“Avremo cura” di Gianni Montieri – una doppia nota di lettura

[Esce oggi il nuovo libro di Gianni Montieri, Avremo cura, edito da Zona. Francesco Filia ed io abbiamo deciso di averne cura leggendolo qui pubblicamente, in una doppia nota, dopo averlo letto e riletto privatamente in corso di stesura. Ce lo sentiamo un po’ nostro, Avremo cura. E questo non potevamo non dirlo.

ff, lm]

di Francesco Filia

Avremo cura - copertina solo prima

Di nuovo il futuro nel titolo di un libro di Gianni Montieri, dopo Futuro semplice, Avremo cura (Zona edizioni, 2014) e qui il senso del futuro viene esplicitato nella sua dimensione più propria, del proiettarsi della vita oltre se stessa, oltre un passato di sofferenza o di sogni infranti. Proiettarsi in un nuovo inizio, in una rinascita che comincia con  una promessa, che ognuno può fare a se stesso e anche alla persona amata, di non perdersi più, di raccogliere ciò che è importante, essenziale e portarlo con sé custodendolo, facendone la ragione della propria vita (e mi trovi, scampato a calli e ponti / al primo freddo, al mio passato). Questa promessa può essere realizzata, come fa notare Vincenzo Frungillo nel bugiardino, solo attraverso l’attenzione verso le cose, verso i gesti minimi, verso i barlumi rari dell’esistenza.
L’attenzione in fondo non è altro che una preghiera, la preghiera al dio dei dettagli, a ciò  che trasforma l’indistinto scorrere dei giorni e delle cose in qualcosa di irripetibile, di necessario alla nostra vita (pare la felicità / questa cosa che viene lentamente / insieme a un tizio in bicicletta rossa / al fiume appena scuro, all’umidità). E a tal fine è significativo che il paesaggio, i luoghi in cui si muovono e da cui nascono i singoli testi del libro, sono paesaggi urbani, città, Milano in particolare, Venezia, Marghera, Berlino, Parigi, San Paolo, luoghi in cui, con la sola eccezione di Venezia città dell’amore e della bellezza, di norma prevale la fretta, l’anonimato delle stazioni, la solitudine più avvilente, ma forse proprio quest’anonimato solitario permette di riconoscere il bello dove in apparenza non c’è, in un angolo nascosto di una strada in un pomeriggio d’estate, in un riflesso di un finestrino, in un vagone della metro, persino nell’orrore di una favela. E poi – altro capitolo, che prende l’intera seconda parte del libro – c’è il sud, l’hinterland napoletano, luogo di devastazione e morte, ma anche di ricordi ancestrali e affetti elementari e per questo ancora più radicati, che reclama un perché anche a distanza di anni, anche se il protagonista di quei ricordi vive a centinaia di chilometri di distanza (ora vivo al nord, il dolore qui è privato / la sua mancanza che non racconto / che non dichiaro). Il passato – con le sue bande adolescenziali, i miti dell’infanzia, i riti familiari, la noia dei pomeriggi domenicali – incombe sempre come una spada sulle nostre teste e l’unico modo per sopravvivergli è dargli giustizia, ricordare e dire ogni cosa, ogni attimo essenziale, salvarlo dall’oblio del tempo (Oppure giocando a pallone / la tecnica del battimuro / già da piccoli aspettavamo / che capitasse qualcosa / che mai capitava). L’unico modo di aver cura del mondo – anche della cronaca terribile che entra nella nostra vita attraverso la televisione, internet e a cui bisogna pur dare una risposta – e di quello che siamo stati è nella precisione dei ricordi, dei particolari. Ed è sempre la cura che apre anche la dimensione civile della poesia di Montieri, ma forse è riduttivo chiamarla in questo modo, in quanto il confronto con la devastazione morale e materiale del meridione non nasce da una generica volontà di denuncia, ma dall’esigenza di fare i conti con la radice profonda del nostro esserci, con ciò da cui proveniamo e che ci reclama, per dare un senso, giustizia a quel che è stato, a quel che continua ad essere. La parola poetica non può tacere, ma deve dire con acutezza e precisione, senza in ogni caso enfatizzare. Da qui la scelta di un dettato piano e preciso, ma a tratti straniante, che partendo dal dettaglio minimo e marginale, dalla falla nel quotidiano, giunge al centro della ferita del nostro vivere sociale. La parola come atto di resistenza contro la normalizzazione e la banalizzazione del male, come sentinella affinché non diventi il pane quotidiano delle nostre esistenze. È nell’aver cura, dunque, che c’è la differenza tra un’esistenza che cerca di essere autenticamente se stessa e un’altra che invece si disperde negli automatismi irriflessivi della quotidianità. In questa faticosa e però determinata ricerca si mostra in tutta la sua bellezza l’unità, sia dell’immaginario che stilistica, del libro di Montieri, infatti all’attenzione dello sguardo corrisponde l’attenzione del dettato e della parola (E mi piacciono le parole / con le parole do i nomi alle cose / allora dopo le so le cose / imparo dove metterle / dove sta la bottiglia e dove / l’attaccapanni), di un a capo, di un punto messo al posto giusto, per dirla con Babel, che solo così può trafiggere con più forza il cuore. Il cuore di chi scrive e di chi legge e mostrare la meraviglia nascosta del mondo e della parola che cerca disperatamente di dirlo e in ultimo rivelare, se possibile, il senso di una dedizione, di una vita.

