Anna Maria Curci

Oskar Pastior a 90 anni dalla nascita

90 anni fa, il 20 ottobre 1927, nasceva a Sibiu Oskar Pastior. In occasione di questa ricorrenza propongo una mia traduzione inedita di una poesia tratta dalla raccolta Gedichte, del 1965, apparsa a Bucarest per Jugendverlag nel 1966. Altre traduzioni di testi di Oskar Pastior apparse su Poetarum Silva si possono leggere qui, qui  e qui. Sempre nella mia traduzione, alcuni testi di Oskar Pastior sono stati pubblicati sul n. 7 (2017) di “Punto. Almanacco di poesia“. (Anna Maria Curci)

 

SU BROCCHE DI TERRACOTTA CIRCOLANO LEGGENDE,
narrano che fossero le figlie di alberi,
alberi vetusti, che oggi da lungo tempo
sono campi o pozzi o villaggi.
A quel tempo le brocche crescevano ancora
come zucche sospese tra il fogliame,
un po’ più vicine alla pioggia, un po’ più lontane dalla forza di gravità.
Più simili alle nuvole, eppure più resistenti.
Così c’era qualcosa di fresco nel loro fondo
che non si seccava mai; il polline
era di natura astrale, e quando maturavano
si colmavano di ronzio di miele.
D’inverno, quando le fronde erano volate via,
le brocche erano ancora ardenti come soli.
Quelli che le coglievano, erano pastori e pescatori e contadini.
Davano loro nomi come nostalgia o patria
o bellezza o vita o morte,
assegnavano loro il posto nella casa
e da allora in avanti le consideravano
come proprie figlie.

Oskar Pastior
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

VON TONKRÜGEN GEHEN SAGEN UM,
sie seien die Kinder von Bäumen,
uralten Bäumen, die heute längst
Felder sind oder Brunnen oder Dörfer.
Damals wuchsen die Krüge noch
wie Kürbisse hängend im Blattwerk,
etwas näher dem Regen, etwas ferner der Schwerkraft.
ähnlich den Wolken, doch beständiger.
So war etwas Kühles an ihrem Grund,
der nie austrocknete; der Blütenstaub
war sternischer Natur, und zur Zeit der Reife
füllten sie sich mit Honiggesumm.
Im Winter, wenn das Laub fortgeflogen war,
glühten die Krüge noch immer wie Sonnen.
Die sie pflückten, waren Hirten und Fischer und Bauern.
Sie gaben ihnen Namen wie Sehnsucht oder Heimat
oder Schönheit oder Leben oder Tod,
wiesen ihnen den Platz zu im Hause
und betrachteten sie fortan
als ihre Kinder.

Oskar Pastior
(da Gedichte, ora in »… sage du habest es rauschen gehört«, Werkausgabe Band 1, Carl Hanser Verlag 2006, 125)

 

