Elisa Biagini: Da una crepa. Una lettura

da-una-crepa-elisa-biagini

mi si vede solo
in controluce,
materia come
chiara d’uovo,
patina gocciolata
dalla crepa:
un alfabeto braille
d’ossa che vogliono
uscire.

La terza raccolta di Elisa Biagini, Da una crepa (Einaudi, 2014, da cui è tratta anche la poesia che apre questo post, e già presentata lo scorso aprile da Jacopo Ninni, qui) prosegue la scoperta della relazione tra corpo e linguaggio che caratterizza le precedenti raccolte, come ben dice la quarta di copertina. Nel 2012 Biagini ha pubblicato anche alcuni testi in Nell’osso. Into the bone. In den knochen (Damocle edizioni), da cui si proporrà un testo proprio perché strettamente connesso a quelli dell’ultimo volume edito. La traduzione in altre lingue (inglese e tedesco) avvicina l’autrice ai due più importanti autori di riferimento, Emily Dickinson e Paul Celan, messi in dialogo in Da una crepa proprio all’interno dei versi (Celan) o in controluce al testo (Dickinson).
Il fare poetico di Biagini è connotato da una scelta lessicale che predilige tutto il campo semantico del corpo e della luce, di cui fanno parte (soprattutto) la voce, l’ascolto, il silenzio, l’orecchio, e ancora il buio. La tensione tematica, tuttavia, si fa forte di un probabile gioco tra l'”ex-corporare” ossia il ‘portare fuori dal corpo’ proprio perché la valenza del corpo è nella parola poetica e non nel corpo stesso, e l'”incorporare” che è anche ‘unire in un organismo più vasto’, il luogo poetico, il testo, in cui trovano spazio citazioni, appunto da Dickinson e Celan, inglobati nei versi per testimoniare l’influenza avuta sull’autrice ma anche per amplificare il potenziale della sua poesia.
La poesia di Biagini porta in sé, inoltre, qualcosa di fotografico, ma di fotografico puro perché c’è un dosaggio di luce e buio pregnante, che rima anche con altri colori, primari, quelli del fuoco, del vento, della materia (la terra). Biagini però seziona: la sua poesia è tutta cava e ‘tesa all’uno’, nel senso poco fa proposto dell'”incorporare”; anche nel verso che comunque si lega alla tradizione le sillabe si rimpiccioliscono, si fanno singole, poche, sottratte. Il suo è un percorso a togliere, da sempre, e un percorso materico: la poesia, questa, è senz’altro più affine alla scultura, sia nel suo farsi (di sottrazione) sia nella – si potrebbe definire – forma in presenza giusta. Poesia come scultura, non come arte in termini di paragone (sarebbe forzato) ma come intenzione di forma e che scava.
La continuità con autrici coeve, anch’esse legate alla stessa casa editrice, non può non balzare all’orecchio: la familiarità tematica con Mariangela Gualtieri ma anche con Chandra Livia Candiani (presentata proprio ieri sul nostro blog) è notevole; ma si può citare anche, tra le altre, Antonella Anedda con il suo Notti di pace occidentale (Donzelli, 2001).
Riccardo Donati, inoltre, nel suo attento contributo apparso su Doppiozero qualche tempo fa, avvicina Biagini ad artiste contemporanee che esulano dal campo poetico e afferiscono anzi al mondo dell’arte contemporanea e della performance, quali Kiki Smith e Mona Hatoum. Volendo proseguire questa sagace proposta di rassomiglianza, restando sulla stessa linea tematica e senza calcare troppo la mano, vengono in mente anche la fotografa Sophie Calle e la creativa Carla Coste.

Elisa Biagini è stata ospite di Virgole di poesia su Radio Ca’ Foscari nel corso della terza stagione, il 23 gennaio 2013. Durante la puntata ha letto anche una selezione di testi inediti confluiti poi in Da una crepa (si può riascoltare la puntata qui).
In quell’occasione, alla domanda “Poesia perché?” Biagini rispondeva: «Tanto più in questo difficile momento storico di grande disagio, la poesia, la buona poesia dovrebbe […] essere un momento politico cioè un spazio in cui ci si ritrova tra simili, dove si legge insieme il mondo e dove si progettano alternative. La buona poesia dovrebbe essere rivoluzionaria.»

© Alessandra Trevisan

***

da Nell’osso

Un uovo rotto in gola
ad ogni passo,
latte di anni
che caglia dentro
—————-al bricco,
odor di pane buio:

questo specchiarsi
mi pettina le ossa,

mi immarma
il respirare.