Lettura di una poesia di Gianni Montieri tratta da Avremo cura (Zona 2014): come se dovessi spiegarla ai miei studenti

di Luciano Mazziotta

Se posso telefonare a mia madre,
a mio padre, e chiedere da routine
come state? Che fate? Credimi
è per culo, se mia sorella sta bene
se riesce a uscire e a entrare da casa,
prendere suo figlio a scuola, convinciti,
è per culo. La terra dove lo tengono
il culo, quello vero, non è terra
è modificata da altro materiale,
scarto territoriale altrui, dal saldo
positivo su conti correnti sconosciuti.
Se passa l’autobus in orario, segnatelo,
è per culo, se la vicina quarantenne
muore troppo presto è chimica.
Arrivare in tempo al lavoro o non morire
hanno lo stesso numero di probabilità.
Restare vivi è culo, è matematica.

Questo testo di Gianni Montieri è il penultimo della raccolta, Avremo cura, uscita proprio in questi giorni per la casa editrice Zona. Mi soffermo su questa poesia perché in essa sono contenute le coordinate essenziali per comprendere la poetica dell’autore e le tematiche fondamentali di tutto il libro.
Vi ricorderete sicuramente, come ho avuto modo di ripetere più volte, che il primo verso di un componimento è quello sul quale ci si deve soffermare maggiormente e sul quale si deve ragionare più a lungo. È qui che il poeta ci mette in guardia: attento lettore, ti dirò di questo in questo modo. Hai la possibilità di decidere: se vuoi, dovrai relazionarti con questa poetica e queste tematiche, altrimenti, per favore, lascia stare, passa pure avanti e non leggerti la mia poesia.
Dunque eccoci al primo verso: “Se posso telefonare a mia madre”. Cosa noteremo? Innanzitutto la prima persona singolare, l’io lirico così tanto radicato nella tradizione poetica. È però un io che si offre al proprio lettore né in qualità di modello né in qualità di antimodello. È un io attanagliato dal dubbio di poter fare qualcosa di ordinario. Non dice: “Ora telefono a mia madre”. Ed è già in questo “Se posso” che si introduce uno dei primi elementi di poetica di Gianni, ovvero la straordinarietà dell’esperienza ordinaria. Il poeta non si chiede “se posso volare”, ma “se posso telefonare”. E “telefonare” è un’azione così tanto consueta quanto sorprendente risulta la sua difficoltà.
Tutti i tre sintagmi, per cui, sono in posizione forte ed esprimono tre elementi contraddistinti della poesia e della raccolta in questione: “Se posso”, che mette in dubbio le capacità dell’io-lirico, “telefonare”, che ci dice che questa capacità è relativa ad un’azione comune, e infine, in posizione conclusiva del verso, il mondo degli affetti, palesato con il complemento di termine “a mia madre”. Tutto è così ordinario. Montieri non vuole mica telefonare ad una realtà extrasensibile! Sta dicendo che è così difficile poter fare qualcosa di normale.
Ora soffermiamoci su “mia madre”. Perché gli affetti minimi, la dimensione quotidiana, costituiscono i personaggi fondamentali ed il paesaggio dominante di tutta la raccolta. Ma badiamo bene: se ci addentriamo nella lettura del libro intero – e voi vi addentrerete nella lettura del libro intero perché ve lo lascio per le vacanze di Natale – ci accorgiamo che questa quotidianità è sempre minacciata da un qualcosa di cui non è possibile darsi spiegazioni, vuoi che sia la Storia, quella con la s maiuscola, vuoi che sia l’altro aspetto fondamentale della vita: la morte.
Se il primo verso si conclude con la citazione dell’immagine materna, il secondo continua con “a mio padre”: come se Montieri volesse elencare tutti gli affetti, prima di introdurre la sua “impresa eroica”, quell’impresa eroica di “telefonare” non per chissà quale annuncio, ma per “chiedere da routine/ come state, Che fate?”. Ed ecco che nel secondo verso abbiamo ciò che era anticipato nel primo. “Da routine”: è la routine che sarà tematizzata, quella routine di chiedere “come state? Che fate? Credimi”. “Credimi” e poi il vuoto. Il vuoto segnato dall’enjambement, la pausa sintattica che ci spiazza: a cosa dovremo credere? Come continuerà il verso? Qui ci fermiamo, come vuole l’enjambement. Se non ci fermassimo non saremmo di fronte ad un testo poetico. Dobbiamo fare una breve pausa ed inventare il nostro mondo, prima, e poi verificare se questo mondo costruito da ognuno di noi sia quello verso il quale il poeta ci vuole indirizzare. Ma bisogna continuare. Più ci fermiamo più aumenta la curiosità di continuare. Come in una serie tv che si conclude sul più bello. Lì dovremo aspettare la settimana prossima per sapere “come va a finire”, qui possiamo subito. Siamo pronti? E allora continuiamo.
“Credimi/ è per culo”. E la suspence è risolta. Tutto quello che sembrerebbe così scontato è in realtà frutto del caos, una casualità, un qualcosa di cui non possiamo darci una spiegazione esatta. Anche la lingua ci spinge a questa interpretazione, perché il testo di Montieri è scritto in un italiano che potremmo definire “standard”: standard la lingua, standard la situazione, ma entrambi gli elementi portano verso un qualcosa di non precisamente definibile. La lingua ci sorprende con le pause. Il messaggio ci spiazza con la tragedia del quotidiano.