Oskar Pastior nacque a Sibiu (il nome tedesco è Hermannstadt) il 20 ottobre 1927. Appartenente alla comunità di lingua tedesca in Romania, frequentò nella città natale, dal 1938 al 1944, la scuola secondaria, sempre nella lingua tedesca, la lingua che si parlava in famiglia, la lingua dei libri che leggeva. Nel 1945, perché appartenente alla comunità di lingua tedesca, fu deportato nei campi di lavoro forzato dell’Ucraina, dove rimase internato fino al 1949. Al ritorno nella città natale, nel 1955 intraprese il corso di studi in lingua e letteratura tedesca presso l’università di Bucarest. Dopo la laurea, conseguita nel 1960, lavorò come redattore di un programma radiofonico in lingua tedesca. Nel 1968, durante un soggiorno per motivi di studio nella Repubblica Federale Tedesca, decise di non ritornare in Romania. Dopo un breve periodo a Monaco di Baviera, si trasferì a Berlino. Dal 1969 alla morte, avvenuta il 4 ottobre 2006, Pastior ha svolto esclusivamente l’attività di scrittore. Come Georges Perec e Italo Calvino, anche Oskar Pastior ha fatto parte dell’OuLiPo, Ouvroir de Littérature Potentielle, fondato nel 1960 da Raymond Queneau e François Le Lionnais. Tra i premi letterari dei quali fu insignito: nel 1965, in Romania, Premio per la Nuova Letteratura di Romania, nel 1969 Premio Andreas Gryphius, nel 2006, postumo, il Premio Büchner. Nel 1981 soggiornò a Roma, all’Accademia Tedesca di Villa Massimo, in qualità di vincitore di quella borsa di studio che viene annualmente assegnata ai migliori giovani artisti della Repubblica Federale Tedesca. Alcuni titoli: Fludribusch im Pflanzenheim (1960), Vom Sichersten ins Tausendste (1969), Gedichtgedichte (1973), Höricht (1975), An die Neue Aubergine. Zeichen und Plunder (1976), Ingwer und Jedoch (1985), Anagrammgedichte (1985), Modeheft (1987), Kopfnuß Januskopf (1990), Vokalisen & Gimpelstifte (1992), Das Unding an sich (1994), Eine kleine Kunstmaschine (1994), Das Hören des Genitivs (1997), Villanella & Pantum (2000). La casa editrice Hanser ha pubblicato dal 2003 al 2008 l’edizione completa delle sue opere in quattro volumi.

Ingeborg Bachmann, Réclame

Ingeborg Bachmann, Réclame [1956]

Ma dove andiamo
senza pensieri sii senza pensieri
quando si fa buio e freddo
sii senza pensieri
ma
con musica
cosa dobbiamo fare
lietamente e con musica
e pensare
lietamente
al cospetto di una fine
con musica
e dove portiamo
al meglio 
le nostre domande e il fremito di tutti gli anni
nella lavanderia di sogni senza pensieri sii senza pensieri
ma cosa accade
al meglio 
quando silenzio di tomba

sopraggiunge

 

Ingeborg Bachmann
(traduzione di Anna Maria Curci)

(altro…)

Fabio Strinati, Periodo di transizione (rec. di M. Zanarella)

Fabio Strinati, Periodo di transizione / Perioadă de tranziţie. Testo bilingue. Traduzione in rumeno di Daniel Dragomirescu, Bibliotheca Universalis 2017

Esiste un momento nella vita in cui ci si trova in una sorta di limbo necessario per giungere a un nuovo cambiamento. Questo può succedere anche per la scrittura ed è il caso di Fabio Strinati, poeta marchigiano che ha recentemente dato alle stampe il libro Periodo di transizione, in edizione bilingue italiano/rumeno per «Bibliotheca Universalis».
Ci sono dei passaggi creativi che bisogna saper affrontare, mettendosi alla prova. La transizione indica, infatti, il passaggio da una situazione a un’altra in senso dinamico, quando è in atto un’evoluzione. Possiamo dire che la poesia di Strinati sin dalle prime pagine si manifesta in movimento. C’è un flusso espressivo che indica l’urgenza di liberarsi da uno stato di angoscia. È affidandosi alla bellezza della poesia che il poeta tenta di raggiungere un equilibrio. Il lavoro interiore da compiere è arduo, ma Strinati è consapevole che la forza delle parole supera ogni ostacolo.
Fare chiarezza nel disordine emotivo non è facile: tutto deve avvenire in modo graduale. Si parte dal “groviglio” per iniziare un percorso di riflessione, conoscenza e rivelazione. Il vuoto intorno attanaglia, ed il vento scompare. L’elemento che rappresenta la libertà viene evocato, ma fa fatica e «finisce e straripa». Si sente «privo di se stesso» l’autore, vive una depressione che lo annienta nell’anima come nella mente. Si susseguono tormenti, «l’anima invecchia tra gli alberi» e tutto si fa incerto, provvisorio.
Viene naturale pensare al filone dei poeti maledetti e in particolare a Baudelaire, considerato il dandy dell’angoscia. Il male di vivere che accomuna gli autori francesi è qui la parte buia di Strinati. Anche lui vive una condizione di inadeguatezza e insoddisfazione e si lascia cadere in «nevrotici abbandoni». Il lessico scelto ci fa intuire quanto sia essenziale soffermarsi con attenzione sulle immagini: un buco nero, l’imbuto scuro, i campi spenti. Il nero inghiotte, modifica e trasforma. «Ho l’anima che cerca», scrive Strinati, e il suo andare dentro e oltre le cose è proprio per trovare un lieve approdo di luce. Alla fine il poeta si rende conto che la vita è preziosa ed è la natura stessa a nutrire questo pensiero di speranza. È giusto affrontare le proprie inquietudini, completare un’indagine interiore scendendo in profondità, facendo riaffiorare fragilità, paure, debolezze. La poesia per Strinati assume un valore terapeutico: allevia, alleggerisce. Tutte le ferite del tempo sono meno dolorose, se non si è soli. Il poeta sa di poter contare sulle parole. Ed i versi di questa raccolta sono potenti, spiazzanti, taglienti, hanno l’effetto di un boomerang che, quando ritorna, lascia il segno. Il lettore ha materiale a sufficienza per capire l’importanza del sapersi ascoltare.

