Anna Maria Curci

Luca Buonaguidi, poesie da “Uno studio sul niente. Viaggio in Giappone”

 

Cammino in strade a tre piani
tra forme future nel ritmo
muto di luci epilettiche,
c’è una certa cura, un’idea
nell’orgia metallica
mi sento bene, mi sento male,
non capisco cosa siano
il bene e il male
dentro la pancia
del mostro morale e lucente.
È tutto un guardare d’essere
in essere boccheggiare
in un’armonia contrita e liscia,
tra pesci rossi che gonfiano
le branchie nei riflessi vitrei
dei bordi, il vuoto pneumatico
agita appena questo sogno
di luce artificiale.
Nuoto in questo acquario,
sono piccolo e lontano.

Roppongi, Tokyo

 

 

Il cartello invita
a sedere immobili
e in silenzio:
qui si insegna
la trascendenza
nell’immanenza
ma sono arrivato tardi
e il guardiano mi invita
a uscire dal tempio.

Per strada
il mondo è già scritto
e gioca a guardarmi fisso:
qualche luce,
serrande abbassate,
sembra una sera come altre
ma da qualche parte c’è
un niente che tutte le sere
appare e scompare.

Shimamoto, Tokyo

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Robert Adamson, Tre poesie nella traduzione di Angela D’Ambra

Robert Adamson nel 2010, foto di Juno Gemes

 

Robert Adamson, Three Poems

Tre poesie nella traduzione di Angela D’Ambra

 

da Mulberry Leaves [Foglie di gelso]

Reaching Light

Where was we left from?
We say the journey’s up, but maybe

memory sinks deeper.
Our journey so far

has been quiet, the only
incident being that rock dislodged

as he spun around on his heel.
What was that stuff – brimstone?

The first slice of sunlight glanced off
a slab of dark marble that turned to glow.

is back moved ahead of me –
his curls, shoulders,

that neck. What new bone was he inventing
in his shuffling head, what chance

that a doorway would appear and then a house?
The dark supported me, comfortably

behind me, a cradle woven from
demon hair. As I rose

and climbed toward day, his turning head,
those eyes – strips of memory,

silver tides, moons rising over the
rim of the world –

brought back the day we were married,
standing in fine rain, then escaping  from family,

sex by a rolling surf in a high wind, velvet
heavens and the stars omens:

calendars, clocks, zodiacs –
straight, bent signs.

Raggiungere la Luce

Da dove è che partimmo?
Il viaggio, si dice, è verso l’alto, ma forse

la memoria più a fondo s’inabissa.
Il nostro viaggio finora

è andato liscio, unico
contrattempo quella roccia franata

quando lui di scatto si voltò.
Cos’era quella roba – zolfo?

Il primo spicchio di sole rimbalzò
su una lastra di marmo scuro che s’accese.

La schiena di lui si muoveva avanti a me –
i suoi riccioli, le spalle,

quel collo. Quale nuova trovata escogitava
in quella testa irrequieta, che occasione

che una soglia apparisse e poi una casa?
Dietro di me, confortante, il buio

mi sosteneva, una culla ordita con
crini di diavolo. Allorché m’alzai

per la scalata al giorno, la sua testa si volse,
quegli occhi – strisce di memoria,

maree d’argento, lune crescenti
oltre il ciglio del mondo –

mi riportarono il giorno delle nozze,
noi in piedi nella pioggia sottile, poi via dalla famiglia,

sesso nel risucchio dell’onda, vento forte, cieli
di velluto e i presagi di stelle:

calendari, orologi, zodiaci –
segni contorti, diretti.

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Giovanni Ricciardi, La vendetta di Oreste

La vendetta di Oreste (Fazi Editore), nona indagine del commissario Ponzetti, nato dalla penna di Giovanni Ricciardi, è da oggi, 11 luglio 2019, nelle librerie.

