Anna Maria Curci

PoEstate Silva, Reiner Kunze, Variazioni sul tema “Filemone e Bauci”

Reiner Kunze è nato il 16 agosto 1933. Oggi, nel giorno del suo 86° compleanno, proponiamo la lettura di alcune sue poesie tratte dalla raccolta lindennacht (“notte di tigli”), pubblicata nel 2007 dalla casa editrice Fischer. (la redazione)

 

VARIAZIONE SUL TEMA “FILEMONE E BAUCI”

Sarebbe confortante, per secoli ancora
potersi con i rami
toccare a vicenda,
——————-e il tiglio
ti donerebbe

Dell’essere una quercia tuttavia
soffrirei, il midollo del sambuco
lo sento in me

Reiner Kunze
(Traduzione di Anna Maria Curci)

 

VARIATION ÜBER DAS THEMA »PHILEMON UND BAUCIS«

Tröstlich wär’s, jahrhunderte noch
einander mit den zweigen
berühren zu dürfen,
———————und die linde
stünde dir

Am wesen der eiche jedoch
würde ich leiden, das mark des holunders
spür ich in mir

 

 

SECONDA VARIAZIONE SUL TEMA “FILEMONE E BAUCI”

Non dureremo in rami e ramoscelli
oltre noi stessi

Eppure siamo privilegiati

Ancora ci è concesso di vivere fino alla fine
tra alberi

Reiner Kunze
(Traduzione di Anna Maria Curci)

 

ZWEITE VARIATION ÜBER DAS THEMA »PHILEMON UND BAUCIS«

Wir werden nicht in ast und zweig
dauern über uns hinaus

Doch wir sind begünstigte

Wir dürfen noch zu ende leben
unter bäumen

 

Reiner Kunze, da: lindennacht. Gedichte, Fischer Verlag 2007

PoEstate Silva: Stefano D’Arrigo, In una lingua che non so più dire

 

IN UNA LINGUA CHE NON SO PIÙ DIRE

Nessuno più mi chiama in una lingua
che mia madre fa bionda, azzurra e sveva,
dal Nord al seguito di Federico,
o ai miei occhi nera e appassita in pugno
come oliva che è reliquia e ruga.

O in una lingua dove avanza, oscilla
col suo passo di danza che si cuoce
al fuoco della gioventù per sfida,
sposata a forma d’anfora, a quartara.

O in una lingua che alla pece affida
l’orma sua, l’inoltra a sera nell’estate,
in un basso alitare la decanta:
è movenza d’Aragona e Castiglia,
sillaba è cannadindia, stormire.

O in una lingua che le pone in capo
una corona, un cercine di piume,
un nido di pensieri in cima in cima.

O in quella sua lingua che la mormora
sul fiume ventilato di papiri,
su una foglia o sul palmo della mano.

O in una lingua che risale in sonno
coi primi venti precoci d’Africa,
che nel suo cuore albeggia, in sabbia e sale,
nel verso tenebroso della quaglia.

O in una lingua che non so più dire.

 

Stefano D’Arrigo, Codice siciliano (prima edizione nel 1957, per i tipi di Scheiwiller), ora per MESOGEA, Messina 2015, pp. 54-55