© Michela Zanarella (altro…)

Viviana Scarinci, Annina tragicomica

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Viviana Scarinci, Annina tragicomica. Prefazione di Anna Maria Curci. Postfazione di Viviana Scarinci, Formebrevi Edizioni
Collana: Prosa | ISBN: 9788894161922 Pagine: 90; € 11

Ha un nome al diminutivo seguito da un aggettivo composto la ricerca di Viviana Scarinci che dà voce allo scarto, al residuo, alla gratuità contrapposta all’immediatamente utilizzabile, catalogabile, smerciabile: Annina tragicomica. Il nome è fortemente evocativo, in più direzioni, dal significato originario dell’ebraico Hannah, che ha a vedere con la grazia, alla spontanea associazione con Anne, Annette, Nannine, Annie, Nannarelle, che popola le nostre teste al solo pronunciare il nome (Anna Frank, Anna Magnani, Anna dei miracoli, Annie Vivanti; ma, innanzi a tutte, Anna Perenna, la sorella di Didone, divenuta divinità proprio nella regione natia dell’autrice, quel Lazio nel quale Marziale, menzionato in quest’opera, collocava un luogo di culto). Annina mette, in piena consapevolezza e quasi con fiera sfida, la maschera del teatrale per giungere a noi e manifestarsi, appunto, con la grazia sublime e la verità misconosciuta che Kleist attribuiva alla marionetta.
Annina tragicomica esplora e invita a esplorare altre modalità di accesso alla conoscenza. Indica subito in un aggettivo, «secondario», il punto di partenza e la meta alternativa. Nell’individuare questo angolo di visuale, Viviana Scarinci da un lato evidenzia espliciti richiami intertestuali in particolare alla sua opera Il significato secondo del bianco, dall’altro si inserisce in una linea di ricerca che la vede accanto a Eva Strittmatter, la quale già nel 1983 aveva intitolato, in maniera divertita e provocatoria, una sua raccolta di testi Poesie und andere Nebendinge, vale a dire “Poesia e altre cose secondarie”, nonché accanto a Felicitas Hoppe, nei cui romanzi Pigafetta e Johanna l’io narrante indaga in «stanze secondarie». (altro…)

Luca Benassi, Contro la poetica dell’ovvio

Contro la poetica dell’ovvio

 