Giovanni Ricciardi, La vendetta di Oreste, Fazi Editore 2019

Quando, esattamente otto anni fa, nel luglio 2011, conobbi Giovanni Ricciardi, in occasione della presentazione, avvenuta proprio nel quartiere Giuliano-Dalmata, della terza indagine del commissario Ponzetti, Il silenzio degli occhi, ebbi modo di individuare, in quel primo libro che lessi avidamente e, in seguito, in tutti i volumi precedenti e successivi, alcune caratteristiche che rendono prezioso e di portata rilevante il progetto che Giovanni Ricciardi va svolgendo, collocando gli scenari delle vicende da lui narrate, di volta in volta, tra luoghi del mondo e quartieri di Roma: tra queste, la capacità di coniugare la cronaca contemporanea alla memoria individuale e collettiva e la volontà di sottrarre all’oblio storie travolte e sommerse.
La vendetta di Oreste, la nona indagine del commissario Ottavio Ponzetti, creatura di Giovanni Ricciardi, ha tra gli scenari il quartiere di Roma che si chiamava “Villaggio Giuliano” – ora quartiere Giuliano-Dalmata – e che accolse gli esuli dell’Istria e della Dalmazia (i primi sfollati non avevano ancora lo status di profughi) dopo il 10 febbraio 1947, a partire dalle prime famiglie che furono ospitate nei padiglioni dell’ex Villaggio Operario dell’E42, lungo la strada che oggi ha il nome di viale Oscar Sinigaglia e che occupa un posto importante nelle vicende narrate.
Oreste, il personaggio che appare già nel titolo del romanzo, è giunto a Roma nel 1954, mentre la moglie, Nina, è arrivata al Villaggio da bambina. Storie simili le loro? Se il sipario si apre sulla rottura del femore ‘quasi gemellare’ di moglie e marito, su infanzie e giovinezze segnate dal trauma della perdita e della fuga, Nina e soprattutto Oreste hanno parlato ben poco con il figlio Marco. Anche su questi silenzi, di drammatico realismo, si costruiscono le storie narrate che, di capitolo in capitolo, tra viaggi, incursioni e agnizioni – non solo i nomi di molti personaggi, ma anche cornici e cadenze hanno sovente la solennità del mito e della tragedia greca – si chiariscono progressivamente grazie alle indagini condotte da Ponzetti, che ha conosciuto e apprezzato Oreste come geometra. Ponzetti è coadiuvato non solo dal fido Iannotta, ma anche, in questo caso, dalla figlia minore Maria e gli itinerari di ricerca portano dalle vie, dalle case e dalla biblioteca di San Marco Evangelista al Giuliano-Dalmata e dai corridoi dell’ospedale Sant’Eugenio, per altri punti ‘nodali’ di Roma – l’Esquilino tutto, con citazioni importanti del Museo di Palazzo Merulana e della Biblioteca Nelson Mandela – a Trieste, in un Istituto Tecnico, e oltre confine, nei territori una volta italiani.
La materia trattata è incandescente, come già quel nome, “vendetta”, fa intuire. C’è un mistero da risolvere – e forse più di uno – dopo il ritrovamento di una pistola e di una lettera, ci sono colpi di scena e rivelazioni, ma sarebbe riduttivo ingabbiare in un genere questo libro, che entra a pieno titolo in quel progetto al quale ho fatto riferimento in apertura. Tanto maggiormente, allora, colpisce la scelta di Giovanni Ricciardi di affrontare una questione delicata e attualissima come quella degli incontri-scontri nelle zone di confine.
In un romanzo nel quale appaiono personaggi storici, alcuni protagonisti di vicende singolari e tragiche, altri  testimoni di umanità viva e della ricerca operosa di verità e pace, in un romanzo in cui si portano a conoscenza ulteriori realtà occorse e tuttora sconosciute ai più, mi preme sottolineare come la visione storica di Giovanni Ricciardi sia frutto di una volontà di grande valore etico, quella di dare voce a chi voce non l’ha avuta, restituire la memoria dei doppiamente schiacciati e deprivati della dignità, ancor prima che della vita.

© Anna Maria Curci

 

1.

Nina non torna a cena

Il vecchio Oreste era diventato abitudinario. Non si era più allontanato dal suo quartiere dopo l’età della pensione. Aveva anche smesso di guidare la macchina per via della vista troppo fioca, che lo spingeva a stringere progressivamente il cerchio delle sue frequentazioni. Del resto, aveva viaggiato anche troppo da quando era approdato a Roma negli anni Cinquanta, ma sempre e solo per lavoro e, a sentir lui, malvolentieri.
Ogni viaggio è dolore e fatica, amava ripetere: lo sanno bene gli inglesi, e per questo dicono travel, quello che in italiano è travaglio, il dolore del parto. O del partire? E i francesi? Per loro travail è la dura legge del lavoro. Ma gli inglesi lo sanno più di tutti, e lo condensano in quel termine perché per loro il viaggio è sempre attraversare un mare e non sapere se ci sarà ritorno.
Così diceva Oreste per giustificare la pigrizia della sua vecchiaia. Poi, una sera di marzo, sua moglie non tornò a casa per la cena: la prima volta dopo tanti anni di matrimonio.
A lungo Oreste rimase alla finestra a osservare un’avanguardia di primavera tra i rami del pruno rosso che spiccava nel giardino di fronte, fantasticando un non so che, fin quando il sole non fu tramontato e più in là si accesero i lampioni della sua piccola via. Allora si accorse che era trascorso troppo tempo e si destò dal torpore, imbambolato.
Cominciò a chiamarla ad alta voce, come se il suo nome gridato alla finestra avesse il potere di farla spuntare improvvisamente all’angolo della strada. Ma la via era vuota.
Oreste sentì nel profondo di sé che Nina non gli era mai parsa indispensabile: era sempre stata lì, tutta la vita, come l’orizzonte sulla linea del mare o la risacca che d’inverno sfianca gli scogli
.
Oreste pensò che c’erano state poche parole in quel lungo amore. Ma adesso che provava – troppo tardi – che cosa significasse la sua assenza, avrebbe voluto dirle l’unica parola che gli saliva alle labbra, e se fosse arrivata a consolare quel vuoto improvviso, gliel’avrebbe senz’altro detta, per la prima volta nella vita: «Mi sei mancata». (altro…)