Pasquale Vitagliano, Del fare spietato

Pasquale Vitagliano, Del fare spietato, Arcipelago itaca 2019

L’ideale conversazione che conduco da diversi anni a questa parte con la scrittura di Pasquale Vitagliano – poetica, narrativa, saggistica – riguarda non solo gli esiti, bensì anche il farsi della scrittura, il suo continuo divenire. Mi sembra di poter affermare che, con piglio sempre molto consapevole sia circa le intenzioni comunicative sia circa le aree di osservazione di volta in volta messe a fuoco, sia, ancora, circa gli strumenti per la restituzione a chi legge, la scrittura di Pasquale Vitagliano si sia cimentata con questioni che vale la pena definire con aggettivi che giungono a noi dalla storia e dalla letteratura: “questione privata”, “questione meridionale”, “questione politica”, “questione etica”.
Con Del fare spietato la questione si estende, con un obiettivo che insieme si allarga e si definisce. Sì, perché la questione affrontata da Pasquale Vitagliano nella sua più recente raccolta di versi è la questione umana. Troppo ampia? Troppo vaga? Tutt’altro: la dedica al comune amico Gianmario Lucini, instancabile propugnatore di poesia, sorridente e dolente e rigorosissimo nell’individuare gli obiettivi centrati dall’ipocrisia e dalla devastazione imperanti, fa sì che il passaggio dal precedente Habeas corpus a Del fare spietato si manifesti come coinvolgimento totale di chi scrive e di chi legge. Non ci si può sottrarre, nessuna torre d’avorio è permessa, le illusioni che ci possano essere spazi per una qualsivoglia sinecura sono smontate pezzo per pezzo. Non si torna indietro, l’avaria individuata è pervasiva, l’allarme suona da tempo, nell’ignoranza responsabile e irresponsabile e nel colpevole insabbiamento. Il mondo è avariato: penso proprio a Störfall, tradotto con il titolo di Guasto, il racconto di Christa Wolf scritto a un anno dall’incidente di Cernobyl.
Il componimento iniziale dispiega proprio questo passaggio, con un’apertura che richiama un’altra famosa formula giuridica latina, Noli me tangere, con la differenza fondamentale che qui, invece dell’affermazione di un diritto civile fondamentale, si fa riferimento, piuttosto, a una situazione di rischio, di emergenza, di sospensione di prossimità: «Non mi toccare/ Sono rimasto sulle scale/ Salgo senza trovare più/ Le chiavi per tornare da dove sono venuto.» Sempre in questo componimento, è individuata una delle cause più dilanianti del mancato porre riparo al guasto profondo, ed è una causa definita oscena, indegna di essere rappresentata e parente di quel Vilipendio di cui scriveva Lucini nella raccolta che portava quel titolo: «Nostra oscena incapacità di camminare insieme.»
A Gianmario Lucini e, insieme a lui, all’interlocutore umano ‘universale’ sembrano rivolgersi le sette terzine che principiano con «Dove sei dove ti trovi in questo momento/ Io sono qui pensavo di essere finito/ E invece sono al sicuro e tu dove sei.// Dove sei adesso vedo in video i morti». Lo scenario è quello del giorno dopo l’Apocalisse; siamo sopravvissuti e incapaci di riconoscere l’altro da noi in questa ripetizione seriale del post-disastro.
Le allitterazioni accentuate non temono di farsi martellanti quando il j’accuse addita colpevoli e complici, ivi compresi i “social” maggiormente in voga nella manipolazione di comunicati e notizie: «Rutto erutto tremo vibro non cinguetto […] Spioni senza ideologia scemi simoniaci sfaldati».
Il distacco interno al logos tra lingua e idee è individuato con esattezza e con una resa spietatamente veritiera che, in più, ricorre all’uso ben calibrato delle rime interne: «Più idee che lingua/ Suole la lingua battere/ Duole l’idea cattiva/ È un’afta che rende orbi/ E invece non c’è lingua/ Senza un’idea che soffra». La privazione e la deprivazione linguistica è una spia della perdita integrale, del lutto, della solitudine, dell’abbandono, dell’essere esposti come gli infanti alla ruota di un tempo, della condizione permanente di orfani: «Siamo rimasti soli/ Privati di ogni lessico/ Sformati e senza canti/ Orfani randagi esposti». (altro…)

Luca Pizzolitto, Il tempo fertile della solitudine

Luca Pizzolitto, Il tempo fertile della solitudine, Campanotto Editore 2018

Silenzio, spazio aperto, respiro. Dove? In quale tempo? E in vista di che cosa?
Tre elementi in un enunciato e tre domande intendono introdurre alla raccolta Il tempo fertile della solitudine di Luca Pizzolitto.
La solitudine è qui, in questo tempo. Che sia ricercata intenzionalmente oppure vissuta per necessità (sorte destino ventura), essa si dispone, tuttavia, a essere terreno fruttuoso, per intervento della voce poetica. Questa, infatti, subisce e soffre una condizione, che, sin dal primo componimento del volume, definisce come «questo esilio», eppure sceglie, nella notte che si spalanca dinanzi a sé, di meditare, di considerare, di «sopravvivere al presente», di resistere e di scrivere, anche sull’esempio, coltivato con cura, di altre voci poetiche, che sono giunte prima e di cui serba memoria, come la voce di Izet Sarajlić.
Allora il silenzio, lo spazio aperto, il respiro si fanno tempo propizio e distanza necessaria per cogliere con maggiore acutezza il cielo sopra gli scenari di guerra ininterrotta, il suono di «angoscia della terra», l’occasione di una «frattura di quiete».
Illuminante, in tal senso, il titolo della prima delle quattro sezioni – Salustri, Blu, Distanze, Selvatico – che compongono la raccolta. Salustri, termine che ho avuto modo di conoscere dal volume omonimo del poeta Umberto Valentinis (il libro, del 1968, è stato ripubblicato nel 2014),  in friulano sta a indicare un momento di chiaroveggenza, un lampo nella notte.
Vedere chiaro, nelle tenebre che soffocano, colmare l’abisso, «cadersi dentro e risalire»: questo è il canto che giunge dal tempo fertile della solitudine.

