Due arie da “Gli oscillanti” di Claudio Morandini

Oggi su Poetarum Silva ospitiamo due arie dal libretto teatrale di Gli oscillanti di Claudio Morandini. I testi − particolari e insoliti anche come genere, per il nostro blog − non sono mai stati pubblicati altrove, pertanto ringrazio molto l’autore per questa concessione.

Alessandra Trevisan

"Gli oscillanti" in scena a Ravenna

“Gli oscillanti” in scena a Ravenna

Gli oscillanti

Prèmiere dell’opera a Cesena. Seduti: Marta Raviglia e Claudio Morandini

“Gli oscillanti” – appunti su un libretto d’opera

Potremmo definire Gli oscillanti un’opera jazz, basata non su una vera e propria trama, ma su temi, o motivi, come l’equilibrio, il dondolio, la vertigine, il precipitare, eccetera. Per essa ho scritto il libretto, dopo avere accolto le indicazioni di Marta Raviglia, che con Manuel Attanasio si è occupata della parte musicale (composizione, direzione, esecuzione). Marta ha inoltre coordinato il gruppo di allievi del workshop Voce che danza, corpo che canta in vista della prima rappresentazione dell’opera presso il Conservatorio Maderna di Cesena, il 22 giugno 2014. Insieme hanno lavorato sui movimenti, sull’interazione dei corpi, sulle voci, sull’improvvisazione controllata, sul collettivo e sul singolare. L’esperienza, felice, è stata riproposta il 23 luglio a Ravenna, presso l’ex-Chiesa Santa Maria delle Croci, con lo stesso organico a cui si sono aggiunti altri musicisti, e sarà ripresa anche altrove, fino a sfociare, in autunno, nella registrazione in studio per un CD.
Il termine “libretto”, che risale a una tradizione illustre, per quanto talvolta ritenuta minore, nel nostro caso è da intendersi con qualche virgolettatura. Quello di Gli oscillanti, flessibile e adattabile in ossequio allo spirito sperimentale del progetto, alterna arie solistiche e pezzi d’assieme (in prosa, però, quasi mai in versi), canto e recitativi, ed è giocato sulla contrapposizione tra una LEI e un LUI che non sono personaggi fissi, e nemmeno sono caratterizzati come femminile e maschile, ma si presentano piuttosto come gruppi che si alternano dinamicamente nello spazio e nel tempo. Ho cercato, nello scrivere il testo (in particolare le due “Arie”, di LUI e di LEI, che ho il piacere di presentare qui), di trovare un tono, un ritmo, un cursus che si prestassero al recitar cantando jazzistico distribuito tra i diversi interpreti.
In linea con la tradizione del libretto d’opera, ho voluto che le parole si ponessero con umiltà al servizio della musica: adattabili, forse meno cariche di senso, ma, spero, più dotate di musicalità, ritmicamente e coloristicamente disponibili, più che semanticamente solide – molto leggere, poco ingombranti, in nome di un’idea di sviluppo di natura più musicale che letteraria. Così, senza mai sentirmi sminuito, anzi con grande divertimento e senso di libertà, ho lavorato a Gli oscillanti, che non è il primo progetto di questo genere a cui mi sono dedicato, ma è il primo a concretizzarsi così rapidamente in una serie di spettacoli.

Claudio Morandini

CLAUDIO MORANDINI
Da GLI OSCILLANTI
Libretto per un’opera
con le voci di Marta Raviglia e Manuel Attanasio
(marzo-maggio 2014)

SCENA II – ARIA DI LUI

LUI vaga con lo sguardo, attirato da un canto femminile in lontananza, ora dolce ora sussultante e
quasi minaccioso (non subito minaccioso, però).