Fabio Michieli, Dire

foto di Giovanni Ballarin

 

«ma la luce che filtra dalla grana»: un viaggio in Dire di Fabio Michieli

«ma la luce che filtra dalla grana/ dice a me – nel silenzio – tutto il bello»: parto dal distico che conclude Ad A.C., componimento che si trova nella sezione Primo tempo, per raccontare di un rinnovato viaggio nei versi di Fabio Michieli in Dire, ora alla sua seconda edizione, e dunque in una versione ampliata e in una rete più fitta di linee e curve e nessi.
È bene premettere che si tratta di un viaggio tra i versi, giacché il richiamo che a me giunge da tempo da questa raccolta (la cui prima edizione risale al 2008) e da questa poesia è simile a ciò che l’Orfeo di Fabio Michieli dice di sé in (Orfeo a Euridice): “inselvarsi oltre il limite concesso”, tornare ad addentrarsi. Se mai è il momento in cui sarà dato al mistero di risolversi interamente nel mondo del finito, a chi si tuffa, si immerge, si “inselva”, in Dire, a chi ne percorre le direttrici principali così come i cunicoli, gli antichi e gli ulteriori, è dato sempre di cogliere «– nel silenzio – tutto il bello».
Dal cogliere al pronunciare, al Dire «tutto il bello», cionondimeno, si estende l’arco composto da infiniti punti, da molteplici angolature e da svariate sfumature cromatiche. È proprio questa la ragione per cui quello che segue sarà il resoconto di uno solo dei tanti viaggi intrapresi nella poesia di Dire. È proprio questa la ragione, soprattutto, per cui la storia della composizione di Dire reca con sé, attraverso il lavoro incessante sulla disposizione, sul suono, sulle combinazioni, il segno dinamico e drammatico di una battaglia condotta per dare facoltà di parola a «tutto il bello» colto nel silenzio.
Questo particolare viaggio trae ispirazione da luci, contorni e colori nella pittura di Ingres, la cui compiutezza scaturisce dal dramma della risoluzione del conflitto permanente tra naturalezza e ideale. La perfezione della bellezza giunge come un’opera – nella quale avvertiamo quasi dolorosamente tutto il pathos della cura – di posizionamento, di cattura della luce su contorni dalle linee impeccabili e che pure tradiscono il guizzo di «carne e ossa e tendini e muscoli».
Sulla scorta dei dipinti di Ingres (penso per esempio all’Autoritratto a 24 anni, alla Mezza figura di bagnante, a Edipo e la Sfinge), questo mio resoconto di viaggio si sposta ora, dopo la prima (distico finale in Ad A.C.) e la seconda tappa ((Orfeo a Euridice)), verso la terza tappa, il componimento la cui intera architettura è manifestazione di un desiderio di fisicità intatta e, allo stesso tempo, di totale espansione e confluenza dell’io nel tutto, fino ad annullare ogni contorno, ogni confine: «mi fosse dato spandermi nell’aria/ e confondermi a nuvole di noia/ e placare quei mali che divorano/ intero il corpo –».
Un bello doloroso, dunque, che serba memoria dello sbranamento, della scomposizione, dello schianto. La quarta tappa passa, sempre traversando i testi di Primo tempo, per alcuni loro versi in particolare: «le foglie già da tempo marce al suolo/ avidamente attendono lo schianto» (in Das Bild), «a volte penso d’essere un involucro/ cavo dove trova rifugio l’uomo/ che non sarò ancora» (in Sebastiano).
Per procedere in questo viaggio, occorre andare a ritroso e in avanti, a ritroso nel volume di questa seconda edizione, perché la quinta tappa tocca i testi della sezione che vi appare come prima, Genesi, in avanti, allo stesso tempo, perché se le poesie che compongono Primo tempo erano già apparse nell’edizione del 2008 di Dire, i sei movimenti di Genesi – come i sei giorni della creazione del mondo secondo l’Antico Testamento – risalgono al 2013, a sei anni fa, dunque, e a sei anni dalla data di redazione (2007) del ‘primo’ Dire.
Inizio e scaturigine, nascita e interrogazione, fondamenta e nucleo, saetta e grimaldello, ardore inestinguibile e inestinto, incanto di una fiamma che consuma e attrae, forza sprigionata dalla parola, che chiede di essere interpretata e, nello stesso tempo, pare resistere a qualsiasi resa: «ritrovo il tempo andato tra la cenere/ se si consuma il fuoco –// costringe a camminare su roventi/ in equilibrio lamine» (Genesi I); «che mi devi ora in premio?/ il segno chiaro/ che brutalmente forzi quest’inerzia/ di sentimenti e modi».
Anafora e anastrofe, aggettivazione battente e, per me che racconto di questo mio viaggio, la sfida dell’andirivieni tra una delle poesie di Ingeborg Bachmann, la prima della raccolta Invocazione dell’Orsa maggiore, Il gioco è finito, con un verso citato in epigrafe e l’insieme che da anni mi chiama alla traduzione dal tedesco all’italiano (“Fratello mio caro, quando sarà che una zattera costruiremo e il corso del cielo discenderemo?”), e i versi di Genesi di Fabio Michieli, che in parte ho tradotto in tedesco. (altro…)

