Chandra Livia Candiani. La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore. Lettura e intervista

Questo post intende seguire la traccia dell’evento svoltosi lo scorso 6 settembre 2014 al Festivaletteratura di Mantova, che ha visto al centro un reading e un dialogo tra l’autrice e Giorgio Morale; si propongono quindi una lettura con la focalizzazione di alcuni temi e una selezione di testi dall’ultima raccolta, presentati qui secondo una scelta di gusto. Solo una parte di essi è stata letta in sede di evento.

Alessandra Trevisan

la-bambina-pugile-chandra-livia-candiani

La relazione tra la vita e la poesia è una relazione misteriosa. […] La poesia è come una sorta di scatto in avanti. Io la sento sempre un po’ futura rispetto a me. Oppure elabora qualcosa che è ancora in corso, qualcosa di cui non sono ancora consapevole […]
A me piace fare il pane e, certe volte penso che… Qual è la relazione tra la farina è l’acqua? È il gesto, che mette insieme e impasta, e poi il calore del forno. Ecco, è un po’ questo: la relazione tra la vita e la poesia è questo gesto caldo, rispetto agli eventi della propria vita, che sa ribattezzarli, rivederli, e forse [la poesia] è anche un luogo dove l’io diventa un noi.

(C. L. Candiani – Conversazione con Giorgio Morale al Festivaletteratura di Mantova)

Leggere la poesia di Chandra Livia Candiani è immergersi sin da subito nella parola ‘accoglienza’. Come l’abbraccio nei versi riportati sulla copertina di La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore (Einaudi, 2014), scoprire la poesia di Chandra Livia Candiani significa entrare in una dimensione di accoglienza poetica molto particolare che tocca diversi livelli di significato.
La sua ultima raccolta, densissima, è un manuale sulla scoperta del mondo, in cui partecipano assieme l’infanzia, la morte, la sofferenza, il male, la vita, gli altri, l’amore e molto altro ancora. C’è tutto un universo in questi versi e già, appunto in copertina, si trovano le parole chiave che guidano nella lettura.
I versi di Candiani ‘respirano’, muovono e spingono contemporaneamente verso l’interno (il sé) e l’esterno (il noi). Sono versi-terrestri perché trattano di ciò che è immanente ma anche versi-universo che propongono un approccio con ciò che è ineffabile.
La poesia di quest’autrice corrisponde, secondo Giorgio Morale, al «trovarsi di fronte a un ‘io’ leggero ma anche all’evidenza del rischio della condizione umana nell’oggi». Implica inoltre, secondo Morale, la possibilità di ricevere quello che Paul Celan indica specificamente come ‘dono’:

Le poesie sono altresì dei doni – doni per chi sta all’erta. Doni che implicano un destino

Doni, dunque, che supportano la capacità di «arricchire un’esistenza, arricchire il mondo» come ricorda di nuovo Morale, il quale sottolinea anche come il quid poetico implichi il mettersi dell’autore in relazione con il proprio tempo, la propria epoca e anche con la sofferenza, punti critici fondanti per Candiani di fronte ai quali ella risponde in questi termini:

Abbiamo disimparato a soffrire. […] Io sento che il pensiero tragico è fortemente ottimista. Essere veramente in contatto con il fatto che nella vita il male c’è, e che va accolto e combattuto. Mentre c’è un ottimismo cieco che è quello di non sapere le durezze del male, che fa sì poi di sentirsi sempre inadeguati o di sentire che possa esistere la possibilità di un’epoca dorata ma non ci sono epoche in cui non c’è stato il male. Nello stesso tempo io sento che abbiamo gli strumenti in ogni epoca per combatterlo, per elaborarlo, per contrastarlo, per far rispettare i nostri diritti, la nostra dignità, e anche mi piace citare un filosofo che si chiama Whitehead che ha detto che “la pace non è anestesia ma è l’intelligenza della tragedia.” È questo proprio sentire che la sofferenza c’è, non può non esserci, e che ne vogliamo fare? Sedersi, e ragionarci con la sofferenza, e comprendere che solo da un’accoglienza della sofferenza può nascere poi una risposta giusta, un’azione giusta.

