Si ristampi #1: Luce d’Eramo, Nucleo Zero (di Anna Maria Curci e Gianni Montieri)

nucleo zero

Eccoci qua, una nuova rubrica. L’idea è di Anna Maria Curci, il coro è di tutta la redazione (e non solo, come vedrete nelle prossime settimane, nei prossimi mesi). Il Si ristampi racconterà di libri molto amati, non più ristampati. La rubrica nasce per passione, anzi è un invito appassionato: Per favore, si ristampi. (La redazione)

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Si ristampi #1: Nucleo Zero di Luce d’Eramo, Mondadori, 1981

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Viene da chiedersi, leggendo Nucleo Zero di Luce d’Eramo, se l’autrice, scrivendo, tenesse a mente I masnadieri di Schiller. Sì, perché questo romanzo, precocissimo rispetto al tempo storico con il quale fa i conti, quello che Margarethe von Trotta definì nel suo film – uscito in Germania nello stesso anno, 1981, della pubblicazione italiana di Nucleo Zero – Die bleierne Zeit, Gli anni di piombo, ha del dramma schilleriano lo studio e l’ardimento non di rado ironico del linguaggio, spia di fronti contrapposti, frazioni e schegge, così come l’alternanza, sotto una regia lucida, di introspezione e azione.
Le vicende di Nucleo Zero si svolgono a Roma nel 1980. Al centro di esse, un gruppo di terroristi che intende, già con il nome, partire per una nuova linea di operazioni contro il sistema. Come? L’incipit del romanzo lo svela fin dalle prime, serrate, battute: con una serie di rapine concertate – a dovere, secondo gli auspici di coloro che le progettano e le eseguono – allo scopo di guadagnare visibilità, profilo, credibilità, anche agli occhi di altre organizzazioni che operano a livello nazionale. Luce d’Eramo sceglie dunque la ‘presa diretta’ per la sua disamina, quanto mai acuta, di quegli anni, attraverso una vicenda che costruisce e ri-costruisce come esemplare.