Raffaela Fazio, Midbar

Raffaela Fazio, Midbar. Prefazione di Massimo Morasso, Raffaelli editore 2019

Già in apertura, Midbar di Raffaela Fazio offre e propone una via di accesso, vale a dire proprio la parola ebraica che dà il titolo alla raccolta. Midbar vuol dire deserto, ci avverte Raffaela Fazio.
La potenza evocativa di questa parola libera immediatamente una serie, ovvero, per essere più precisi, una rete di associazioni: attraversare il deserto, mettersi alla prova della rinuncia al superfluo e della ricerca dell’essenziale, “fare deserto”, meditare sull’essenza; ancora: porgere l’orecchio al soffio, alla voce di “uno che grida”, agli echi del profeta, di chi pro-nuncia la parola e, soprattutto, a quel “suono silenzio sottile” nel quale (non nel vento impetuoso, non nel terremoto, non nel fuoco) Elia sul monte Oreb (I libro dei Re) riconosce e ritrova Dio. In questa raccolta non mi sembra affatto casuale che tale episodio abbia un posto importante, nel penultimo componimento, che si intitola Qol demamah daqah (letteralmente: suono silenzio sottile, voce silenziosa, che dalla traduzione dei Settanta in poi è diventata, sminuendo la grandiosità dell’originale, “mormorio di brezza leggera).
Davvero MiDBaR, deserto, e DaBaR, parola, sono allacciati intimamente, tanto che il termine per deserto può essere letto proprio come “luogo della parola”. DaBaR è anche “evento”: nel deserto, luogo della parola, cade il suono, e il suo accadere si concretizza in un tempo, cade e inciampa negli ostacoli di qualsiasi incontro, cade e prosegue, cammina, sempre in viaggio, «forte del proprio inciampo» e, aggiungo io, forte di quell’accadere amplificato nel deserto, forte di quel manifestarsi del Verbo nella storia che si compie nella Shekinah, dimora, presenza divina nel mondo, tenda nel deserto.
Il componimento Dabar,  che apre la raccolta, si palesa come ouverture e programma della sinfonia della parola nel deserto che è Midbar di Raffaela Fazio.
La ricerca della Parola, la rivelazione della Parola, la dimora della Parola, l’interpretazione della Parola: tutto questo si incarna nel mondo, nella storia – Giovanni, all’inizio del Vangelo che è stato tramandato con il suo nome, usa proprio il termine ἐσκήνωσεν, “eskenosen” – e che solo del particolare e dell’immanente sia data conoscenza, ma non certo dell’origine, è ben consapevole Raffaela Fazio, proprio in un passaggio fondamentale del primo dei tre movimenti (L’albero, gli altri due sono La donna e la domanda) che compongono il poemetto In origine, nella III sezione di Midbar, Di buio e di fiato: «Da me si passa/ per morire./ La donna lo sapeva:/ per generare/ barattò l’eterno con la storia/ s’iscrisse nella fine / e offrì un inizio». (altro…)

Sonia Lambertini, perlamara

 

Sonia Lambertini, perlamara, Marco Saya editore 2019

Recentemente uscito per i tipi di Marco Saya editore, perlamara di Sonia Lambertini è itinerario poetico nella ferita del tempo, nei giorni della spaccatura in tutte le sue gradazioni, dal graffio allo squarcio passando per la lacerazione. I giorni della spaccatura sono i giorni di un inverno tardivo e di una tarda primavera che si ostina a nascondersi.
Divisa in cinque sezioni, articolate a loro volta in quattro componimenti la prima e la seconda, in sei componimenti la terza, la quarta e la quinta, la raccolta perlamara colpisce e convince per la disposizione accurata e precisa delle parole e per il ricorso a strumenti espressivi che, nell’attraversamento dell’oscurità, permettono, come scrive Elio Grasso nelle considerazioni introduttive, dal titolo Fuori dall’epoca, di tirarsene fuori «per guardare in faccia qualcosa di gratificante […] perlamara, dopo aver innalzato rovine, rasenta novità formali senza tendere imboscate: parlando d’altro, parla esattamente – oltre che di scrittura – di poesia.»
All’interno di questa raffinata strumentazione mi sembra opportuno menzionare due elementi portanti: il ricorrere di alcune ‘presenze’ e, in particolare, di quella del merlo, e la scelta della densità e della concisione.
Il merlo – che in perlamara appare, sosta e vola – manifesta la persistenza dell’inverno quasi come condizione esistenziale e le sue ali che conoscono il dolore sono spiegate, tuttavia, dunque disposte allo stupore.
Non è un caso, allora, che nei giorni del taglio e nei giorni del merlo il becco che raccatta, raccoglie, sminuzza, lacera, perlustra, sia una tra le parole che ricorrono con maggior frequenza.
Anche la forma breve è testimonianza di una riduzione all’essenziale, di un taglio del superfluo, di tempi “scarni e ruvidi”. La punta aguzza che acuisce il dolore è avvertibile quasi fisicamente, come onda sonora, attraverso le rime interne e le allitterazioni, così come attraverso i verbi, passati al vaglio di una lettera ‘s’ iniziale che scarnifica, «sgrava», «scricchiola», «sbecca», «smagra», «sprofonda», «scardina», «squarcia». In questo senso il terzo componimento della quarta sezione è esemplare per il procedere acuminato e penetrante, in una battaglia continua che non lascia indenne alcuno e alcunché: «Staglia la lingua, battaglia/ striscia. Sottoterra bisbigliano/ sottoterra. Gridano i folli, s’incurva/ il merlo, sbecca, mutila il canto.» (altro…)