Le anafore ripetute all’interno del testo continuano, accrescono la nostra sensazione di impotenza di fronte al quotidiano: così come compare “la sorella” e la semplice attività di “uscire e entrare a casa”. Ma il “credimi” dei versi precedenti viene lentamente sostituito con un ordine più forte e più carico semanticamente. “Convinciti” a chiusura di verso che riproduce la situazione precedente, ma questa volta in modo più irruento. Come se la poesia ed il suo autore chiedessero a noi lettori una sempre più crescente partecipazione.
Ci stiamo passo dopo passo avvicinando allo scarto. E l’accrescimento semantico, il passaggio da “credere” a “convincerci” lo preannuncia. Sicché dopo le anafore arriva il balzo, l’irruzione della storia all’interno di un paesaggio che sembrava esclusivamente dominato dagli affetti familiari: lo spostamento dal soggetto alla storia, una storia dove “il culo” diviene non più metaforico, di per sé, ma emblema di una storia malata, una terra di chi ha “il culo parato”, appoggiato sullo “scarto” e su un’economia, i “conti correnti sconosciuti”, che è così distante dal singolo che assume un ché di misterioso. E, del resto, il sintagma “scarto territoriale altrui” mette in scena qualcosa di sinistro…Il clima del testo sta cambiando, dunque: si sta passando dal piano rassicurante degli affetti, a quello di una distanza incomprensibile. La morte si sta affacciando anche in questa poesia e nella seconda parte. Prima parte (falsamente) rassicurante e seconda in cui si affaccia la morte.
A ben vedere questo microtesto riproduce anche strutturalmente l’intera raccolta però, dato che Avremo cura è suddiviso in due sezioni: una in cui dominano le poesie a tematiche amorose ed un’altra, dal titolo “(Sud) in caso di morte”, in cui la storia e la morte attanagliano il soggetto. Come se, tanto nella poesia, tanto nel canzoniere intero ci trovassimo di fronte ad una catabasi, ad una lenta discesa all’inferno.
Le ripetizioni delle possibilità quotidiane messe in dubbio proseguono con un pizzico di ironia (“Se passa l’autobus in orario, segnatelo/ è per culo, se la vicina quarantenne”): da “credere” passiamo a “convincerci” ed infine a “segnarselo”, come se oltre all’accrescimento tragico passassimo da azioni più astratte ad azioni più concrete. E in effetti ci stiamo avvicinando alla concretezza della vita ed alle sue contraddizioni. Dopo l’enjambement, infatti, la morte irrompe con tutta la sua tragicità. La quarantenne vicina “muore troppo presto”, e lì non c’è più il caos a regnare. Lì domina la scienza, non è più “per culo”, ma “chimica” (unico termine in rima di tutta la poesia – annuncia il “matematica” che conclude il testo). Qualcosa di incomprensibile, però, accade in questo verso: dalla fortuna, dal “per culo” alla “chimica”, da un mondo degli affetti in cui la normalità da “salvare” è puro caso, ad un asserzione in cui la morte che incombe è scienza, “chimica”. E non a caso utilizzo il termine “salvare”, perché così recita un’altra poesia di Montieri: “l’amore, questa parola e non un’altra/ salvo, già salvato, ancora da salvare”. Come se il nostro sforzo fosse quello di salvare l’affettività e la normalità delle cose, di fronte ad una storia e ad una morte minacciose e incombenti.
La morte, in un climax ascendente, il suo clima sinistro, domina la chiusa del testo. Dove “Arrivare in tempo a lavoro o non morire/ hanno lo stesso numero di probabilità”: la tautologia tra quotidiano e sopravvivenza è fatta: la facilità è così difficile, ci dice Gianni Montieri; quotidianità e sopravvivenza sono la stessa e identica cosa, e nella vita hanno lo stesso valore. E anche qui, però, prima di dircelo Montieri ci sorprende con l’enjambement. Perché quando scrive “Arrivare in tempo al lavoro o non morire”, interrompe il verso, e noi non sappiamo per qualche frazione di secondo cosa ne sarà di questi due elementi della realtà. In quella frazione di secondo dobbiamo ritornare, come spesso ci è capitato, a costruirci il nostro mondo di possibilità e a scomporci. Ma la chiusa è il momento in cui ricomponiamo. La chiusa è la fine del percorso: l’autore ci ha condotto, di enjambement in enjambement, di mondo costruito da lui in mondo costruito da noi, dove voleva . E ci dice che “Restare vivi è culo, è matematica.”
Un’altra contraddizione compare in questa chiusa. Contraddizione che richiama quella del verso 14, non a caso gli unici due versi in rima. Qui “culo” e matematica vengono a coincidere. Caos e scienza si sovrappongono, come se la scienza nient’altro fosse che un sottoinsieme del caso. Qualcosa ci sfugge ancora e così dobbiamo inventare il nostro nuovo mondo per comprendere il messaggio. Possiamo sforzarci e continuare ad analizzare, ma sarà l’incompreso a darci molto di più. Perché in quello spazio di incomprensione avremo inventato il nostro mondo. A me pare di avere capito questo, non so voi. Intanto, però, scrivete nel diario, “da imparare a memoria per venerdì prossimo”.