Sul numero 7/2017 di «Punto Almanacco di Poesia Italiana» (puntoacapo editore), dato alle stampe la scorsa primavera, pubblicavo un editoriale dal titolo Contro la poetica dell’ovvio. L’occasione era, oltre a quella di rendere conto di un lavoro critico protrattosi per 7 anni, quella di ragionare sulla tendenza di sostituire il pensiero poetico (e la capacità di scrivere poesia) con la spettacolarizzazione di sé, l’affermazione in gruppi e consorterie, la sovraesposizione sui social e su internet.
Il problema non è di poco conto. Basti osservare come gli editori tendano sempre di più a selezionare scrittori – soprattutto nell’ambito della narrativa – sulla base del numero di followers, likes e condivisioni sui social network, visti come proiezioni statistiche delle possibili future vendite. Questa modalità di selezione degli autori, che prescinde dalla qualità letteraria della scrittura per affidarsi a dati meramente numerici, ha aggredito anche un ambito di nicchia e poco incline a ragionamenti di natura economica come la poesia. Si vedano casi come Guido Catalano, Franco Arminio e Francesco Sole, quest’ultimo approdato dal nulla (o meglio dalle visualizzazioni su Youtube) alla Mondadori con un libro di poesia dal titolo Ti voglio bene. Si tratta delle versioni italiche di quelli che oltralpe vengono chiamati Instapoets – i poeti di Instagram – ai quali appartengono autori come il misterioso californiano Atticus, l’australiana Lang Laev, la libanese Najwa Zebian, gli americani Tyler Knott Gregson e Nikita Gill, e l’indiana Rupi Kaur che conta centinaia di miglia di followers, e che con il suo primo libro Milk and honey ha venduto oltre mezzo milione di copie. Si tratta di poesia che lascerà il segno nella storia della letteratura e del pensiero o di fenomeni social destinati a scomparire nello scorrere frenetico dei post?
L’almanacco «Punto» ha cercato in questi anni di scandagliare le regioni più remote della poesia, anche straniera, e non si è sottratto al dibattito critico. Ripropongo l’editoriale del numero 7 nella speranza di alimentare una discussione che ritengo fondamentale per il futuro della poesia. (altro…)

Salvatore Ritrovato, Cercando l’isola

Salvatore Ritrovato, Cercando l’isola, Fiorina Edizioni 2017

L’isola, l’approdo a un’isola, il sogno di un’isola, ha accompagnato nell’immaginario l’esistenza di molti di noi; per quanto riguarda la mia generazione, dai romanzi della fanciullezza, prima Salgari, poi Stevenson e Swift, questi ultimi riletti in anni universitari, alle isole dell’Odissea, scoperte nelle ore di epica in prima media e poi riesplorate al liceo e attraverso la letteratura del Novecento. C’è stato poi l’universo di un esilarante bestiario con la Corfù di Gerald Durrell (La mia famiglia e altri animali). E, ancora, la poesia, dal romanticismo di Coleridge e Shelley (e «l’isola de’ poeti» di Carducci in Presso l’urna di Percy Bisshe Shelley) fino a Hilde Domin con l’isola di Santo Domingo dalla quale la poetessa trae il nome con il quale battezza la sua seconda nascita, la nascita alla creazione poetica.
Leggere Cercando l’isola di Salvatore Ritrovato, “libretto alla leporello”, pubblicato da Fiorina Edizioni e arricchito dagli acquerelli di Sighanda, e tornare, con lo stesso entusiasmo degli anni giovanili, a quella ricerca, è una cosa sola, stavolta, forse, con una memoria di viaggi passati che aguzza lo sguardo e rende tanto più apprezzabile la nota personale, l’arguta inventio così come il nuovo pensoso, meditato approdo.
Nel tragitto da Ulisse/Nessuno a sé, il viaggio è variegato, eppure ha una sua profonda unità. Cercando l’isola – e ‘alla cerca’ ci si imbatte nelle diversità più affini e nelle familiarità più stranianti – si toccano approdi intermedi, si lambiscono sponde di conoscenza e ri-conoscenza.

