Claudio Morandini: “Dodici variazioni sul sangue”. Inediti

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Pubblichiamo oggi alcuni inediti di Claudio Morandini che concede al nostro litblog di ospitare parte di un progetto in cui si intersecano musica, teatro e multimedialità. Com’è già avvenuto per Gli oscillanti (pubblicata qui), la scelta dell’autore è caduta su una porzione dell’opera che risulta significativa a fini letterari pur non avendo noi a disposizione, come lettori, l’opera finale nella sua esecuzione ed interpretazione da parte dei musicisti. Il testo è anche la sola parte finita e completa di questo progetto ‘in fieri’.
Le “Dodici variazioni” diventeranno (probabilmente molto presto) un dvd, frutto di un lavoro attorno allo spettacolo nato dai testi, come si ricorda a piè pagina. La volontà di diffonderle qui, oggi, prosegue la proposta iniziata con il precedente post su Gli oscillanti: la necessità di ‘dare presenza’ alla ‘voce’ nella sua forma-seconda, ossia la ‘scrittura’, che è anche forma-prima nel caso si parli di ‘composizione’. In questo caso è proprio il testo ad aver prodotto l’interazione musicale (di cui non possiamo godere), e quindi riveste importanza capitale in termini formali e sostanziali assieme. La sfida di chi legge sarà dunque quella di entrare nel testo letterario e ricostruire la voce-seconda ma anche la musica che non possiamo sentire, in attesa (forse) di poterle ascoltare.

Alessandra Trevisan

*

 

Da “Dodici variazioni sul sangue” (2012): tre assaggi

 

…alle volte si danno questi sangui che s’incontrano.

(Carlo Goldoni, “La Locandiera”)

 

1 – Pulsazioni (a una voce)

 

Quando sono solo mi siedo in un angolo, prendo un lungo respiro, e mi tocco il collo. Sento il
sangue pulsare ai due lati della gola. Basta premere leggermente, con il pollice e l’indice. Il
sangue passa pulsando. Se si sta attenti, ora rallenta, ora accelera. Pulsa anche se stringo più
forte. Non riesco a fermarlo. Pulsa, pulsa, ostinato, e sembra prendersi gioco di me. Pulsa,
pulsa. È parte di me, ma si comporta come se non lo fosse. Pulsa, pulsa, pulsa.
Se sono solo, davvero solo in casa, comincio a borbottare un canto su quel pulsare. Lo invento
lì per lì, su quel ritmo di marcia lenta. Immagino eserciti schierati che marciano al ritmo della
mia musica. Se voglio un ritmo più incalzante, interrompo l’auscultazione e salto, salto a piè
pari, finché non mi gira la testa e lo stomaco non mi si scompiglia: ora sì che dal cuore
impazzito scorre sangue in piena. Oppure trotto, galoppo per casa, come un animaletto in
gabbia. Oppure mi abbasso e faccio flessioni sulle braccia finché non sento gli occhi fuori dalle
orbite. Ora sì che il ritmo è veloce, frenetico. Irregolare, d’accordo, ma veloce. Stringo la gola,
ansimante, e canto a mezza voce, canto e respiro, respiro e canto. Il mio esercito ora corre,
armi in mano. Corre verso il nemico schierato. Corre e canta. Prima o poi rallenterà, ma ora
corre, corre e pulsa.

 

***

 

5 – Mio padre

 

PADRE – Sei il mio sangue!

FIGLIO – Così urlava mio padre, dal letto in cui lo costringeva la malattia.

PADRE – Il mio sangue sei!

FIGLIO – O ancora, quando il delirio lo faceva smaniare:

PADRE – Il mio sangue è il tuo!