Un altro aspetto che emerge dal suo racconto, su invito di Giorgio Morale, è l’incontro con il Buddismo «senza ideologia, senza fideismo, totalmente calato nel quotidiano come atteggiamento che tiene insieme la trama del sé e quella della realtà» (Morale). A proposito della relazione tra Buddismo, esistenza e poesia, Candiani afferma:

Io non scrivo poesie buddiste […] il Buddismo l’ho incontrato come alla ricerca intanto di un’etica individuale, personale, di un modo di stare al mondo dove non ci fosse una dettatura dall’esterno […] ma anche perché non ho trovato nella religione in cui sono nata e anche nell’ambiente in cui sono vissuta, delle pratiche di trasformazione. Quello che cercavo è la possibilità di trasformare il dolore. […] Il Buddismo Theravada ha meno impianto e pesantezza religiosa mentre ha risposto a un mio bisogno di religiosità, che è diverso. Per cui io sento di continuare a rivendicare il mio diritto all’eresia all’interno di un percorso che non richiede ortodossia. Dove mi viene richiesta io vado via. E la poesia è una delle più grandi maestre di non fondamentalismo. Quindi la relazione per me tra la poesia e la religiosità è in questo reciproco scambio, nel non costruire nuove personalità. […]

La particolare dedizione di Chandra Livia Candiani nei confronti della voce in poesia, infine, è tra gli aspetti più significativi della sua opera. Molto spesso è capitato di trattare questo spunto come fondante di alcuni autori già presentati sul nostro blog e tuttavia declinarla secondo i tratti salienti di ognuno. La ‘voce’ per quest’autrice è nel ritmo del verso, nella scelta di un linguaggio che non frantuma la parola anzi la lascia intera, un linguaggio che non è neanche lallazione ma che rinuncia o per meglio dire si ‘sottrae’ alla lingua degli adulti, soprattutto per dire ‘uno’, per dire ‘ci sono’ (e quindi, in senso poetico, ‘ci siamo’). La voce è nel “tu variabile, che di volta in volta si riferisce a persone presenti o assenti, prossime o lontane nello spazio e nel tempo, o ancora: comunità in potenziale ascolto, entità non individuabili”, come recita la quarta di copertina. La voce dunque, è spazio, tempo e casa della parola.
La voce è, infine, lo strumento quotidiano per rapportarsi ai bambini con i quali l’autrice lavora [tenendo seminari di poesia nella scuole elementari della periferia di Milano, n.d.r.] ma la voce rimanda altresì a una dimensione ancestrale più profonda che ‘dal vivo’ si rende evidente nella lettura ad alta voce (appunto) e restituisce così più vera la relazione con quel portato tematico ineffabile cui si è fatto accenno poco fa e che riguarda anche l’avvicinamento al Buddismo.

Hai una voce da bambina mi dicono. Ma la mia voce è un atto d’accusa. Ha a che fare con il non aver potuto vivere pienamente l’infanzia […] aver dovuto sostenere cose molto dure dell’infanzia. […]

E alla domanda [questa volta mia, n.d.r.] sul rapporto fra voce, corpo e oralità in poesia, sulla rivendicazione di questo ‘atto di accusa’ che, poeticamente la avvicina ad altre autrici coeve, tra cui Mariangela Gualtieri e Ida Travi, ma anche all’uso dei suoi versi in campo teatrale [recentemente utilizzati dal Teatro Valdoca, n.d.r.], risponde:

Nel teatro non ho mai utilizzato la mie poesie; ho fatto delle performance con un sassofonista tanti anni fa.
Io devo a Mariangela Gualtieri il fatto di dirle a memoria perché è lei che mi ha detto “le devi imparare a memoria; è tutta diversa la relazione col pubblico”, ed è vero. E anche, mi è stato molto utile impararle a memoria per entrare profondamente nella mia poesia: è come se la riscrivessi quando sono qua con voi a dirla. […] All’inizio mi sono ribellata, perché è un lavoro duro, tosto ma […] penso che un poeta chieda molto al pubblico, perché chiede un ascolto dell’imprevedibile, e anche dei silenzi, degli a capo. E che quindi è giusto condividere lo stesso vacillare […] Poi c’è un altro livello: la voce nella poesia è tutto. Non questa voce ma il fatto che la poesia è ascolto, è dettatura, arriva non lo so da cosa. Arriva in forma di voce […] la mia poesia Di chi è la voce è questo. Una cosa che ho dimenticato prima rispondendo a Giorgio Morale sul Buddismo: a me ha aiutato molto perché mi ha dato corpo; mi ha dato la sensazione di esserci e non di essere. E quindi, il fatto di dirla rende ancora più evidente l’oralità della poesia e anche un po’ il suo mistero: “di chi è questa voce?”.

 

Adesso che non so più niente
che il vuoto è bella dimora
che ho passi senza arsura
che siedo e imparo
a esitare, adesso
che non sei più al centro
e quello che conta non è più
al centro
ma spostato
tra le mani
dove le dita si disarmano
e fanno un gesto limato,
adesso questa categorica bellezza
di rami e cieli
pugnala solo
perché entri luce.

*

Immagina un essere senza paesaggio,
nessuno sfondo, solo
vaghi contorni. Immagina
qualcuno senza parenti
né provenienza, non ha meta,
né valigia, solo cavi
d’alta tensione
dei nervi. Immagina
un corpo bambino senza
madre senza suolo,
l’improvvisazione delle ali,
uno squarcio inesperto
per sorriso,
un essere che non rapina fiato
e non ammucchia respiro,
una lieve accensione
nell’aria, il suono di cosa
che si spezza e si spezza
ancora, senza caduta a terra,
senza gravità. Immagina
quant’è leggero essere
niente, esserlo fino in fondo,
assumerlo su spalle scarne
di facchino. Se vuoi conoscere
come abita, copre un percorso,
si sfama, veglia anche nel sonno,
consegnati allo sciame
del firmamento
e lascia che ti sfili
pezzo a pezzo
faccia a faccia
il mondo.

*

Pesa essere amore grande?
non essere luce sorvegliata
ma squarcio abbagliante,
pesa? essere la sorte
di un deserto la sua improvvisa
ignota a tutti eppure evidente
fioritura, è pesante?
Pesa reggere leggerezza,
petalo stracciato senza gambo?
fa sentire soli essere
assolutamente
amati
con decisione ferma
con assenza di volontà e precisione
di funambola,
fa sentire la solitudine
abdicata dell’amore grande?
bisogna spiantare il centro,
traslocare e sgomberare
l’amare grande,
notare il colore del cielo
offrirgli spogliato
il volto, il corpo allungarlo
come erba selvatica
alla luce. Bisogna
chiedere grazia al ghepardo del cuore
alla sua falcata che disegna
la profondità del fitto
l’altitudine paga del vuoto.
Bisogna che io muoia
che becchetti nella mano
tua
i semi della sparizione
bisogna che resti solo
quel leggero senza-nome
che fa l’aria
innamorata
della stanza.

*

Dopo di te
sono spopolata,
una nuvola senza popolo delle nuvole,
un’anima senza angoli,
spazzata da vento impetuoso.
Un nòcciolo senza frutto.
Respiro forte
sotto cielo duro.
sovraesposta
e schiusa,
mi aggiro appena nata
per la città fragorosa
e tocco muri con dita vegetali,
li conto,
come prove numeriche
di essere al mondo,
lo stesso mondo.