LUI – Amo? Non amo? Amo e non amo insieme? Amo, ma solo un po’? Amo, un po’ a caso?
Amo troppo? Amo troppo poco? Amo solo alcuni dettagli? Oppure amo i dettagli ma non amo
l’insieme? Amo l’insieme ma non amo la somma? Amo solo a momenti? O amo sempre? Amo,
non amo? Che faccio, amo? Fingo di amare? Fingo, ma solo un po’? Qualcuno ha una
margherita? Renderebbe le cose più facili. Amo, non amo, amo? Mi lascio amare? Mi impongo
di amare? Amo senza opporre resistenze? Resisto all’amore? Allora, questa margherita?

Ecco, ora il canto femminile si fa minaccioso, parodisticamente ringhiante; tenta anche qualche
gorgheggio alla Regina della Notte.

LUI – Non vorrei parlare di me. Non è bello. La gente tende ad annoiarsi. Però devo. Facciamo
così: immaginate che io sia un paradigma. Un paradigma. Bellissima parola. Non mi
stancherei mai di pronunciarla. Un pa-ra-dig-ma. Di voi, di tutti. A questo punto posso dire
ciò che voglio, perché sono un paradigma. Parlo dei miei amori, allora. Vi va? Bene. Non vi
va? Non è un problema mio. I miei amori, dunque. Amo, non amo? L’ho già detto? Non
importa. Amo, non amo? Che dite, amo?

Il canto femminile si fa fioco, sembra svanire. Poi riprende, stentoreo, di colpo.

LUI – Ci sono mattine che mi sveglio e amo. Immagino una giornata tutta piena d’amore. Un amore totale, per tutto il mondo, per tutta l’umanità. Poi, nel corso della mattinata, smetto. Non amo più. Vorrei non vedere nessuno. Faccio boccacce a tutti. Non rispondo ai saluti. Tempo un’ora, e torno innamorato. Del mondo, di tutti. Capita anche a voi, no? Solo a me? Ma io sono un paradigma vostro. Ergo capita anche a voi. Nel pomeriggio smetto di amare e torno ad amare e smetto e riprendo e smetto e riprendo. A momenti quasi soffoco di amore. Subito dopo raggelo. Non so come accada. Ma sento che è così, e ne sono crocifisso. Va bene, questa non è mia.

Il canto sembra attirare LUI altrove. LUI lo segue, naso all’aria, come se lo annusasse.

LUI – Amo? Non amo? Se mi fosse arrivata una margherita di tot petali, all’ultimo petalo avrei
una risposta. Non quella giusta. Una risposta, una delle due. Sarebbero entrambe vere. E
entrambe false. So quel che dico. Conosco le oscillazioni dell’amore. Conosco le oscillazioni di
ogni sentimento umano. Aggiungo solo questo: pa-ra-dig-ma.

 

***

SCENA IV – ARIA DI LEI

LEI, illuminata fiocamente, guarda verso l’alto. Su di lei pende qualcosa. LEI si sposta di lato,
guarda in alto: sembra non esserci più niente. Tira un sospiro di sollievo.

LEI – Comincio a vederlo la sera, quando si fa buio e tutto diventa grigio. Allora riluce, manda
scintille vivide. La notte, poi, quando tutto il resto scompare, lo vedo con chiarezza, lo sento
tagliare l’aria. No, non misura il tempo come un pendolo. Magari lo facesse – saprei che ha
quel senso lì, di misurare il tempo, me ne farei una ragione. Non misura il tempo. Oscilla
avanti e indietro a modo suo, ora lento, ora velocissimo – come se mani invisibili da un lato
lo trattenessero o lo spingessero. Avanti, indietro. A volte, giunto a metà del percorso, dopo
una lieve esitazione, invece di procedere torna indietro. Fende l’aria a velocità diverse. Una
notte mi è venuto in mente che forse suona l’aria, avanti e indietro, come un archetto di
violino.

Guarda ancora verso l’alto, ha un lieve sussulto, come se vedesse di nuovo quel qualcosa sopra
la sua testa. Allora si sposta dov’era prima, stavolta aggiunge un altro passo, poi guarda in alto.
Niente. Sorride brevemente.