Ultime notizie di Ulisse mescola abilmente l’atmosfera animata da un viavai di persone – tutte senza nome, sono «uno», «un altro», poi ancora «uno» e infine «la gente» – e dalla polifonia di elementi naturali e indizi di episodi omerici con la sorpresa tagliente del ricordo, che spiazza e sperde sicurezze: «Una lama bizzarra di ricordi recide l’ugola/ della nostra indifferenza a ogni ritorno/ “Nessuno”, disse uno, e si perse fra la gente.»
L’isola del tesoro, esplicito riferimento a Stevenson, ha invece – ecco, subito, emergere la varietà dei toni – il ritmo irresistibile della strofa ricordata da Mark Twain in Punch, Brothers, Punch (che la mia generazione ricorda come “O fattorino dal ciuffo nero”): «Marinaio, salta a bordo, prendi il timone./ Presto si salpa verso l’isola dove fu nascosto/ (né fu mai trovato) il bauletto di Arpagone./ Colà giunto scendi cauto (qualora/ te ne sia dimenticato) nella scialuppa:/ porta un cuscino per stare comodo./ A mezzogiorno guarda in alto sul posto/ vola un colombo travestito da storione;/ laggiù potrai assaggiare anche l’arrosto.» (altro…)

Margherita Rimi, Nomi di cosa – Nomi di persona

Margherita Rimi, Nomi di cosa – Nomi di persona, Marsilio Editori, Venezia 2015

Nomi di cosa – Nomi di persona, una delle più recenti tra le numerose raccolte di versi pubblicate da Margherita Rimi, è un volume di poesia potente e delicata, singolare nella sua natura e plurale nelle voci e negli idiomi. Questi si intrecciano e si danno la mano, segnano pause e accapo senza mai dare l’impressione di un artificioso pastiche, ma dell’autentica necessità di essere detti di volta in volta proprio così, esattamente come li leggiamo. Molti testi, inoltre, si aprono immediatamente a una loro eco in altra lingua, si sporgono, quasi, a dispetto di una inerzia spacciata – dal mondo adulto, dimentico di meraviglia e di «scantu di criaturi», spavento di bambini – e in vista di una ben più articolata compostezza compositiva, per essere ‘ricantati’ in altri idiomi: penso in particolare ai quattro componimenti sulle stagioni, scritti in un dialetto siciliano che è la personale sintesi che l’autrice trova tra quelli da lei incontrati e frequentati, in un tragitto linguistico che tocca Palermo, Agrigento, Caltanissetta, e che non a caso erano già apparsi nel 2013 in Tempi d’Europa – Antologia poetica internazionale, curata da Lino Angiuli e Milica Marinković.
Altri testi sono, ancora, composizioni esemplari per la poetica e la grammatica (sì, la grammatica, in una accezione originale che muove da un vero e proprio assalto di domande e messa in discussione di convenzioni e usi) della ricerca di Margherita Rimi: L’oggetto e la parola, Fiurari, Mia madre, A paroli, tutto Il poemetto della punteggiatura, Il disegno di parole.
Altissimo è il livello di attenzione al ‘sapere altro’, alla costruzione di sistemi di decodifica del mondo fin dalla più tenera età, ai bambini che una volta venivano mandati dietro la lavagna (“i bambini zero sbagliato”?). Intenso, vibrante è l’appello per una visione bambina che non dobbiamo perdere e che tuttavia perdiamo. All’impegno, annunciato nella dedica, per una civiltà dei bambini, vengono dati costante nutrimento e materia di riflessione. Qui si manifesta il felice connubio tra la pratica professionale – Margherita Rimi è neuropsichiatra infantile – e il dire poetico.
Un discorso a parte merita, nella scrittura di Margherita Rimi, il tema ricorrente dei gemelli, che da condizione autobiografica si estende a toccare pieghe, a scovare angoli più remoti della percezione, nonché a svelare, anche attraverso manifestazioni cliniche, forme e stati dell’esistenza, come avviene in Le due anatomie: «Oggi va con uno/ Domani sta con un altro»

© Anna Maria Curci

***

U mmernu
(scocca)

Arriva accussì
ammucciuni ammucciuni

e pò
tutta a na vota:
a nivi

Zittuti!

jocanu i picciliddi.