Il primo ampio movimento di questa sinfonia in quattro parti (ciascuna, a sua volta, composta di quattro capitoli, per un totale di 16 capitoli, più uno conclusivo, non a caso scritto in un tempo verbale diverso dai precedenti), che dalla cronaca entra nella carne viva del fenomeno storico, è rappresentato dalla narrazione della ‘bifase’ – così i membri del gruppo “Nucleo Zero” hanno chiamato il sistema della doppia rapina – che si svolge intorno a piazza Bologna. Con cura e precisione vengono ricostruiti i percorsi di arrivo e partenza, gli spostamenti, i trasbordi, i travestimenti e i rapidissimi cambi di tutti i partecipanti, menzionate le vie, viale XXI aprile, via Michele di Lando, via Monaci, via Livorno. La narrazione è intervallata dalle riflessioni di Giovanni Dettore, che ripercorre nei pensieri meticolosamente tutte le fasi della prima rapina, progettazione ed esecuzione, e che, nello scartabellare in dettaglio i ricordi,  fornisce a chi legge informazioni sugli altri componenti del Nucleo Zero.
Con lo scorrere degli altri movimenti che compongono l’insieme veniamo a conoscere, con un andamento sempre misurato, ma mai estraneo al procedere degli eventi, provenienza e passato di molti di loro. L’estrazione è diversa, diverse le motivazioni che li hanno condotti ad agire insieme, concordando, tra l’altro, un sistema di comunicazione fatto di squilli telefonici in numeri e sequenze che corrispondono a nomi e fatti da riferire. Alcuni di loro hanno studiato – Giovanni Dettore è stato professore di filosofia, Lorenza Vallo, già giornalista, si mantiene facendo traduzioni, Paolo Pasini è medico, Stefano Brandi, ex allievo di Giovanni, è docente incaricato alla facoltà di matematica – altri, come i giovani coniugi Marisa e Antonio Martano, sono immigrati dal Sud d’Italia, “donna a ore” (come si diceva una volta per “collaboratrice domestica”) l’una, operaio l’altro. Tra l’ex insegnante e l’ex allievo la tensione aumenta allorché quest’ultimo preme per ottenere dal gruppo l’assenso alla collaborazione con le “Colonne rosse”, nelle quali Giovanni Dettore ha militato e dalle quali è uscito.
Sono le loro voci, nei dialoghi e nei soliloqui, nel vorticare di pensieri e nei confronti-scontri, che Luce d’Eramo ci fa ascoltare, con sapienza drammatica e un alto grado di verosimiglianza, lo stesso grado di verosimiglianza che si manifesta nella scelta di stile e termini dei loro comunicati. Altre voci ascoltiamo, e sono quelle, in particolare, di Gennaro Di Biase, l’avvocato antico antagonista di Lorenza Vallo in un processo di dieci anni prima, e del sequestrato, l’imprenditore Giacomo Perrino. Per ciascuna di esse Luce d’Eramo, che pure, nei brani riservati al narratore, non fa mistero della sua predilezione per varianti meno comuni di verbi – “parcare” per “parcheggiare” e “bezzicare” per “beccare” –,  sa trovare toni e termini che calzano perfettamente ai personaggi. Allo stesso tempo, come aveva già dimostrato nel libro del 1974  (sul caso Feltrinelli/ Cederna) Cruciverba politico. Come funziona in Italia la strategia della diversione, Luce d’Eramo non nasconde, inserendone esempi, il controcanto diversivo dei mezzi di comunicazione di massa.
Un romanzo che dal principio all’epilogo conserva intatto, accanto al suo valore storico di prima opera della narrativa italiana sugli “anni di piombo”, il suo significato letterario: un esempio convincente di narrazione e di analisi della realtà contemporanea. Il romanzo è stato tradotto in tedesco (Gruppe Zero, traduzione di Evalouise Panzner, Rowohlt 1982) e in spagnolo (Nucleo Cero, nel 1983), Carlo Lizzani ne ha tratto un film nel 1984. Stupisce, amaramente,  che in Italia non sia stato più ristampato.

© Anna Maria Curci

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Credo d’aver letto Nucleo Zero, per la prima volta, nel 1985, avevo quattordici anni. A quel tempo, erano gli anni dei primi romanzi, attingevo dalla libreria di mio padre un po’ a caso (eccetto Porci con le ali, letto un paio d’anni prima, perché lì dentro scopavano); Nucleo Zero lo scelsi per la cover, prima ancora che per la storia. Nell’edizione che avevamo in casa, un uomo correva con un mitra in mano, correva e contemporaneamente svaniva, si sgranava, la figura biancogrigia correva in avanti e il corpo sfumava all’indietro. Lo tirai giù dallo scaffale e lo lessi, credo, in una notte.
Non sapevo molto degli Anni di piombo, allora. O meglio, conoscevo quello che raccontavano i miei a tavola, ne parlavamo a scuola, ascoltavamo dei rapimenti e degli omicidi dai telegiornali. Ero, però, un ragazzino appena uscito dalle medie, la consapevolezza era una cosa lontana. Ricordo, però, quando qualche anno prima, nel 1978, il custode della scuola elementare che frequentavo entrò in classe e disse alla maestra: «Hanno rapito Moro», lo disse scuotendo la testa, la maestra si tolse gli occhiali e si passò una mano sulla fronte. Noi bambini rimanemmo in silenzio, nessuno parlò più, avevamo sette anni, ma avevamo intuito che qualcosa di terribile era accaduto.
Luce d’Eramo scrisse il libro con grande lucidità e coraggio, con voglia di comprendere la storia e le persone. Capire mentre le cose stavano ancora accadendo. Scrivere della Storia mentre questa si stava ancora svolgendo.
Il romanzo si apre con una rapina, raccontata mirabilmente, la scena si svolge a Roma, intorno a Piazza Bologna. I banditi fanno parte del Nucleo Zero, una cellula che rivendica una propria autonomia dagli altri gruppi terroristici rossi. I componenti della banda sono Lorenza Vallo, Giovanni Dettore, Paolo Pasini, Stefano Brandi, Marisa e Antonio Martano. Arrivano da luoghi diversi, storie diverse, motivazioni diverse. Dettore è il capo, lo stratega, il ragionatore, quello che non trascura alcun dettaglio, ha avuto o ha una storia con Lorenza, che si mantiene facendo traduzioni, Paolo è un medico, l’uomo delle soffiate, Stefano è un ex allievo di Giovanni, ed è quello che preme affinché il Nucleo Zero confluisca nelle Colonne rosse, gruppo storico di cui Dettore è stato membro. Il racconto è un coro, ogni punto di vista è narrato. Conosceremo, man mano che gli eventi accadono, il pensiero di Giovanni, di Lorenza, di Paolo, di Stefano e degli altri.  Ascolteremo la voce delle loro coscienze, vedremo come ciò che porta all’errore si somiglia sempre. Lo sbaglio non è mai soltanto un fatto tecnico. Ma questo è un romanzo fatto di persone e altri due personaggi saranno fondamentali per lo sviluppo e per l’analisi che Luce d’Eramo ha in mente: un avvocato forse innamorato, Di Biasio, e l’industriale che poi sarà rapito Giacomo Perrino.
Sono magistrali le pagine che si svolgono nel covo dove i terroristi nascondono Perrino. L’uomo, molto intelligente, attento a non mostrare segni di debolezza, mostrerà al lettore il proprio angolo di visuale, la prospettiva è di nuovo ribaltata. Lui ragiona e i terroristi credono che voglia lasciarsi morire.