© Anna Maria Curci

 

NELL’ARMONIA DELLE FORME

Brucio nell’alba
le notti prive di sonno
lascia il tempo
al giorno nuovi giorni
incubi di luci al neon
per i tuoi occhi.

Nell’armonia delle forme
una fragile sostanza:
ogni istante è smarrito,
lo vedi, s’incaglia, si perde
lontano.

E ancora cerco in te
la redenzione a questo esilio.

 

MELTEMI

Mi spezza il vento, taglia, divide:
per gli istanti di luce
sempre troppo veloci,
per ogni attesa
che si fa incontro,
per tutti i silenzi
e i miei occhi malati
distendo le braccia verso il nulla,
distendo le braccia verso questa terra
in cui ciascuno è naufrago e straniero,
in questo tempo lasciato al caso,
banalmente smarrito.

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proSabato: Camilleri – De Mauro, La lingua batte dove il dente duole. Ad alta voce

 

CAMILLERI   Il mio modo di raccontare obbedisce al mio ritmo personale, cioè obbedisce a certe leggi, a certe pause, a certe accelerazioni e ralenti che io sento dentro di me. Quando devo esprimere una situazione o un’idea in un dialogo di un romanzo che sto scrivendo a me più di tutto interessa questo, poi c’ è il modo in cui lo metto sulla carta. Se, nel contesto generale, quella pagina ha un certo ritmo che mi serve per fare da controcanto al ritmo precedente o a quello che ho in mente di scrivere subito dopo, vuol dire che quella pagina io devo pensarla con un certo ritmo, che non è solo il ritmo della pagina in sé, ma è collegato a tutto come se fosse una sinfonia. È collegato a quello che c’è immediatamente prima e immediatamente dopo.
È questo alternarsi di ritmi all’interno di un romanzo che fa quello che chiamo il respiro di un romanzo, che è preciso identico a quello che avviene in teatro. Se si piglia un esempio massimo, come può essere l’Amleto, e lo si studia solo dal punto di vista del succedersi delle scene, della durata delle scene e della quantità dei personaggi che ci sono all’interno di ogni scena, si scopre che quello dà il ritmo generale a tutto l’Amleto, è un continuo alternarsi e un progredire in crescendo, un respiro che parte lento e si fa sempre più affannoso. Ci possono essere pagine di sosta, un ritorno a un ritmo precedente, ma deve essere voluto, studiato, perché ogni pagina ha uno spartito che deve obbedire a un insieme, a un ritmo più grande.
Mi capita spesso di pensare a un romanzo come se fosse una partitura, e la domanda che mi ripeto è: «Che respiro deve avere questa vicenda?». Il mio Un filo di fumo è tutto pensato in questo modo, inizia con un ritmo affannoso, finisce con un maestoso e la processione. Gli autori di teatro di solito danno fuori testo le indicazioni che suggeriscono l’andamento dell’opera. (altro…)

Dona Amati, Haiku della buona terra

Dona Amati, Haiku della buona terra. Con una lettera e otto opere di Maria Grazia Tata, Fusibilialibri 2019