L’inverno (fiocco)

Arriva così / di nascosto nascosto // e poi / tutto in una volta / la neve // Stai zitto! // giocano i bambini. (altro…)

I poeti della domenica #189: Hermann Hesse, Fuga di giovinezza

Giaime Pintor, Nota alla sua traduzione delle poesie di H. Hesse

Fuga di giovinezza

La stanca estate china il capo,
specchia nell’acqua il biondo volto.
Io vado stanco e impolverato
nel viale d’ombra folto.

Soffia tra i pioppi una leggera
brezza. Ho alle spalle il cielo rosso,
di fronte l’ansia della sera
– e il tramonto – e la morte.

E vado stanco e impolverato
e dietro a me resta esitante
la giovinezza, china il capo
e non vuol più seguirmi avanti.

(traduzione di Giaime Pintor)

Jugendflucht

Der müde Sommer senkt das Haupt
und schaut sein falbes Bild im See.
Ich wandle müde und bestaubt
im Schatten der Allee.

Durch Pappeln geht ein zager Wind,
Der Himmel hinter mir ist rot,
und vor mir Abendängste sind
– und Dämmerung – und Tod.

Ich wandle müde und bestaubt,
und hinter mir bleibt zögernd stehn
die Jugend, zeigt das schöne Haupt
und will nicht fürder mit mir gehn.

proSabato: Stefano Benni, La storia di Pronto Soccorso e Beauty Case

 

Il racconto dell’uomo con gli occhiali neri

La storia di Pronto Soccorso e Beauty Case

 Quando il gioco diventa duro
i duri incominciano a giocare.
(JOHN BELUSHI)