6 comments

  1. Antiletterario come dio comanda. Che poi “dio comanda” si traduce in “dio desidererebbe”. Antiletterario perché sgambetta l’armamentario retorico delle buone maniere variamente agghindate che non hanno più nulla da dire; di cui non se ne può più. Credo che la modalità di Montieri sia una delle poche praticabili oggi, e fa piacere vederla rappresentata adeguatamente come in questo caso.
    Grazie
    leopoldo attolico –

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  2. Continuo a leggere “Avremo cura” di Gianni Montieri, dal suo formarsi progressivo a trama, via via più compiuta, volta a formare un disegno di ampie dimensione e complessità, fino alle frequentazioni intenzionali, vale a dire ai voluti ritorni sui singoli testi, come un impegno – “Avremo cura”, appunto – che abbraccia. per contagio di volontà e per robusta empatia, chi legge. In tal senso colgo il doppio invito, rivolto qui da Francesco Filia e Luciano Mazziotta, a ritornare sui testi che compongono la raccolta, a respirarne ancora dedizione al dettaglio, attenzione e sollecitudine, a dipanarne anafore, enjambement e metafore, a imprimersi nella mente, nell’orecchio e nella voce la musica dello sguardo amorevolmente scanzonato, ironico e innamorato, coninvolto con tutto se stesso eppure sempre capace di fare un passo indietro per mettere a fuoco e rendere dunque più nitida la visione d’insieme. Grazie.

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  3. ringrazio ancora una volta Francesco e Luciano per questa bella, originale e attentissima sorpresa, e tutti voi

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