Percorrere le pagine di un libro e soffermarsi, spesso, con incanto e ammirazione, su un passaggio, un verso, una soluzione che si rivela una porta di accesso a un gradino ulteriore di significato, tutto questo giunge come un dono di umanità e poesia.
Cogliere la bellezza in ciò che lo sguardo, vigile e pronto a collegare il mondo fuori di sé con il mondo dentro di sé, conferirle la parola che ha – inconfondibilmente – l’alito dell’amore, in misure non mortificate, ma, al contrario, esaltate dalla gabbia metrica scelta, non è dote comune. Questa dote è dispiegata in tutti gli haiku, così come nei tanka, nei senryu, nei renga della “buona terra”. Terra fertile è l’amore, alfa, principio, fondamento del noi, superamento del confine dettato dall’io. La buona terra manda segnali e Dona Amati li accoglie, li trasforma in canto. Si percepisce che esso è un canto che torna a credere, insieme alla vita che si rinnova, insieme a Cecilia, alla quale il volume è dedicato. Scrive infatti Dona Amati: A Cecilia. È lei la mia buona terra.
Cecilia, la “buona terra” di Dona Amati, favorisce il ritorno all’età della conversazione ininterrotta tra umani e mondi altri, tra umani e piante, umani e pietre, umani e animali e, soprattutto, tra tutti questi mondi tra loro, ché la poesia, qui, sulla polvere e oltre la polvere, supera ogni limitato antropocentrismo: «serpi allacciate/ al tepore di giugno/ fanno l’amore», «disco di luna/ a quel chiarore il cane/ più forte abbaia», «appare un raggio/ brulicante di luce/ dalla finestra -/ perché chiamare polvere/ ciò che è pieno di vita?», «ora che vado/ solitaria nel mondo/ s’allarga il cielo», «sei un seme nitido/ come granello puro/ di buona terra».

© Anna Maria Curci

 

HAIKU

pietruzze bianche
sotto il sole d’agosto —
si spaccheranno?

acqua di stagno
indurita dal gelo —
tutto si ferma

serra le chele
sulla preda che guizza —
granchio affamato

guardare il mare —
nessuno a dire un nome
volato al vento

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Luca Buonaguidi, poesie da “Uno studio sul niente. Viaggio in Giappone”

 

Cammino in strade a tre piani
tra forme future nel ritmo
muto di luci epilettiche,
c’è una certa cura, un’idea
nell’orgia metallica
mi sento bene, mi sento male,
non capisco cosa siano
il bene e il male
dentro la pancia
del mostro morale e lucente.
È tutto un guardare d’essere
in essere boccheggiare
in un’armonia contrita e liscia,
tra pesci rossi che gonfiano
le branchie nei riflessi vitrei
dei bordi, il vuoto pneumatico
agita appena questo sogno
di luce artificiale.
Nuoto in questo acquario,
sono piccolo e lontano.

Roppongi, Tokyo

 

 

Il cartello invita
a sedere immobili
e in silenzio:
qui si insegna
la trascendenza
nell’immanenza
ma sono arrivato tardi
e il guardiano mi invita
a uscire dal tempio.

Per strada
il mondo è già scritto
e gioca a guardarmi fisso:
qualche luce,
serrande abbassate,
sembra una sera come altre
ma da qualche parte c’è
un niente che tutte le sere
appare e scompare.

Shimamoto, Tokyo

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Robert Adamson, Tre poesie nella traduzione di Angela D’Ambra

Robert Adamson nel 2010, foto di Juno Gemes

 

Robert Adamson, Three Poems

Tre poesie nella traduzione di Angela D’Ambra

 

da Mulberry Leaves [Foglie di gelso]

Reaching Light

Where was we left from?
We say the journey’s up, but maybe

memory sinks deeper.
Our journey so far

has been quiet, the only
incident being that rock dislodged

as he spun around on his heel.
What was that stuff – brimstone?

The first slice of sunlight glanced off
a slab of dark marble that turned to glow.

is back moved ahead of me –
his curls, shoulders,

that neck. What new bone was he inventing
in his shuffling head, what chance

that a doorway would appear and then a house?
The dark supported me, comfortably

behind me, a cradle woven from
demon hair. As I rose

and climbed toward day, his turning head,
those eyes – strips of memory,

silver tides, moons rising over the
rim of the world –

brought back the day we were married,
standing in fine rain, then escaping  from family,

sex by a rolling surf in a high wind, velvet
heavens and the stars omens:

calendars, clocks, zodiacs –
straight, bent signs.

Raggiungere la Luce

Da dove è che partimmo?
Il viaggio, si dice, è verso l’alto, ma forse

la memoria più a fondo s’inabissa.
Il nostro viaggio finora

è andato liscio, unico
contrattempo quella roccia franata

quando lui di scatto si voltò.
Cos’era quella roba – zolfo?

Il primo spicchio di sole rimbalzò
su una lastra di marmo scuro che s’accese.

La schiena di lui si muoveva avanti a me –
i suoi riccioli, le spalle,

quel collo. Quale nuova trovata escogitava
in quella testa irrequieta, che occasione

che una soglia apparisse e poi una casa?
Dietro di me, confortante, il buio

mi sosteneva, una culla ordita con
crini di diavolo. Allorché m’alzai

per la scalata al giorno, la sua testa si volse,
quegli occhi – strisce di memoria,

maree d’argento, lune crescenti
oltre il ciglio del mondo –

mi riportarono il giorno delle nozze,
noi in piedi nella pioggia sottile, poi via dalla famiglia,

sesso nel risucchio dell’onda, vento forte, cieli
di velluto e i presagi di stelle:

calendari, orologi, zodiaci –
segni contorti, diretti.