Il 
nostro
 quartiere
 sta
 proprio
 dietro 
la
 stazione. Un 
giorno
 un
 treno
 ci
 porterà
 via, oppure
 saremo
 noi
 a 
portar
 via
 un 
treno.
 Perché il 
nostro 
quartiere 
si
 chiama
 Manolenza, entri che
 ce l’hai
 ed
 esci
 senza.
 Senza
 cosa?
 Senza
 autoradio,
 senza
 portafogli,
 senza
 dentiera,
 senza
 orecchini,
 senza
 gomme
 dell’auto.
 Anche
 le
 gomme
 da
 masticare
 ti
 portano
 via
 se
 non
 stai
 attento: ci
 sono
 dei 
bambini
 che
 lavorano
 in 
coppia,
 uno 
ti
 dà
 un
 calcio
 nelle
 palle, 
tu
 sputi 
la
 gomma
 e 
l’altro 
la 
prende 
al 
volo. Questo per
 dare 
un’idea.
In
 questo
 quartiere
 sono
 nati
 Pronto
 Soccorso
 e
 Beauty
 Case.
 Pronto
 Soccorso
 è
 un
 bel
 tipetto 
di
 sedici 
anni. 
Il
 babbo 
fa 
l’estetista 
di 
pneumatici,
 cioè 
ruba
 gomme 
nuove 
e
 le
 vende
 al
 posto
 delle
 vecchie.
 La
 mamma
 ha
 una
 latteria,
 la
 latteria
 più
 piccola
 del
 mondo.
 Praticamente 
un
 frigo. 
Pronto 
è
 stato
 concepito 
lì 
dentro, 
a
 dieci 
gradi 
sotto 
zero.
 Quando 
è nato 
invece
 che 
nella 
culla 
l’hanno 
messo
 in 
forno 
a
 sgelare.
Fin 
da
 piccolo 
Pronto 
Soccorso 
aveva 
la
 passione
 dei
 motori.
 Quando 
il 
padre
 lo
 portava 
con sé
 al
 lavoro,
 cioè
 a
 rubare
 le
 gomme,
 lo
 posteggiava
 dentro
 il
 cofano
 della
 macchina.
 Così Pronto
 passò 
gran 
parte
 della 
giovinezza
 sdraiato 
in
 mezzo 
ai
 pistoni,
 e 
la meccanica
 non
 ebbe più 
misteri
 per
 lui. A
 sei
 anni
 si
 costruì
 da
 solo 
un
 triciclo 
azionato 
da 
un
 frullatore.
 Faceva venti 
chilometri
 con 
un
 litro
 di
 frappè:
 dovette
 smontarlo
 quando 
la 
mamma 
si
 accorse
 che
le fregava
 il
 latte.
Allora 
rubò 
la 
prima 
moto,
 una
 Guzzi
 Imperial
 Black
 Mammuth
6700. 
Per
 arrivare 
ai
 pedali guidava
 aggrappato
 sotto
 al
 serbatoio,
 come
 un
 koala
 alla
 madre:
 e
 la
 Guzzi
 sembrava
 il vascello 
fantasma,
 perché 
non 
si 
vedeva
 chi
 era 
alla
 guida.
Subito
 dopo
 Pronto
 costruì
 la
 prima
 moto
 truccata,
 la
 Lambroturbo.
 Era
 una
 comune lambretta 
ma
 con
 alcune 
modifiche
 faceva 
i
 duecentosessanta.
 Fu
 allora
 che
 lo
 chiamammo Pronto
 Soccorso.
 In 
un
 anno
 si 
imbustò
 col
 motorino 
duecentoquindici
 volte,
 sempre 
in
modi diversi.
 Andava 
su 
una 
ruota
 sola 
e
 la 
forava,
 sbandava 
in
curva, 
in 
rettilineo,
 sulla 
ghiaia
 e
 sul bagnato, 
cadeva
 da 
fermo, perforava
 i
 funerali,
 volava 
giù 
dai 
ponti, 
segava 
gli 
alberi.
 Ormai
 in ospedale 
i 
medici erano 
così 
abituati
 a 
vederlo 
che 
se 
mancava 
di
presentarsi 
una 
settimana telefonavano 
a 
casa 
per 
avere
 notizie.
Ma
 Pronto 
era
 come
 un
 gatto: 
cadeva, 
rimbalzava 
e 
proseguiva.
 A
volte
 dopo 
esser
 caduto continuava
 a
 strisciare
 per
 chilometri:
 era
 una
 sua
 particolarità.
 Lo
 vedevamo
 arrivare rotolando
 dal 
fondo 
della 
strada 
fino 
ai
 tavolini
 del
 bar.
‐ Sono 
caduto 
a 
Forlì ‐
 spiegava
‐ Beh,
 l’importante 
è
 arrivare ‐
 dicevo 
io.
Beauty 
Case 
aveva 
quindici 
anni 
ed 
era 
figlia 
di
 una 
sarta 
e
 di 
un
ladro 
di
 Tir.
 Il 
babbo 
era 
in galera 
perché
 aveva 
rubato 
un
 camion 
di
 maiali 
e 
lo 
avevano 
preso 
mentre
 cercava
 di
 venderli casa
 per
 casa.
 Beauty
 Case 
lavorava 
da 
aspirante
 parrucchiera 
ed 
era
 un 
tesoro di
ragazza.
 Si chiamava
 così
 perché
 era
 piccola 
piccola
,
 ma
 non
 le
 mancava
 niente.
 Era
 tutta
 curvettine deliziose 
e
 non
 c’era 
uno
 nel
 quartiere 
che 
non 
avesse
 provato 
a
 tampinarla,
 ma 
lei 
era 
così piccola 
che
 riusciva
 sempre 
a
 sgusciar
 via.
Era 
una
 sera 
di 
prima 
estate,
 quando 
dopo 
un
 lungo 
letargo
 gli 
alluci
vedono
 finalmente 
la luce
 fuori
 dai
 sandali.
 Pronto
 Soccorso
 gironzolava
 tutto
 pieno
 di
 cerotti
 e
 croste
 sulla Lambroturbo
 e
 un
chilometro 
più
 in
 là
 Beauty 
mangiava 
un 
gelato 
su 
una
 panchina. (altro…)