Maria Lenti, Elena, Ecuba e le altre (rec. di Anna Maria Curci)

 

Maria Lenti, Elena, Ecuba e le altre. Prefazione di Alessandra Pigliaru, Arcipelago itaca 2019
 

Fammi essere Antigone, ti prego,
se ancora a questo gioco vuoi giocare.
Io raccolgo le spoglie abbandonate.
A te lascio i trofei da conciatore.

(Anna Maria Curci, 20 dicembre 2015)
 

Attraverso l’epica e il mito per una coscienza piena della storia, per una scelta alternativa alla sequela di violenze e sopraffazioni che pare ineluttabile e che come tale, nel corso dei tempi, è stata imposta. La riscrittura del mito come denuncia della menzogna e come costruzione di una convivenza pacifica ha avuto un’interprete che ha fatto scuola fin dagli anni Settanta del secolo scorso, Christa Wolf. A Cassandra e a Medea, alle voci loro conferite da Christa Wolf ha prestato attento ascolto Maria Lenti negli anni e, recentemente, con la sua raccolta Elena, Ecuba e le altre.
Ma dietro Christa Wolf ci sono altre autrici, altri autori, appassionatamente letti e ‘curati’: senza ombra di dubbio Karoline von Günderrode – penso al componimento Arianna a Nasso – la cui riscoperta ha preso l’avvio proprio da Christa Wolf, che ne curò l’antologia delle opere, Einstens lebt ich süßes Leben (tradotta in italiano con il titolo L’ombra di un sogno), e la pose al centro del racconto Nessun luogo. Da nessuna parte, insieme all’altro protagonista Heinrich von Kleist.
Lo stesso Kleist di Pentesilea, così come Goethe di Ifigenia in Tauride sono autori, come ha ben messo in evidenza Ruth Klüger in Frauen lesen anders (“Le donne leggono diversamente”), che hanno saputo dare espressione alla parte del pensiero umano che coltiva la pazienza e, soprattutto, il noi. Questo passaggio dall’io al noi, così limpidamente auspicato da Maxie Wander nelle pagine del suo diario, viene sottolineato, proprio a proposito della ‘scelta di metodo’ di Christa Wolf, dalla studiosa italiana Rita Calabrese, in un passaggio del suo libro Sconfinare. Percorsi femminili nella letteratura tedesca (Luciana Tufani Editrice, 2013): «L’IO va assumendo connotazioni femminili, mentre il NOI comincerà ad abbracciare le donne dell’una e dell’altra parte, nella comune oppressione patriarcale e nella stessa costruzione d’identità.»
La riscrittura di Christa Wolf colpisce per l’originalità degli accenti, per l’incisività del dettato, per l’acume nella lettura del presente: «A Corinto non ho mai sentito nessuno parlarne, ma un’osservazione accidentale di Acamante una notte mi ha fatto capire improvvisamente quel che Medea fa per lui, senza minimamente saperlo: gli dà la possibilità di dimostrarsi che può essere giusto, privo di pregiudizi e persino amichevole con una barbara. Assurdamente questo modo di essere è venuto di moda a corte, ma non tra il popolo basso, che estrinseca il suo odio per i barbari senza rimorsi e senza riserve» (Christa Wolf, Medea. Voci, trad. di Anita Raja, edizioni e/o, Roma 1996, 83-84).
Tutto questo si può dire a ragion veduta della scrittura di Maria Lenti in questa raccolta, ricchissima di echi e soluzioni e capovolgimenti. Sì, perché se la pazienza porta il discernimento, qui ci troviamo dinanzi a un repertorio molto ampio e poeticamente efficace di puntuali rettifiche rispetto a tradizioni e dicerie. Non è un caso se, nella bella prefazione, Alessandra Pigliaru riprende il filo di quel “discorrere del noi” che Rita Calabrese aveva individuato per Christa Wolf: «Si ritorna allo sguardo, alla fatica – impareggiabile di guadagni – nel sentirsi prossime. Le une alle altre. Dando avvio, che è sempre un proseguire, al percorso che si produce cominciando con una paroletta che è “io” e che ha tuttavia il senso di un agire. […] Queste sono Elena, Ecuba e le altre: fili perduti e ostinati di una storia a venire.». Un altro sguardo, allora, dal margine alla pienezza, è quello che nutre la poesia di Maria Lenti. (altro…)