FIGLIO – Allora ero un decenne pallido e debole di certe mie malattie, e davvero non mi
sentivo colmo del sangue di nessuno, tanto meno di quello di quell’uomo un tempo rubizzo e
iracondo, che ora continuava a dominare dal capezzale su servitù e parenti. Mio padre
sembrava traboccare di quel sangue che vedeva scorrere nelle mie vene: tant’è che spesso,
colto da attacchi spaventevoli di tosse, ne sputava ovunque, prima che le domestiche
accorressero con grandi fazzoletti a raccogliere le espettorazioni.
Stava per rendermi padrone degli averi che aveva accumulato in decenni di affari, prima che
io nascessi. E già allora sentivo che la mia presenza nella sua vita era dovuta soltanto a questo
– garantirgli una trasmissione dei beni, senza che altri di linee cadette potessero attingervi.
PADRE – Il mio sangue scorre in te!
FIGLIO – Osservavo i grandi ritratti incorniciati (fotografie, oli, dagherrotipi) che a loro volta
osservavano me, nella penombra degli studioli, dei saloni, degli androni. Erano uomini
barbuti, stretti in vestiti solenni e polverosi, sempre più modesti man mano che si risaliva nel
tempo la corrente delle generazioni. Sotto chiome malamente domate, si aprivano occhi
piccoli, dalle pupille diafane, che mi mettevano paura. Il mio sangue era il loro, mi ripetevo. I
miei antenati se l’erano trasmesso di padre in figlio, coltivandolo nel segreto dei loro organi
come una tara.
PADRE – Il mio sangue! Voglio il sangue mio!
FIGLIO – Mio padre mi invocava dal letto, per ripetermi del sangue e fissarmi come un condannato al patibolo. Entravo nella sua stanza, e lo fissavo a una certa distanza. Lui mi
salutava con un rantolo.
PADRE – Il mio sangue! Il mio dolce bambolotto di sangue!
FIGLIO – Io, tenendomi le mani dietro la schiena, come fanno i parroci di campagna, premevo sui polsi, e sentivo un bussare implacabile, che mi percuoteva tutto.

 

***

 

7 – La metafora ( a due voci)

 

LEI – Così mi dici, osservando il mio sangue:

LUI – Sembra un tramonto.

LEI – Sorridi poi, contento di avere ribaltato con una certa grazia quel luogo comune che vuole
piuttosto i tramonti color del sangue. “Divertente” ti dico io, “ma vorresti mica aiutarmi?”.
Sono ancora in terra, ferita.

LUI – Un bel tramonto, sì. Un bel tramonto dello stesso colore del sangue

LEI – Insisti, perché temi che io non capisca la sottigliezza del gioco. “Ho capito, caro” rispondo
io, “non sono tonta come credi. Ma sono a terra, ferita. E, al di là del fatto che sentirmi
paragonare a un tramonto non lo considero di buon augurio, per tutto quello che di allegorico
un tramonto si porta dietro e che ora non ho bisogno di spiegarti… puoi fare qualcosa per
me?”. Tu mi guardi negli occhi per un istante, deluso, come se ti distogliessi da una visione
rapinosa: ma dopo quell’istante torni a fissare lo sbocco di sangue che dalla ferita mi si allarga
sull’addome.

LUI – Scusami, ma non riesco a smettere di guardare.

LEI – “Ti capisco” ironizzo, con una pazienza caricaturale.

LUI – Non è stata colpa mia.

LEI – Lo so, non ti accuso di nulla.

LUI – Ti… ti fa davvero così male?

LEI – Vedi tu, sto per svenire.

LUI – Perché sai, mia cara, ecco: non mi sei mai sembrata tanto bella.

LEI – Svengo poi, e rimango così per un tempo indeterminato. Quando mi ridesto, ti scopro alle
prese con delle tempere in cui prevale il carminio.

LUI – (sussurrando) Ferma così, ancora un minuto, un minuto soltanto.

LEI – Hai fatto in tempo anche a calcarti in capo un berrettino floscio, di quelli che fanno tanto
artista.

© Claudio Morandini

 