Raffaela Fazio, ti slegherai le trecce. Poesie

Raffaela Fazio, ti slegherai le trecce. Poesie. Postfazione di Francesco Dalessandro, Coazinzola Press 2017

Un progetto pregevole, quello di Raffaela Fazio, che affronta con coraggio e con esiti nuovi un tema antico, un sentiero più volte intrapreso da parecchie voci, in diverse epoche: una carrellata di figure mitologiche femminili. La raccolta ti slegherai le trecce è coraggiosa e degna di nota, sia per la solidità della struttura e la divisione in cinque sezioni che portano, ad eccezione dell’ultima, Il silenzio,  una coppia significativa di concetti – La fiamma e il buio, Il frutto e il seme, Il cerchio e il riflesso, Il soffio e il canto – sia per la’ lunga gittata’ del verso che la contraddistingue, che è un verso, per contro, prevalentemente breve. Circola in queste pagine un respiro ampio, vera “Psyché”, che si inoltra nelle radici del mito e, anche attraverso la forma montante dell’interrogazione, parte integrante della struttura di molti componimenti,  si spinge in avanti, verso il futuro, nella contemporaneità universale dell’esperire vita, amore e, come scriveva la poetessa Hilde Domin, Mit-Schmerz, con-dolore.

©Anna Maria Curci

***

Dalla sezione La fiamma e il buio

Ero

“Tieni in vista
——–la fiamma
sulla torre”.

Quella preghiera
è soffio che sovrasta
il muggito
——–le più nere creste.

Sette stadi
poca acqua
separa le due coste
eppure non ha fine
——–la distanza.

Vedetta
a chi ti affidi?
Al flutto al vento
maestri d’incostanza?

Lui venga presto!
Perché mai basta
la notte
alle sue braccia
per fendere le onde
del tuo corpo?

Perché esita a lungo?
Dove quei baci
disordinati
accumulati in fretta?

E se già stanco
prima dell’impresa
si fosse ormai arreso
a un altro letto?

Dicevi “Amare
è quello che mi resta”.

Ma il dubbio
ti ha vinta.

La fiaccola
si è spenta. (altro…)

I poeti della domenica #182: Luciano Erba, Verso Santiago

Verso Santiago

Mi ritrovo negli spazi intermedi
su una strada di terra e cespugli
a perdita d’occhio verso i monti
non so se cantabrici o galleghi

mi ritrovo senza traccia di tappa
di sosta, di partenza, di arrivo
non incontro fonti né incroci
né querce in gruppo sull’altopiano

uno stento girasole selvatico
spunta da un campo di biada
non meno diverso da un segno

di ruota nel fango riarso
dalla polvere, da tutti gli sterpi
dalle grandi nuvole sopra di noi.

da: Luciano Erba, La terra di mezzo, Mondadori, Milano, 2000

I poeti della domenica #181: Paola Febbraro, Febbraio 1989

Febbraio 1989

Roma. Ora il cielo è molto grigio e basso
e i palazzi, le case hanno colori sbiaditi.

Scrivere, lasciare scritto, testimonianze di ‘viaggi’, di
materie toccate ma anche ogni poesia…una mela, un
pettine, un cerino e ancora
una serie di poesie: una carta nautica, una carta
topografica, istruzioni chimiche per miscelarsi a ciò che
ci sta attorno;
la prima parola o il primo verso che indica il punto da cui
cominciare un attraversamento…

C’è bisogno di una pioggia magica a Piazza Maggiore
a Bologna, una cascata di fiammelle. C’è bisogno di
prodigi
a Bologna
hanno bisogno di sentirsi fulminati dalla loro individualità,
dalle stellezze

da: Paola Febbraro, Stellezze. A cura di Anna Maria Farabbi, LietoColle, Faloppio (CO), 2012