte delle narrazioni diaristiche che, almeno nell’intento, sono scritte da un “io” per sé stesso. E fare cronaca per Sereni, significa “tracciare”, lasciare una traccia del proprio sé nello ieri.
L’autrice dà alla dimensione privata un’importanza capitale: essa è da subito posta come pubblica e dichiaratamente autobiografica; lo si sa dal titolo, certo, che è l’indirizzo romano del suo primo appartamento, in cui passano gli amori, le amicizie ma anche le serate in solitudine, che fanno necessariamente parte di ogni vissuto. La casa diventa poi un universo cui ritornare, un luogo disadorno, povero (eppure spesso frequentato dai ladri) ma in cui Clara si assume la responsabilità di diventare adulta.
Quello scorcio decennale della sua vita lo si conosce anche attraverso gli incontri con numerosi esponenti della cultura coeva (tra gli altri interessanti quelli con Francesco De Gregori, Cesare Zavattini e Citto Maselli), dall’impegno come esecutrice nel giro del Nuovo Canzoniere, dal lavoro come segretaria per l’Anac ma anche delle primissime pubblicazioni di racconti. I fatti, nella loro somma, restituiscono la dimensione individuale e la misura di una vita che partecipa difformemente alla politica, come lasciandola scorrere al proprio fianco, parallela. Non vi è alcun estremismo né conflittualità nel modo di Clara di vivere il proprio impegno; lo sguardo, anzi, è misurato eppure accorto nei riferimenti storici così come lo è, da prima, per quelli personali.
C’è infine un’attenzione nei confronti dei soggetti del romanzo, dei protagonisti, che sono anche i luoghi: ad esempio Venezia, la città in cui il momento del lavoro diventa per Sereni anche quello per ripensarsi, lontana finalmente da Roma (rifugio perfetto).
Clara Sereni ci riferisce come la vita, in certi momenti, sia anche un tentare (sempre) e un girovagare (spesso). E il suo non è che un altro modo di sentire e dire “un tempo”.

© Alessandra Trevisan