LEI – Ogni tanto devo farlo: mi sposto. Quello mi segue, io mi sposto. Quello torna a seguirmi,
io mi sposto ancora. Conto sui suoi tempi di reazione. Ne parlo come di una cosa viva?
Perché, non lo è? Se non lo è, lo sono quelli che lo muovono. No, non chiedetemi di fare nomi.
Tirerei a indovinare, e non è bello. Da quando lo faccio, di spostarmi così, di qua e di là? Non
so. Se quel coso misurasse il tempo ve lo saprei dire. Ma non misura il tempo, come ho detto.
Misura altro che non so.

Fa un altro passo, questa volta indietro.

LEI – Lo sentite? Sentite come suona l’aria? A volte mi incanto a ascoltarlo. So che è
pericoloso incantarsi così, ma lui è così bravo. Non esegue mai la stessa nota. Non esegue mai
le note allo stesso modo. A volte è così umano il suo canto che mi viene da rispondergli, come
si farebbe con le domande di un bambino che per gioco parla cantando.

Fa due passi avanti.

LEI – Ora rantola come un animale in agonia, e vorresti consolarlo, aiutarlo, accarezzarlo. Ma
se allungassi la mano sopra la mia testa me la mozzerebbe, credo. Sento che lo farebbe. Non
me ne accorgerei nemmeno: rimarrei lì, con il polso sanguinante, e non sentirei nemmeno
dolore, tanto è sottile quella lama. So che è sottile, sottilissima anzi. Lo so, e tanto basti. Vi ho
detto che ogni tanto lo vedo mandare lampi. Sono lampi metallici, riflessi di lama. Lo vedo
anche adesso. E infatti, con permesso…

Si sposta rapidamente di lato.

LEI – Sì, lo so: c’è quel racconto, come si intitola?, di quel tizio americano dell’Ottocento,
come si chiama? Con quel pendolo minaccioso e affilatissimo che si abbassa su quel tale in
quel pozzo. Ricordo benissimo anch’io. Ma credete che sapere di questa allusione mi renda
più tranquilla? Io ci sono dentro. Io ci vivo dentro, a questa allegoria di seconda mano. E quel
coso si abbassa su di me. Con estrema lentezza, con qualche goffaggine, verrebbe da dire, ma
si abbassa. Ecco, avete visto? Si è abbassato di un pochino. Ora fa finta di niente… ecco, lo ha
fatto di nuovo! Avete visto? Si è abbassato di nuovo!

Si sposta ancora, nervosamente, e ora sta quasi curva. Chiude gli occhi.

LEI – Dov’è, è ancora lì? Cioè, è ancora su di me? Che dite? Non vi sento! È qui? Qui sopra?
Non ancora? A volte…

Si ricompone, apre gli occhi, sospira.

LEI – … A volte mi viene voglia di rimanere ritta, e di aspettare che accada. Non sarebbe un
bello spettacolo. Ma almeno saprei qualcosa di più. Per ora non so gran che – ho solo
acquisito un po’ di familiarità con questo coso. Una volta – una volta l’ho visto sgocciolare
sangue. E non era mio. Ci sono rimasta di sale. Chi diamine ci ha lasciato le penne? Mi trovavo
fuori casa, facevo due passi, di notte, e zac, quello comincia a sgocciolare sangue. Ho provato
a chiamare, a chiedere, ma nessuno ha risposto. Et pour cause, direte voi. Un’altra volta ne ho
visto un secondo, sbrilluccicare al buio, sopra un tale che correva a casa. E un’altra volta…

Buio.

*

Claudio Morandini è nato ad Aosta nel 1960. Ha scritto romanzi (l’ultimo è A gran giornate, La Linea, 2012), testi per il teatro e la musica, e qualche racconto reperibile in antologie o in rete. Collabora con riviste e blog letterari (Fuori Asse, Zibaldoni e altre meraviglie, Letteratitudine, Revue littéraire des Editions Léo Scheer). Il suo sito è http://claudiomorandini.com e il suo blog “Iperboli, ellissi” http://ombrelarve.blogspot.it.
Claudio Morandini è rappresentato dall’agenzia Otago (www.otago.it).

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