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Giovanni Ricciardi, La vendetta di Oreste

La vendetta di Oreste (Fazi Editore), nona indagine del commissario Ponzetti, nato dalla penna di Giovanni Ricciardi, è da oggi, 11 luglio 2019, nelle librerie.

Giovanni Ricciardi, La vendetta di Oreste, Fazi Editore 2019

Quando, esattamente otto anni fa, nel luglio 2011, conobbi Giovanni Ricciardi, in occasione della presentazione, avvenuta proprio nel quartiere Giuliano-Dalmata, della terza indagine del commissario Ponzetti, Il silenzio degli occhi, ebbi modo di individuare, in quel primo libro che lessi avidamente e, in seguito, in tutti i volumi precedenti e successivi, alcune caratteristiche che rendono prezioso e di portata rilevante il progetto che Giovanni Ricciardi va svolgendo, collocando gli scenari delle vicende da lui narrate, di volta in volta, tra luoghi del mondo e quartieri di Roma: tra queste, la capacità di coniugare la cronaca contemporanea alla memoria individuale e collettiva e la volontà di sottrarre all’oblio storie travolte e sommerse.
La vendetta di Oreste, la nona indagine del commissario Ottavio Ponzetti, creatura di Giovanni Ricciardi, ha tra gli scenari il quartiere di Roma che si chiamava “Villaggio Giuliano” – ora quartiere Giuliano-Dalmata – e che accolse gli esuli dell’Istria e della Dalmazia (i primi sfollati non avevano ancora lo status di profughi) dopo il 10 febbraio 1947, a partire dalle prime famiglie che furono ospitate nei padiglioni dell’ex Villaggio Operario dell’E42, lungo la strada che oggi ha il nome di viale Oscar Sinigaglia e che occupa un posto importante nelle vicende narrate.
Oreste, il personaggio che appare già nel titolo del romanzo, è giunto a Roma nel 1954, mentre la moglie, Nina, è arrivata al Villaggio da bambina. Storie simili le loro? Se il sipario si apre sulla rottura del femore ‘quasi gemellare’ di moglie e marito, su infanzie e giovinezze segnate dal trauma della perdita e della fuga, Nina e soprattutto Oreste hanno parlato ben poco con il figlio Marco. Anche su questi silenzi, di drammatico realismo, si costruiscono le storie narrate che, di capitolo in capitolo, tra viaggi, incursioni e agnizioni – non solo i nomi di molti personaggi, ma anche cornici e cadenze hanno sovente la solennità del mito e della tragedia greca – si chiariscono progressivamente grazie alle indagini condotte da Ponzetti, che ha conosciuto e apprezzato Oreste come geometra. Ponzetti è coadiuvato non solo dal fido Iannotta, ma anche, in questo caso, dalla figlia minore Maria e gli itinerari di ricerca portano dalle vie, dalle case e dalla biblioteca di San Marco Evangelista al Giuliano-Dalmata e dai corridoi dell’ospedale Sant’Eugenio, per altri punti ‘nodali’ di Roma – l’Esquilino tutto, con citazioni importanti del Museo di Palazzo Merulana e della Biblioteca Nelson Mandela – a Trieste, in un Istituto Tecnico, e oltre confine, nei territori una volta italiani.
La materia trattata è incandescente, come già quel nome, “vendetta”, fa intuire. C’è un mistero da risolvere – e forse più di uno – dopo il ritrovamento di una pistola e di una lettera, ci sono colpi di scena e rivelazioni, ma sarebbe riduttivo ingabbiare in un genere questo libro, che entra a pieno titolo in quel progetto al quale ho fatto riferimento in apertura. Tanto maggiormente, allora, colpisce la scelta di Giovanni Ricciardi di affrontare una questione delicata e attualissima come quella degli incontri-scontri nelle zone di confine.
In un romanzo nel quale appaiono personaggi storici, alcuni protagonisti di vicende singolari e tragiche, altri  testimoni di umanità viva e della ricerca operosa di verità e pace, in un romanzo in cui si portano a conoscenza ulteriori realtà occorse e tuttora sconosciute ai più, mi preme sottolineare come la visione storica di Giovanni Ricciardi sia frutto di una volontà di grande valore etico, quella di dare voce a chi voce non l’ha avuta, restituire la memoria dei doppiamente schiacciati e deprivati della dignità, ancor prima che della vita.