Marco Onofrio, Le catene del sole

Marco Onofrio, Le catene del sole. Prefazione di Vittorio Maria De Bonis, Fusibilia libri 2019

Nella sua “opera mondo” Ulisse, nel capitolo Le mandrie del sole, James Joyce racconta del difficile parto della signora Purefoy, ovviamente il 16 giugno a Dublino, in ospedale, nel reparto di ostetricia. Lo fa, di volta di volta, ricorrendo alle grandi voci della letteratura inglese (per citarne alcuni: Chaucer, Defoe, Dickens) e ripercorrendone i tratti stilistici in una perfetta e arguta imitazione.
Non nascondo di aver pensato spesso alle joyciane Mandrie del sole leggendo l’opera più recente di Marco Onofrio, Le catene del sole, volume di poesia che affonda le mani – e gli strumenti del dire – nel tesoro dei molteplici toni, registri, stili costituito dai ricchissimi ‘repertori’ dell’autore.
Sono mani che affondano e che tuttavia sanno bene che cosa far emergere di testo in testo, esattamente come avviene, nel capitolo menzionato, per la scrittura dell’autore irlandese che Italo Svevo conobbe come “mercante di gerundi”.
È così che in componimenti multiformi e non di rado perfino ‘sovrabbondanti con gusto’ per commistioni linguistiche e per creazioni lessicali, Marco Onofrio dispiega ritratti appassionati e ironici, commossi e ferocemente sarcastici.
Fa bene Vittorio Maria De Bonis nella prefazione a far tintinnare, pertanto, la moneta sonante dei riferimenti a grandi nomi della letteratura italiana – da Folengo a Buzzati, da Campana a Montale, soffermandosi in particolar modo su Gadda e Pasolini, soprattutto in virtù del loro plurilinguismo – e a sollecitare il palato del lettore esigente con il goloso accumulo “à la Rabelais”. Ma ancora altri ponti vanno gettati, altre allusioni vanno identificate e ripescate. L’arco teso verso le suggestioni provenienti da altri autori deve necessariamente spaziare in epoche e luoghi. Sì, perché anche qui, come già per Joyce, il bersaglio – i vizi capitali nelle loro innumerevoli manifestazioni – è mobile, ampio e astuto nel mimetizzarsi.
Gioco, pastiche, acrobazie dei suoni e dei lemmi sono amplificati, senza alcun timore dinanzi al trionfo dell’iperbole, e resi più incalzanti dallo slancio etico, dalla “civile indignazione” che, fin dal 2008, Marco Onofrio ci ha fatto conoscere con il suo Emporium.
Proprio di Emporium. Poemetto di civile indignazione, questa raccolta, Le catene del sole, contiene un significativo estratto, qui intitolato Perdone, my Tycoon nella traduzione in spagnolo di Bernando Santos e Soledad Soler.
Per questo motivo, vale a dire per la tensione etica fortissima,  la rigogliosa e ingegnosa comicità di Al privé (Roma anni ’80) che spalanca il sipario con lo «Strompegone bullo e barracano», l’irresistibile “contrasto”  in salsa erotica di Piccolo naufragio sentimentale – versione contemporanea dell’antico contrasto, con  l’amante pirotecnico a parole e la sua ‘compagna di convegno amoroso’ che si avvia a cocente delusione – sono intimamente uniti ai versi indimenticabili rivolti a lei, la grande esclusa, la Memoria, così come alla ballata dolente Disperatamente Italia, che si apre con la citazione dalla Canzone all’Italia di Petrarca e che chiude la raccolta. (altro…)

“La parola detta”: intervista a Stefania Di Lino

Stefania Di Lino, foto di Silvana Leonardi

Il 24 febbraio 2019, in occasione della presentazione del libro di Stefania Di Lino, La parola detta, ho rivolto alcune domande all’autrice. Riporto qui di seguito il testo dell’intervista (Anna Maria Curci)

AMC: La tua scrittura  entra nel vivo degli universali della  poesia. Con questa espressione intendo una grammatica del poiein  nella quale etica ed estetica sono, insieme, inseparabile principio fondante e nutrimento. Dall’assunto di partenza che ho appena illustrato discendono alcune domande. Eccole:

AMC: Parola detta, ‘licenziata’ e ‘donata’: quale è, in tale contesto, la responsabilità del poeta?

