Chandra Livia Candiani, Fatti vivo (di Sara Vergari)

fatti_vivoIstruzioni per tornare vivi qualunque tempo faccia
Fatti vivo di Chandra Livia Candiani

 

Chandra Livia Candiani ha esordito nella prestigiosa collana Collezione di poesia Einaudi nel 2014 con La bambina pugile e oggi ritorna con un’altra raccolta di poesie intimamente connessa, Fatti vivo (2017). L’abbiamo conosciuta e riconosciuta per quella voce piccola piccola di bambina capace di stare lì «nel tuo pugno/ a prendere il sole/ pianissimo, per non svegliarti» e allo stesso tempo per la caparbie­tà di scolpire il mondo con parole «assenti dal vocabolario», ed è un miracolo, un balzo dei sensi e della ragione. Nella poesia di Candiani c’è sopra a tutto la richiesta forte e irremovibile, rivolta a un tu senza un unico invariabile destinatario, di imparare il mondo sbucciandosi, scucendosi dal tempo e disper­dendosi come le foglie. Difatti abbiamo lasciato la bambina pugile nello spazio dei suoi tanti io, «mesco­lati come farina e acqua/ nel gesto caldo/ che fa il pane:/ io è un abbraccio».
Con Fatti vivo Candiani non ha perso la sua voce e ci piace, a distanza di anni, ritrovare proprio lei, ancora bambina, ancora pugile, ancora mistica. La raccolta si segue nelle varie sezioni come un per­corso che muove dall’interno verso l’esterno, ossia quello di un’intimità che, raccolte tutte le fragilità e le paure, si affaccia all’infinito per lasciarsi andare. Sarebbe però sbagliato cercare di schematizzare la silloge, di cui bisogna rispettare la religiosa fluidità delle parole e delle tematiche.

La casa è il primo luogo più intimo all’esterno di noi dove, scrive Candiani, «quelli che entrano/ non usciranno uguali». Qui la voce bambina che si aggira di notte è un’«insonne sognatrice», un’«equilibrista sonnambula», ma non si tratta di una persona-corpo bensì di ciò che potremmo meglio definire come spirito, presenza viva e immateriale. Il suo io parla attraverso gli oggetti della casa, diffuso dentro sedia, libreria, armadio, tappeto, in un’apparente e armoniosa polifonia. La bambina inscindibile dalla sua infanzia vaga in uno stato di perenne insonnia, disturbata da assenze e paure da cui gli oggetti non sanno proteggerla ma solo accoglierla. La notte viene infatti definita come «viva comunità/di as­senti, indirizzi/ stracciati, angeli/ in fiamme che indicano/ il vento» e non c’è possibilità per il sonno, che «vuole cauti/ gesti di sottomissione/ che la bambina fiera/ gli rifiuta».

L’armadio

[…]
È questa insonne sognatrice
che mi è capitata in sorte
con la valigia vuota accanto al letto
e i pugni sugli occhi
contro la luce più forte della luce,
la nera battaglia
di infinitesime frecce,
che è la notte.
Questa equilibrista sonnambula
che non sa lanciare
nel sonno il corpo.
[…]

Uscendo dagli oggetti della casa la bambina si fa di nuovo pugile, riconquistando la sua voce in prima persona. Non c’è più alcun riparo, adesso è esposta a tutte le intemperie: «Non avevo cortile/ e nemmeno stanza/ solo vento/ senza cappotto». Prevale il senso di smarrimento negli occhi innocenti che ancora non sanno dov’è il mondo.

Non ci sono più
sono andata via
silenziosissima.
La mia vita
è spoglia di me.
E tutto brilla.

Proprio nella ricerca del mondo si esprime tutta la potenza lirica e l’esperienza panica quotidiana di Candiani. Questo mondo sta per la poetessa nelle «cose che non fanno mondo», nella resina, nei sassi della ghiaia, in ogni filo d’erba. È un percorso inevitabile all’essenza delle cose, un viatico che non mira a conoscere ma a sentire. Per questo gli strumenti a cui si appella per partecipare all’armonico movi­mento di tutte le cose sono invisibili, intangibili, sono mania percepibile soltanto attraverso lo stato al­terato della poesia.

[…]
Insegnami parola disarmata,
nevicami.

*
[…]
sequenze invisibili
all’occhio umano
sequenze che ancorano
al cielo, insegnano
a cedere, a farsi sciame
col male.

*
[…]
Le parole
sono la casa del mondo
lo straccio che lava
le cose.
Leggendo
più che comprendere
faccio
scioccamente parte
della dolcezza dell’essere.
Leggo per abitare
scrivo per traslocare.

Mentre la bambina si avvicina maggiormente agli elementi primi del mondo, anche la poesia si fa sempre più preghiera e invocazione. Entra impetuosa nei componimenti la presenza del padre, autorità creatrice che riempie in questa sezione tutti i “tu” della bambina. Questa figura è un’enorme assenza che certamente ha a che fare con l’evento biografico della morte paterna, accaduto quando la poetessa era ancora piccola.  «Ti parlo, padre?», «Sono una bambina, padre», «Sono un pugnale, padre», questi i cataforici versi che aprono le prime tre strofe del medesimo componimento, dove si percepisce una vo­ce piccola ma consapevole di essere nulla e in tutte le cose. E, continuando a leggere, l’invocazione si fa più netta annunciando un atto di nascita, quello di se stessa.

[…]
Sono viva, padre
e non per vendetta
e nemmeno per diritto
sono viva per musica
per sintonia con lo spazio
che ci ama nelle vene
che le fa ridere le fa allegre
e spensierate in balli
di mattina soli.
[…]

Il titolo della raccolta, Fatti vivo, ha prima di tutto un significato riflessivo, invitando a essere, a colmarsi di ogni istante, a farsi luce e fuoco nella consapevolezza di essere piume e nuvole. Fatti vivo è pure un’invocazione a quel padre di cui ora riesce a percepire la voce e a entrare in dialogo. Proprio dal componimento Bambina e padre, un dialogo poetico e filosofico sul modello dei Dialoghi con Leucò di Pa­vese o di alcune Operette Morali di Leopardi, si trova il fulcro lirico e tematico della raccolta: una dichia­razione di vita, di una precisa vita che guarda solo alle piccole essenze del mondo.

[…]
Ti divido separo te e te
non abitare il mondo
non avere casa mai
né luogo né proprio
nome, paese, persona
solo densa nebbia.
Divisione piccola
frazione
di un punto in un
punto in un
punto.

La gioia! Il punto quel punto
inviolabile è la gioia, il brulicare
del sangue nelle ali
la corsa delle gambe
il fiuto. Mi importano
del mondo tutte le cose
piccole, il sonno dei sassi, gli spaventi
dell’acqua che trema, la stoffa
della luce, la gravità delle foglie. Imparo.
A stare. Allacciata.
[…]

Allacciata così al mondo, cadere (Chi cade è il titolo dato all’ultima sezione) è solo uno dei mo­vimenti fluidi del corpo, che continuamente scende per mischiarsi con la terra e ascende leggerissimo senza urtare fenomeni, senza fare male all’aria.
La parola poetica di Candiani è quel respiro che unisce il corpo al mondo al limite tra esaltazio­ne e contemplazione, in bilico tra la paura e il sorriso.

[…]
Annotare versi
sul margine della vita
contro l’abbaglio dei fatti,
scrivere contro lo smarrimento
di esistenza, lo scivolío perpetuo
degli istanti respirati non respirati.
[…]

© Sara Vergari

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