© Anna Maria Curci

 

1.

Nina non torna a cena

Il vecchio Oreste era diventato abitudinario. Non si era più allontanato dal suo quartiere dopo l’età della pensione. Aveva anche smesso di guidare la macchina per via della vista troppo fioca, che lo spingeva a stringere progressivamente il cerchio delle sue frequentazioni. Del resto, aveva viaggiato anche troppo da quando era approdato a Roma negli anni Cinquanta, ma sempre e solo per lavoro e, a sentir lui, malvolentieri.
Ogni viaggio è dolore e fatica, amava ripetere: lo sanno bene gli inglesi, e per questo dicono travel, quello che in italiano è travaglio, il dolore del parto. O del partire? E i francesi? Per loro travail è la dura legge del lavoro. Ma gli inglesi lo sanno più di tutti, e lo condensano in quel termine perché per loro il viaggio è sempre attraversare un mare e non sapere se ci sarà ritorno.
Così diceva Oreste per giustificare la pigrizia della sua vecchiaia. Poi, una sera di marzo, sua moglie non tornò a casa per la cena: la prima volta dopo tanti anni di matrimonio.
A lungo Oreste rimase alla finestra a osservare un’avanguardia di primavera tra i rami del pruno rosso che spiccava nel giardino di fronte, fantasticando un non so che, fin quando il sole non fu tramontato e più in là si accesero i lampioni della sua piccola via. Allora si accorse che era trascorso troppo tempo e si destò dal torpore, imbambolato.
Cominciò a chiamarla ad alta voce, come se il suo nome gridato alla finestra avesse il potere di farla spuntare improvvisamente all’angolo della strada. Ma la via era vuota.
Oreste sentì nel profondo di sé che Nina non gli era mai parsa indispensabile: era sempre stata lì, tutta la vita, come l’orizzonte sulla linea del mare o la risacca che d’inverno sfianca gli scogli
.
Oreste pensò che c’erano state poche parole in quel lungo amore. Ma adesso che provava – troppo tardi – che cosa significasse la sua assenza, avrebbe voluto dirle l’unica parola che gli saliva alle labbra, e se fosse arrivata a consolare quel vuoto improvviso, gliel’avrebbe senz’altro detta, per la prima volta nella vita: «Mi sei mancata». (altro…)

Fabio Michieli, Dire

foto di Giovanni Ballarin

 