SDL: Il primo pensiero che mi viene in mente è il tradimento reiterato dei politici verso la parola detta perché loro sanno bene che non avrà seguito se non per loro stessi e pochi altri.
Io credo che molto, forse tutto, avvenga attraverso la parola, e in ogni ambito del dire e dell’agire umano ciò comporta responsabilità. Il poeta è colui o colei che, consapevole di questo, se ne assume il carico.
La parola è uno strumento potente. Penso all’imprescindibile legame che ha con la formazione del pensiero, nella costruzione dell’identità di un individuo, con la sua crescita, con l’evoluzione delle idee, la loro modifica o il rovesciamento di prospettiva come può avvenire, per esempio, in un setting psicoanalitico, in cui la parola è al contempo chiave e legame, malattia e cura. E per pensiero intendo anche la formazione, la costruzione lenta nel tempo di una propria visione del mondo e alla relazione che con esso si riesce, o meno, a stabilire. Parafrasando Celan ti dico che la parola è sì un dono, ma è un dono gravoso poiché determina non solo il proprio ma anche l’altrui destino.
Allo scrittore, dice Julio Monteiro Martins, viene chiesto uno “stato di coraggio permanente”,  partendo dalla consapevolezza che se certe cose non le dice uno scrittore, non le dice nessuno. Quando si sceglie la poesia come mezzo espressivo, significa che le cose da esprimere hanno proprio bisogno di quel medium per venire allo scoperto. Non a caso la poesia viene adottata in prossimità di grandi dolori, amori, separazioni o lutti. Inoltre, sia nella poesia che nella prosa poetica, la parola viene passata al setaccio, rarefatta. La poesia è un’architettura sonora ed è importante dare risonanza alla concatenazione che si crea tra una parola e l’altra, tra un verso e l’altro, poiché i versi sono gli architravi che ne sorreggono le entrate, anche in relazione ai diversi piani polisemici che tale costruzione può evocare, ma non necessariamente dichiarare in prima istanza. Chi legge poesia, può anche non capire le parole ma avere la percezione dell’esistenza di un significato ‘altro’ che slitta sul piano della coscienza intellettiva, quasi fosse – passami il termine – una sorta di ‘devianza’, o meglio una ‘deriva’ per dirla alla Guy Debord.  In realtà io credo sia una soglia – o comunque qualcosa che sfugge alle maglie della ragione creando connessioni fino a quel momento inusitate. Si tratta insomma di un profondo percorso interiore.
La poesia si manifesta negli argini rotti della parola. (altro…)

Piazza Tienanmen 5 giugno 1989

Piazza Tienanmen 5 giugno 1989

A quella porta della pace celeste
bussa spesso il pensiero e a due umani
che testimoni si fecero del nome
a caro prezzo, come sempre avviene.

Chissà dopo trent’anni dove sono
– lui che schivava lui che saltellava –
temerari di pace sulla terra
soppressi oppressi chiusi in manicomio.

Tu, giacca in mano e buste della spesa,
quale sguardo hai lanciato al guidatore
mentre gridavi: basta col massacro?

E tu, alla guida dentro il carro armato
– sorte compagna, direzione ignota –
no, tu non travolgesti la memoria.

 

© Anna Maria Curci

Maria Benedetta Cerro, La soglia e l’incontro

Maria Benedetta Cerro, La soglia e l’incontro. Poesie, Edizioni Eva 2018

Leggere la plaquette La soglia e l’incontro che Maria Benedetta Cerro ha pubblicato nell’aprile 2018 con i tipi delle Edizioni Eva ha significato per me imbarcarmi in un viaggio pieno di bellezza e di pensiero.
C’è la musica della vita e della parola che ha attraversato il fuoco come la salamandra e, insieme, la prova del ritmo, della misura esatta (che tale rimane anche quando, per accentuare l’animata dialettica di movimento e di pausa, novenari, decasillabi, endecasillabi vengono divisi con una cesura all’interno del verso), c’è il canto del dolore e dello stupore, ci sono ascesa e meditazione, ci sono, ancora, la traduzione e la riscrittura come esercizio spirituale quotidiano.
Movimenti in battere e in levare si alternano in una partitura dal respiro ampio: precipitare o calarsi nelle pieghe profonde del sé e sollevare l’occhio, per esempio, al profilo dei monti Lepini nel rosso sangue della sera.
E allora soglia e incontro sono essenziali al dire poetico, ché sulla soglia sta chi non può far altro che consacrarsi al poiein e fare da passatore – passeur – mediatore – costruttore di ponti e scrutatore di abissi e di orizzonti –, e l’incontro con l’altro da sé è molla di quello slancio oltre il narcisismo, il fecondo superamento dell’autoreferenzialità e, perfino, un arretrare dell’io fino alla sua ‘sparizione’, con una sfida che rasenta lo sberleffo e balza poi a divenire serissima riflessione sullo spazio di espressione dello «scrivente» e sull’atto di lettura come aggiunta e sottrazione: «Nella vacanza delle righe/ nel bianco/ è ciò che voglio dire./ In quello leggete». E se, nella poesia Andenken, Friedrich Hölderlin scriveva «Ma ciò che resta lo fondano i poeti», Maria Benedetta Cerro sembra replicare, rivolgendosi direttamente a chi legge: «Ciò che resta è il nulla/ che pensate di me./ Quel nulla sono/ uno scrivente nulla.»

© Anna Maria Curci

 

Dalla sezione Sette poesie manoscritte

Fu la mia morte a margine del sogno.
——Per amore
fui poeta senza corpo.
Fui lingua di seta
——-e una segreta lingua
——-forse non scrissi.
Fui sale nell’acqua
ortica e polvere di gesso.
Scrissi il futuro
come fosse adesso.