At every step
a cracked egg in my throat,
years of milk
curdling in
—————-the pot,
dark bread smell:

this reflecting
combs my bones

marbles
my breathing.

Ein zerbrochenes Ei in der Kehle
bei jedem Schritt
Milch der Jahre
die innen ausflockt
————————-in der Kanne,
Geruch von finstrem Brot:

dieses Sichspiegeln
kämmt mir die Knochen

vermarmort
mein Atmen.

[I testi della raccolta nascono nel 2006 dopo ripetuta visione di OSSO di Virgilio Sieni. La traduzione è a cura di Eva Taylor e Diana Thow]

***

da Da una crepa
in Dare acqua alla pianta del sognare
(dialogo con Paul Celan)

La lingua vola ovunque, rotola,
gettala via, gettala via,
e così la riavrai2:
sarà un frullare d’orecchio,
un’ala che s’apre a misurare il cielo.

wirf die weg, wirf sie weg, | dann hast du sie wieder

*

Appoggio la fronte
sul vento, guardo nella
notte delle tue parole11,
la voce s’imbianca di
silenzio, le ombre
s’infittiscono tra i denti:
io sono te, quando io io sono12.

11 Nacht deiner Worte
12 ich bin du, wenn ich ich bin

***

da Coi denti macchiati d’inchiostro: fotografie
(dialogo con Emily Dickinson)

tu racconti dell’erba
travolta, della piuma
incastrata alla
finestra, della pioggia
raccolta dentro
l’orecchio
(e il silenzio, qui
perde peso).

*

vicino alla prima
cervicale, dove
si salda il
pensare, sul
colletto, hai
ricamato l’alfabeto,
tutto.

*

unturned stone-
words – hair
stuck in a window.

*

l’orecchio è l’ultimo
volto. poi ti seguo
con la candela all’
orizzonte, dove
ti bagni i piedi
nel buio.

*

BiaginiElisa Biagini è nata nel 1970 a Firenze, dove vive e lavora, dopo aver studiato e insegnato a lungo negli Stati Uniti. Sue poesie sono apparse in numerose riviste e antologie italiane e straniere; ha pubblicato sei raccolte di poesia, tra cui ricordiamo L’ospite (Einaudi 2004), Fiato. Parole per musica (d’if 2006), Nel bosco (Einaudi 2007), The Guest in the wood (Chelsea 2013, opera vincitrice del «2014 Best Translated Book Award») e Da una crepa (Einaudi 2014). Tradotta in numerose lingue, Elisa Biagini è a sua volta traduttrice dall’inglese (segnaliamo in particolare l’antologia Nuovi Poeti Americani, Einaudi 2006); numerose le collaborazioni con musicisti, artisti e coreografi. Nel 2012 è stata invitata a rappresentare l’Italia al Poetry Parnassus di Londra. Il suo sito è www.elisabiagini.it

Opera tutelata dal plagio su www.patamu.com con numero deposito 56546

4 comments

  1. la poetica di Elisa Biagini è fondata (oserei dire, per alcuni tratti, ‘ferma’) sul corpo e guarda solo al corpo.
    uno sguardo sull’Altro o sul Mondo – per non dire sull’Altro-mondo – è quanto di più lontano ci sia da lei; anche se quelle “ombre / che si infittiscono tra i denti” lasciano intendere comunque una presenza, tirata, stridente, che non appartiene alla dimensione presente della corporeità.
    inoltre se il corpo è comunque un monumento di ciò che è caduco, prima o poi comincerà a farsi sempre più pressante l’esigenza di misurarsi col Mondo che circonda il corpo, nonché con la parte di Mondo occupata dal corpo stesso; sicché alla sottrazione della parola non è detto che cominci a comparire una sorta di compensazione esterna.
    se ciò avverrà, Alessandra Trevisan, che segue la poesia di Elisa Biagini con attenzione, saprà darcene conto.

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  2. Sono d’accordo con Fabio Michieli. Sarebbe forzato dire il contrario; ed è questa la poetica dell’autrice.
    Lo sguardo sull’Altro resta, a mio avviso, interno ai versi: è qui il gioco della traduzione in altre lingue o il dialogo con altri autori.
    Nelle precedenti raccolte, il tu è ‘più forte’, secondo me: dalla lettura che l’autrice ci ha regalato a Virgole di poesia si capisce. La invito, gentile Leopoldo, se vorrà, ad ascoltarla.

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