Festivaletteratura: Romanza #FestLet

Afro Somenzani, Elisabetta Bucciarelli e Paolo Colagrande. Grazie @CasaLet per la fotografia.

Afro Somenzani, Elisabetta Bucciarelli e Paolo Colagrande. Grazie @CasaLettori per la fotografia.

«Uno dei primi complimenti che ho ricevuto sui miei libri è stato: non scrive come una femmina». Esordisce così Elisabetta Bucciarelli, che con Paolo Colagrande è chiamata a riflettere sulla possibile differenza tra scrittura maschile e femminile. Ci ha messo un po’, aggiunge, a rendersi conto che si trattava di un complimento – che la mancanza di un timbro sessuale voleva dire una vittoria, significava la purezza che è solo dell’androgino, sognato, per fare appena un nome, da Virginia Woolf. «Peccato che poi hanno detto» chiosa «che scrivo come un maschio».
Moderati dallo scrittore ed editore Afro Somenzani, Elisabetta Bucciarelli e Paolo Colagrande parlano di cosa renda specifica, ammesso che lo faccia, la scrittura di una donna e quella di un uomo: è forse la voce, l’angolatura, la scelta dei temi? Una questione di contenuto, di sistema di pensiero, o anche soltanto di sintassi? Quanto c’è di genetico, quanto di sociale, quanto di falso in ogni possibile risposta?
Argomentate e convincenti, a volte discordanti, le riflessioni di Elisabetta Bucciarelli e Paolo Colagrande vengono dalla loro esperienza di lettori e di costruttori di storie. Per il suo ultimo romanzo, La resistenza del maschio (NN edizioni 2015), Elisabetta Bucciarelli ha dovuto vivere «a bordocampo», per assorbire la fisicità, i gesti e quella sorta di parlato mentale con cui ha dato voce al suo protagonista. Lo strumento della lingua, quindi, la vocazione che rende credibile una figura molto prima di qualsiasi forma di trama.
Colagrande, che chiacchiera con noi (e presto lo farà anche qui) del suo ultimo romanzo Senti le rane (Nottetempo 2015, finalista al Premio Campiello), parte da un assunto fondamentale preso in prestito da Lady Morgan: «Il talento è asessuato». Anche se, racconta, per Čechov ogni donna è una potenziale scrittrice. Archiviato il talento si potrebbe parlare di contenuti, e chiedersi se l’uomo tenda, ad esempio, a schivare i sentimenti, o soltanto a dare loro, appunto, una diversa vocazione. Forse il segreto è nella sintassi, nelle donne più flessuosa: ma allora, si chiede Colagrande, la morbidezza di Balzac?
Più che della scrittura – di ciò che fa testo, come il genere, i temi, il soggetto – tutto sembra gravitare attorno a quella parlata che, lei sì, possiede differenza; la parlata maschile e quella femminile, che non è detto si incarni nell’uomo e nella donna né che, una volta assorbita, sia impossibile da imitare.
Se dovessi dire che siamo venuti a capo della questione mentirei. Se dovessi dire che mi piacerebbe un mondo dove poter venire a capo di una questione (appunto) del genere, mentirei due volte. Abbiamo imparato, però, che ci possiamo aspettare i complimenti più improbabili, che “le rane sono le sorelle brutte e buone delle sirene belle e sanguinarie” e che a spingere gli scrittori a scrivere, maschi o femmine che siano, sono forse gli spingitori di cavalieri di guzzantiana memoria. Ce lo suggerisce Afro Somenzani, e io la adotto come verità provvisoria per un’altra questione di cui è un po’ difficile venire a capo.

© Giovanna Amato

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