 

Tutte le mie labbra
——cantano sottovoce.
Dicono all’abisso:
colma le tue profondità
all’insonnia:
vigila finché il tempo ti è nemico
perché tutto questo finirà.
Allora andrò a prendere la parola
——– per mano la prenderò –
la chiamerò con i sinonimi
——dei miei tre nomi
con i miei occhi dispari
in ogni sillaba la troverò perfetta.
La canteranno in altezza
tutte le mie labbra

 

Ben disegnato
tagliato nel rosso
——-il profilo dei Lepini.
E un cristallo
una coppa svuotata
che quella perfezione sigilla.
——-È sera d’inventario
di parole inerpicate a qualche senso
——-un testo atmosferico
a completare un quadro di apparenze
un azzurro male interpretato
perché è quasi notte
——-anche nell’anima.

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Leopoldo Attolico, Si fa per dire. Tutte le poesie 1964-2016

Leopoldo Attolico, Si fa per dire. Tutte le poesie 1964-2016, Marco Saya Edizioni 2018

Addentrarsi nell’opera poetica di Leopoldo Attolico, raccolta nel volume Si fa per dire (Marco Saya Edizioni 2018) permette di comprendere come la sua scrittura sia piena di vita, di arguzia e del senso più pieno dell’ironia, che è quello di cercare sempre un’altra angolatura, altre prospettive, altri punti di vista rispetto a ciò che viene fatto passare per l’unico punto di partenza possibile, sia questo spacciato per spontaneo sgorgare, sia esso, invece, solennemente iscritto in un canone che non ammette dissonanze.
Ciò che qualche anno fa definii come «sorriso pungente dell’ironia» attraversa tutta  la poesia di Leopoldo Attolico, da Ancora bilanci apparsa in Piccolo spacciatore (pubblicato la prima volta nel 1987, il volume raccoglieva poesie scritte tra il 1964 e il 1967) a Storni su Piazza dei Cinquecento, che figura tra gli Inediti 1986-2016. Sì, perché l’ironia di Attolico, che dissente e capovolge i rapporti di forza e le gerarchie, si oppone anche a brame di dissolvimento e a furie distruttrici. La lieve e sorridente ironia dei testi qui raccolti si fa allora testimone di una formula, dalla misura precisa e sapientemente calibrata, per dire la complessità del vivere, il groviglio delle relazioni umane, gli splendori e le miserie delle esistenze.
Dire ironia non significa relegare nell’ambito del giocoso divertissement – anch’esso, comunque, di raffinata fattura, frutto di studio e labor limae – un’opera, non significa etichettare una forma di poesia per renderla, di fatto, innocua. La vera ironia conosce e rivela il dolore, non lo liquida con scariche di lamenti. La vera ironia pratica i sentieri della compassione, come dimostrano, per tornare a menzionare fasi cronologicamente lontane della produzione poetica di Leopoldo Attolico, Ritorno ad una casa da Piccolo spacciatore a Travet  di Intermezzo (sezione di Piccola preistoria) a Io e loro, in Inediti 1986-2016.
Poi c’è l’arte al quadrato, anch’essa manifestazione di vera ironia, della poesia sulla poesia, nutrita dalla robusta e attenta lettura quotidiana, corroborata dalla riflessione su rime, ritmi e strumenti, messa alla prova ogni giorno nell’officina poetica. I duetti a distanza con Ungaretti, Montale, Penna, Caproni, Lunetta, Riviello e Zanzotto, le dediche a Maria Luisa Spaziani e ad Achille Serrao ne sono un vivido esempio, che diventa a sua volta fonte di riflessione e di confronto per chi questi ‘duetti’ e i loro copiosi rimandi legge, ascolta, percorre esplorando.

© Anna Maria Curci

 

da Piccolo spacciatore, 1964-1967

Ancora bilanci

Più si parla d’amore
e più si fa del male .
Ma il male è necessario…
Nel mio breviario
metterò dello zucchero
condito con il sale,
inciamperò felice
contento di cadere.
Ai potenti del mondo
manderò il conto.
Eviterò le scale?

 

Notte sul fiume
(a Sandro Penna)

Patimmo l’epigramma
come fatica elaborata e nutrita,
suo malgrado, per somma di gelide paure:
paura di non saperlo riconoscere,
paura di non amarlo abbastanza.
Poi Sandro Penna disfò il suo male
di giocattolo rotto a celebrare una morte
– ben vivo, sulla riva di un fiume:
quattro parole in fila
per un bengòdi di luce ad incendiare il buio.
La riva nera si rimangiava il suo colore.

 

Toccata e fuga

Nella pietra serena scaldata dal sole,
nel pianissimo andante del vento
a capofitto le mie parole.

Basta una fredda scintilla alla memoria,
che come ape infreddolita si posa per terra,
per riscaldarsi tutta.

Ma l’ape beve la sua pace e non si pente.
Le parole sono solo una folla curiosa e satolla,
toccata e fuga nell’oro del presente. (altro…)