«ma la luce che filtra dalla grana»: un viaggio in Dire di Fabio Michieli

«ma la luce che filtra dalla grana/ dice a me – nel silenzio – tutto il bello»: parto dal distico che conclude Ad A.C., componimento che si trova nella sezione Primo tempo, per raccontare di un rinnovato viaggio nei versi di Fabio Michieli in Dire, ora alla sua seconda edizione, e dunque in una versione ampliata e in una rete più fitta di linee e curve e nessi.
È bene premettere che si tratta di un viaggio tra i versi, giacché il richiamo che a me giunge da tempo da questa raccolta (la cui prima edizione risale al 2008) e da questa poesia è simile a ciò che l’Orfeo di Fabio Michieli dice di sé in (Orfeo a Euridice): “inselvarsi oltre il limite concesso”, tornare ad addentrarsi. Se mai è il momento in cui sarà dato al mistero di risolversi interamente nel mondo del finito, a chi si tuffa, si immerge, si “inselva”, in Dire, a chi ne percorre le direttrici principali così come i cunicoli, gli antichi e gli ulteriori, è dato sempre di cogliere «– nel silenzio – tutto il bello».
Dal cogliere al pronunciare, al Dire «tutto il bello», cionondimeno, si estende l’arco composto da infiniti punti, da molteplici angolature e da svariate sfumature cromatiche. È proprio questa la ragione per cui quello che segue sarà il resoconto di uno solo dei tanti viaggi intrapresi nella poesia di Dire. È proprio questa la ragione, soprattutto, per cui la storia della composizione di Dire reca con sé, attraverso il lavoro incessante sulla disposizione, sul suono, sulle combinazioni, il segno dinamico e drammatico di una battaglia condotta per dare facoltà di parola a «tutto il bello» colto nel silenzio.
Questo particolare viaggio trae ispirazione da luci, contorni e colori nella pittura di Ingres, la cui compiutezza scaturisce dal dramma della risoluzione del conflitto permanente tra naturalezza e ideale. La perfezione della bellezza giunge come un’opera – nella quale avvertiamo quasi dolorosamente tutto il pathos della cura – di posizionamento, di cattura della luce su contorni dalle linee impeccabili e che pure tradiscono il guizzo di «carne e ossa e tendini e muscoli».
Sulla scorta dei dipinti di Ingres (penso per esempio all’Autoritratto a 24 anni, alla Mezza figura di bagnante, a Edipo e la Sfinge), questo mio resoconto di viaggio si sposta ora, dopo la prima (distico finale in Ad A.C.) e la seconda tappa ((Orfeo a Euridice)), verso la terza tappa, il componimento la cui intera architettura è manifestazione di un desiderio di fisicità intatta e, allo stesso tempo, di totale espansione e confluenza dell’io nel tutto, fino ad annullare ogni contorno, ogni confine: «mi fosse dato spandermi nell’aria/ e confondermi a nuvole di noia/ e placare quei mali che divorano/ intero il corpo –».
Un bello doloroso, dunque, che serba memoria dello sbranamento, della scomposizione, dello schianto. La quarta tappa passa, sempre traversando i testi di Primo tempo, per alcuni loro versi in particolare: «le foglie già da tempo marce al suolo/ avidamente attendono lo schianto» (in Das Bild), «a volte penso d’essere un involucro/ cavo dove trova rifugio l’uomo/ che non sarò ancora» (in Sebastiano).
Per procedere in questo viaggio, occorre andare a ritroso e in avanti, a ritroso nel volume di questa seconda edizione, perché la quinta tappa tocca i testi della sezione che vi appare come prima, Genesi, in avanti, allo stesso tempo, perché se le poesie che compongono Primo tempo erano già apparse nell’edizione del 2008 di Dire, i sei movimenti di Genesi – come i sei giorni della creazione del mondo secondo l’Antico Testamento – risalgono al 2013, a sei anni fa, dunque, e a sei anni dalla data di redazione (2007) del ‘primo’ Dire.
Inizio e scaturigine, nascita e interrogazione, fondamenta e nucleo, saetta e grimaldello, ardore inestinguibile e inestinto, incanto di una fiamma che consuma e attrae, forza sprigionata dalla parola, che chiede di essere interpretata e, nello stesso tempo, pare resistere a qualsiasi resa: «ritrovo il tempo andato tra la cenere/ se si consuma il fuoco –// costringe a camminare su roventi/ in equilibrio lamine» (Genesi I); «che mi devi ora in premio?/ il segno chiaro/ che brutalmente forzi quest’inerzia/ di sentimenti e modi».
Anafora e anastrofe, aggettivazione battente e, per me che racconto di questo mio viaggio, la sfida dell’andirivieni tra una delle poesie di Ingeborg Bachmann, la prima della raccolta Invocazione dell’Orsa maggiore, Il gioco è finito, con un verso citato in epigrafe e l’insieme che da anni mi chiama alla traduzione dal tedesco all’italiano (“Fratello mio caro, quando sarà che una zattera costruiremo e il corso del cielo discenderemo?”), e i versi di Genesi di Fabio Michieli, che in parte ho tradotto in tedesco. (altro…)