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Le Dodici variazioni sul sangue nascono nel 2010, da un suggerimento di Marta Raviglia. All’epoca, conversando al telefono, poi per lettera, ne parlavamo come del nostro Pierrot lunaire: nel senso che ci si era formata un’idea di testi di natura variamente letteraria, ruotanti attorno a un unico tema – testi che una voce o due, accompagnate da un organico strumentale ridottissimo (o dal solo pianoforte, forse), avrebbero cantato o declamato su una scena. Era un’idea eccitante, per me, per la massima libertà che mi era concessa e per la destinazione che il lavoro prometteva di avere. Alla parte più strettamente musicale avrebbe messo mano Simone Sbarzella, che avrebbe modulato momenti “composti” e momenti “improvvisati”. Conoscevo bene i lavori nati dalla collaborazione tra Marta e Simone; sapevo che a entrambi stava ormai stretta la dimensione jazzistica e che stavano, in direzioni diverse, esplorando nuove strade espressive.
Cercavo un tema a cui ricondurre i testi, un tema che avesse una certa carica provocativa: e, rimuginando attorno al Pierrot lunaire di Giraud e Schönberg, mi è venuto in mente il sangue. Va bene, il sangue non è tema o colore inedito, soprattutto in anni di vampirismi per signorine e adolescenti – ma la sfida mi attirava proprio perché non lo è mai stato, inedito, perché siam fatti di sangue, perché i televisori a volte, soprattutto verso l’ora di cena, traboccano di sangue, perché il sangue ha un’aura metaforica fortissima, e perché appunto c’è, per così dire, un sangue banale, quotidiano, ci sono i cliché linguistici a base di sangue, e rimestare tra questo sangue di tutti i giorni (quello delle sbucciature, delle rinorragie, delle detartrasi, un sangue anche un po’ sciapo) e quello letterario, di tragica solennità, tutto echi semantici, e quello ancor più tragico che vediamo sparso nei reportage televisivi, sangue-sangue, che fa male vedere, sangue sporco impolverato urlante e per nostra fortuna sempre fuori fuoco – rimestare, dicevo, tra questi sangui (plurale azzardato, ma attestato) per cercare alcuni modi nuovi per raccontare il soggetto, o modi insoliti per svecchiarlo, questo mi interessava.
L’idea, dopo lievissima esitazione al telefono, è piaciuta anche a Marta e Simone. Da lì, la stesura è venuta facile, insolitamente facile. Mi davo come unici criteri quelli della brevità e della recitabilità. I testi dovevano prestarsi a essere messi in musica, o almeno a diventare voce narrante.
Il progetto, nel corso dei mesi, e poi degli anni, ha, com’è inevitabile e anche giusto, subito diverse trasformazioni. Man mano che procedevano il lavoro di adattamento di Simone Sbarzella (io, intanto, conclusa la mia parte, placidamente aspettavo, tornando ogni tanto a levare o aggiungere qualche virgola, qualche sillaba) e la registrazione, la componente più propriamente musicale si è ridotta, e si è ampliata quella recitativa. La voce di Marta Raviglia è rimasta in alcuni episodi, in altri il testo è stato letto da due attori; l’apporto strumentale è stato praticamente azzerato, mentre hanno preso piede suoni e elaborazioni elettroniche. Accanto alla destinazione concertistica (a teatro, sulla scena) si è fatta strada una destinazione più vaga ma più aperta, uno spettacolo multimediale, recitato-cantato-danzato con parti video, elettronica in scena, ecc. E, in luogo dell’idea originaria della registrazione su CD, si è cominciato a pensare a un DVD, visto che la componente visiva stava diventando determinante.
Com’era giusto e chiaro fin dall’inizio, i testi che ho prodotto per le “Dodici variazioni”, fogli d’album, brevissimi racconti o meglio spunti di racconto, monologhetti, parodie di liriche o di arie d’opera, sono stati, al momento della rielaborazione e della registrazione, smembrati, strapazzati, rigirati come calzini. Fa parte del gioco, e una delle cose più eccitanti (è la seconda volta che uso questo termine, vorrà pur dire qualcosa) è scoprire quanto e se il testo, nato pulito, in una certa forma, sopravviva, sia pure fatto a brandelli, in un’altra forma, quanto di nuovo, di nascosto il trattamento faccia emergere, e quanto lasci intatto nonostante tutto. Io stesso, in accordo con Simone, ho preso alcuni testi e ne ho scomposto le parti distribuendole tra due voci, senza seguire la sintassi, anzi procedendo nella suddivisione per netti enjambement contro la sintassi. Certo, alcuni testi hanno subito nella registrazione un trattamento che ne ha profondamente messo in discussione la natura originaria: che so, Salasso era nato come una cabaletta rossiniana (così dice ancora il sottotitolo, se non erro), lo immaginavo come un crescendo ossessivo sul tipo de Calunnia è un venticello, cantato su poche note ribattute, accompagnato magari (in modo un tantino incongruo) da un clavicembalo, da un fortepiano. Ma anche così, trasformato in una filastrocca di infantile ferocia, con strilli e urletti, è Salasso, anzi forse lo è di più, più limpidamente e anche più crudelmente, perché privato dell’ammiccamento colto. In generale, ogni testo è stato sminuzzato in un jeu de massacre, ma alla fine del brano, tirate le somme, risuona nella sua interezza, pienamente ricostruibile all’ascolto.

© Claudio Morandini

A proposito del lavoro sui testi, rimandiamo alla conversazione tra Claudio Morandini e Simone Sbarzella apparsa su Letteratitudine, da rileggere qui.

Nel blog di Claudio Morandini, una news che rimanda ad un’intervista alla cantate Marta Raviglia in cui si parla dello spettacolo che ha visto protagonisti questi testi: su jazzconvention, a cura di Guido Michelone.

Le foto sono tratte dagli articoli citati.

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