*

Cerco riparo
nella voce nuda,
nell’insegnamento del soffio,
chiedo rifugio
nel legame delle foglie,
la conta dei sassi,
il silenzio
che brucia nella corsa.
Faccio monastero
nel petto acceso di respiro,
nell’origine e nella fine
di una sillaba,
nella compagnia del passo
che allaccia a terra.
Ho vento,
ho ossa,
come muri del tempio,
ho mani.
La notte soffia
spegne la candela
insegna a uscire.
Mi cucio al passo
mi navigo nel respiro
mi sposo.

*

Come se io bruciassi.
Come luce frontale.
Come ghiaccio traditore.
Come mondo di polvere.
Come sbucciata.
Come goccia di sangue
sul palmo.
Come spina.

Mi tocchi.
Mi sbirci.
Non stringi.
Non tieni.
Sfiori.
Tremi.
Lasci.

*

Così pronta alla scomparsa
ero
così peso piuma
e scusarsi a fior di pelle
con ogni pulviscolo d’aria
per occupazione indebita,
così impressa dalla trasparenza
ero
da far vetro
tersissimo
a mattini smaglianti
e odore di onda
tra corpi puntellati.
Così strettamente inutile
l’anima
mia
da tenerla verdeggiante al fianco
nel lungo corso dei cosiddetti
incontri
senza alcuno scardinamento
del discorso.
«E poi? E poi?»
Poi
sono sgusciata fuori
in scorza dura
pelle di mondo,
faccio un silenzio
addosso al male,
un mantello
d’insolente bellezza
terrestre.
Non posso comandare
questo flusso
è opera grande
di nitida resa
a corrente maestosa,
sono parola alla luce
sono nata.

*

Di chi è la voce
che mi chiede di essere
asciutta risonanza
bucato steso al sole
umilmente in attesa
di laboriose mani.
Di chi è la voce
che mi spinge le spalle
al neutro disastro della notte
e senza culla alcuna
mi invita a un sonno di persona
abbracciata alla memoria
e non di bambino costretto
al nulla.
Di chi è la voce
che tace insieme
quando cado
e poi cado ancora
e nemmeno precipito
ma senza fare centro
resto sepolta
sotto il terriccio muto
del dentro me.
Di chi è la voce
che non fa cronaca
del presente
e non condanna
i guai ma conosce
il bruciore netto
delle guance.
Di chi è la voce
che attende
teneramente persa
nel bosco di parole
di chi parla
senza desiderio dell’altro.
Fate luce.

*

C’è un male
che non aggiunge male
sgombera spazio
lo vara tagliando
la corrente del superfluo,
l’automa dell’anima.
C’è un male
che fa guarigione:
dare la ferita
bilancia il polso
luccica semplice la lama
e lo spazio sgombro
addestra il cuore spogliato.
È difficile
a qualsiasi età
diventare adulti,
lasciar fare al macellaio
o all’autunno,
un’arte caritatevole.

*

Chandra-Candiani-2Chandra Livia Candiani è nata a Milano nel 1952. È traduttrice di testi buddhisti e tiene corsi di meditazione. Ha pubblicato le raccolte di poesie Io con vestito leggero (Campanotto 2005), La nave di nebbia. Ninnananne per il mondo (La biblioteca di Vivarium 2005), La porta (La biblioteca di Vivarium 2006), Bevendo il tè con i morti (Viennepierre 2007) e La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore (Einaudi 2014). È presente nell’antologia Nuovi poeti italiani 6 curata da Giovanna Rosadini (Einaudi 2012).

7 comments

  1. Splendida scelta di parole e di brani, splendido filo in cui inserire ogni intervento. Grazie di questo post, Alessandra, pieno di bellezza necessaria, solida e amorevole.

    Mi piace

  2. Da un po’ di tempo volevo contattarti ma non sapevo come fare e questa forse è l’occasione. Mi chiamo Eugenia e ci siamo frequentate negli anni ’80. Di questi giorni sto leggendo le tue belle poesie e tu come stai? Eugenia

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...