Raffaela Fazio, Midbar

Raffaela Fazio, Midbar. Prefazione di Massimo Morasso, Raffaelli editore 2019

Già in apertura, Midbar di Raffaela Fazio offre e propone una via di accesso, vale a dire proprio la parola ebraica che dà il titolo alla raccolta. Midbar vuol dire deserto, ci avverte Raffaela Fazio.
La potenza evocativa di questa parola libera immediatamente una serie, ovvero, per essere più precisi, una rete di associazioni: attraversare il deserto, mettersi alla prova della rinuncia al superfluo e della ricerca dell’essenziale, “fare deserto”, meditare sull’essenza; ancora: porgere l’orecchio al soffio, alla voce di “uno che grida”, agli echi del profeta, di chi pro-nuncia la parola e, soprattutto, a quel “suono silenzio sottile” nel quale (non nel vento impetuoso, non nel terremoto, non nel fuoco) Elia sul monte Oreb (I libro dei Re) riconosce e ritrova Dio. In questa raccolta non mi sembra affatto casuale che tale episodio abbia un posto importante, nel penultimo componimento, che si intitola Qol demamah daqah (letteralmente: suono silenzio sottile, voce silenziosa, che dalla traduzione dei Settanta in poi è diventata, sminuendo la grandiosità dell’originale, “mormorio di brezza leggera).
Davvero MiDBaR, deserto, e DaBaR, parola, sono allacciati intimamente, tanto che il termine per deserto può essere letto proprio come “luogo della parola”. DaBaR è anche “evento”: nel deserto, luogo della parola, cade il suono, e il suo accadere si concretizza in un tempo, cade e inciampa negli ostacoli di qualsiasi incontro, cade e prosegue, cammina, sempre in viaggio, «forte del proprio inciampo» e, aggiungo io, forte di quell’accadere amplificato nel deserto, forte di quel manifestarsi del Verbo nella storia che si compie nella Shekinah, dimora, presenza divina nel mondo, tenda nel deserto.
Il componimento Dabar,  che apre la raccolta, si palesa come ouverture e programma della sinfonia della parola nel deserto che è Midbar di Raffaela Fazio.
La ricerca della Parola, la rivelazione della Parola, la dimora della Parola, l’interpretazione della Parola: tutto questo si incarna nel mondo, nella storia – Giovanni, all’inizio del Vangelo che è stato tramandato con il suo nome, usa proprio il termine ἐσκήνωσεν, “eskenosen” – e che solo del particolare e dell’immanente sia data conoscenza, ma non certo dell’origine, è ben consapevole Raffaela Fazio, proprio in un passaggio fondamentale del primo dei tre movimenti (L’albero, gli altri due sono La donna e la domanda) che compongono il poemetto In origine, nella III sezione di Midbar, Di buio e di fiato: «Da me si passa/ per morire./ La donna lo sapeva:/ per generare/ barattò l’eterno con la storia/ s’iscrisse nella fine / e offrì un inizio». (altro…)

Sonia Lambertini, perlamara

 

Sonia Lambertini, perlamara, Marco Saya editore 2019

Recentemente uscito per i tipi di Marco Saya editore, perlamara di Sonia Lambertini è itinerario poetico nella ferita del tempo, nei giorni della spaccatura in tutte le sue gradazioni, dal graffio allo squarcio passando per la lacerazione. I giorni della spaccatura sono i giorni di un inverno tardivo e di una tarda primavera che si ostina a nascondersi.
Divisa in cinque sezioni, articolate a loro volta in quattro componimenti la prima e la seconda, in sei componimenti la terza, la quarta e la quinta, la raccolta perlamara colpisce e convince per la disposizione accurata e precisa delle parole e per il ricorso a strumenti espressivi che, nell’attraversamento dell’oscurità, permettono, come scrive Elio Grasso nelle considerazioni introduttive, dal titolo Fuori dall’epoca, di tirarsene fuori «per guardare in faccia qualcosa di gratificante […] perlamara, dopo aver innalzato rovine, rasenta novità formali senza tendere imboscate: parlando d’altro, parla esattamente – oltre che di scrittura – di poesia.»
All’interno di questa raffinata strumentazione mi sembra opportuno menzionare due elementi portanti: il ricorrere di alcune ‘presenze’ e, in particolare, di quella del merlo, e la scelta della densità e della concisione.
Il merlo – che in perlamara appare, sosta e vola – manifesta la persistenza dell’inverno quasi come condizione esistenziale e le sue ali che conoscono il dolore sono spiegate, tuttavia, dunque disposte allo stupore.
Non è un caso, allora, che nei giorni del taglio e nei giorni del merlo il becco che raccatta, raccoglie, sminuzza, lacera, perlustra, sia una tra le parole che ricorrono con maggior frequenza.
Anche la forma breve è testimonianza di una riduzione all’essenziale, di un taglio del superfluo, di tempi “scarni e ruvidi”. La punta aguzza che acuisce il dolore è avvertibile quasi fisicamente, come onda sonora, attraverso le rime interne e le allitterazioni, così come attraverso i verbi, passati al vaglio di una lettera ‘s’ iniziale che scarnifica, «sgrava», «scricchiola», «sbecca», «smagra», «sprofonda», «scardina», «squarcia». In questo senso il terzo componimento della quarta sezione è esemplare per il procedere acuminato e penetrante, in una battaglia continua che non lascia indenne alcuno e alcunché: «Staglia la lingua, battaglia/ striscia. Sottoterra bisbigliano/ sottoterra. Gridano i folli, s’incurva/ il merlo, sbecca, mutila il canto.» (altro…)