– È capace di darsi la morte per fregarci – dice una voce di donna.
– Non ti preoccupare – le risponde un bisbiglio d’uomo, – uno che ha tanta compassione di sé non s’uccide.
– Ma si lascia morire – risponde il mormorio femminile, – è una settimana che non mangia più. È una cassa vuota.
– Ha soltanto capito d’essere nelle nostre mani – replica una diversa voce maschile.

Cosa capisce il lettore leggendo? Qualcosa, certamente, delle strutture dei gruppi terroristici. Come funzionava l’organizzazione, come erano fatti i covi, quali erano i segnali. Capisce, poi, i pensieri di chi dai terroristi veniva attaccato e di chi stava in mezzo, come l’avvocato Di Biasio; uomo che sembra vittima della propria debolezza, uomo che si dimostrerà il più attento e scaltro di tutti.
Soprattutto, capirà molto delle persone e di come si muovevano in quegli anni difficili e terribili. Le persone sono tutte interessanti, e, in questo libro, tutte mostrano uno straordinario lato umano, la debolezza che accomuna tutti, quella che fa tenere la testa tra le mani mentre ci si domanda della propria vita. Non è un libro consolatorio e nemmeno giustificativo, ma è molto significativo.
L’ho riletto qualche tempo fa su invito di Anna Maria Curci, l’ho fregato di nuovo a mio padre, ora posso restituirglielo mentre aspetto di poter comprare una copia mia.

© Gianni Montieri

6 comments

  1. Fu il primo libro di Luce d’Eramo che mi capitò di leggere; autrice scomoda e attenta e un racconto di quegli anni che mi colpì molto, tanto più che erano vicinissimi (avrò letto il libro se non subito quasi e mi avete fatto venire voglia di rileggerlo). Grazie.

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    1. Grazie a te, Nadia, per aver raccontato qui della tua lettura di allora e del tuo desiderio di rinnovarla. Con “Nucleo Zero” è l’attenzione vigile alla storia, anche di questi giorni, a sollecitare una rilettura. Un caro saluto,
      Anna Maria

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  2. Già avevate parlato di Luce d’Eramo in un’altra occasione, e avevo trovato molto interessante l’autrice. Mi ripropongo di leggerla; quel momento storico appassiona, la vostra riproposizione anche.

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