Si ristampi

Si ristampi #11: Valerio Aiolli, Luce profuga

Si ristampi #11: Valerio Aiolli, Luce profuga, edizioni e/o 2001

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di Martino Baldi

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Ha senso recensire un titolo di oltre quindici anni fa, per giunta un romanzo che all’epoca non ebbe una grandissima eco e da tempo è fuori catalogo? La mia risposta, da bibliotecario, è: sicuramente sì. Il lavoro che fanno le biblioteche è quello di mantenere vive tutte le specie. Le biblioteche sono il difensore principale della bibliodiversità, soprattutto in un’epoca in cui i meccanismi della distribuzione mettono in discussione la sopravvivenza stessa di molti piccoli editori e in cui le esigenze di comunicazione relegano la maggior parte dei libri nei magazzini (e spesso ciò significa nel dimenticatoio perenne) già poche settimane dopo i fasti di un mese di vetrine e recensioni, per coloro che almeno se ne sono avvantaggiati. Ma non sarebbe giusto che a questo lavoro di “manutenzione” dell’habitat biblionaturale partecipassero tutte le componenti che ruotano intorno al libro? Eppure a volte l’impressione è che a nessuno in fondo stia a cuore il destino dei libri usciti dallo scaffale delle novità, nemmeno a volte agli stessi editori che evitano di mandare in ristampa perfino libri che promettono soddisfazioni a distanza di anni dalla loro scomparsa dal catalogo. Un esempio per tutti è quello di Gli interessi in comune di Vanni Santoni, la cui vicenda è brevemente raccontata dallo stesso Santoni su Facebook

Quindi eccoci, nel nostro piccolo, a tirare fuori dal cilindro questo Aiolli millesimato 2001, che sotto il velo della polvere degli anni ci sembra abbia tuttora qualcosa da dire, forse anche perché dalla letteratura coeva e successiva ci si sarebbe potuti aspettare qualcosa di più, per quanto riguarda il racconto delle mutazioni della vita della provincia italiana degli ultimi decenni, con l’accelerazione tecnologica, l’arrivo delle ondate migratorie, l’ulteriore trasformazione degli spazi sociali e dei rapporti interpersonali. In particolare intorno al fenomeno dell’incontro tra la quotidianità stratificata della vita di provincia italiana e il bagaglio di diversità ed esperienze estreme dei nuovi migranti, soprattutto quelli dell’est, poco mi è capitato di leggere che non risultasse un po’ troppo di servizio, che non avesse il sapore di una interpretazione riduzionistica, troppo politica o sociologica o ideologica. Senza compiere una ricerca esaustiva, ricordo a memoria I fannulloni di Lodoli, del 1990 ma poi per diversi anni davvero poco che andasse fuori dal solco o più in profondità rispetto al fatto riportato dal giornalismo.

Fra le felici eccezioni, posso annoverare Luce profuga, secondo romanzo di Valerio Aiolli, che inaugurò con questo titolo una sua vena più letteralmente “realistica”, ad arricchimento di una tavolozza stilistica che nell’esordio di Io e mio fratello aveva già dato prova di saper raccontare un paese che stava cambiando, ma in quel caso per mezzo della forma letteraria dello straniamento, ovvero attraverso lo sguardo di un bambino.

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Si Ristampi #10: Virgilio Guidi, Le poesie del male. A cura di Paolo Steffan

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“Le poesie del male” di Virgilio Guidi. Bellezza e dolore in forma d’interrogativo
di Paolo Steffan

Si risponde sempre con un certo stupore alle minuzie eccellenti di Canaletto o di Francesco Guardi o del più tardo e meno frigido Ippolito Caffi, che trasmette al primo sguardo lo spirito acceso di una laguna vissuta in tempi tumultuosi e pur sempre perfetta nelle sue linee di non mutabile bellezza. Eppure, la Venezia inarrivabile è per me quella di Virgilio Guidi, con la sua ossessiva semplicità disarmante, di occhio che fissa la luce dolce di una mattina assolata e un po’ fosca sul bacino di San Marco, con preferenza per San Giorgio e la Salute. Il turgore di qualche campanile, così naturale e vago da parere un cipresso, che sfiora o talvolta ‒ per sbaglio o per voglia d’eterno? ‒ s’inabissa in alto nella finitezza della tela, è solo il guizzo di un pittore attento e piano, quasi geometrico senza essere geometrico. La delicatezza del suo pennello che ritrae Venezia commuove per il rispetto, quasi filologico, di un incerto apparire della città a un certo orario non precisabile, ma che esiste. Quella delle “marine” di Guidi non è un’acqua nella quale si affonda, ma un piacere profondo di luce da godere in superficie, come in un disteso rilasciarsi estivo.

Ed è in un modo analogo che mi è apparsa, venuta a galla, la poesia di Guidi; con un volumetto di “poesie del male” ritrovato sugli scaffali di una polverosa (e preziosa) libreria, proprio in Venezia: «Trentatré poesie inedite di Virgilio Guidi» finite di stampare nel maggio 1983, sette mesi prima della sua morte, e volume fuori catalogo da molto tempo.

Ho chiesto al cielo
il perché del male,
ho chiesto alla luce
il perché delle ombre.

Questa quartina di senari fa da proemio: così semplice e chiara, in realtà ci addentra in una selva di domande prime che l’uomo si pone da sempre, ma che non hanno risposta, né mai l’avranno. Come nelle sue pitture: quando Guidi sembra chiedere a Venezia il perché del mare, o semplicemente della bellezza, che in modo teatrale compare sul palcoscenico di Guidi nella terza poesia, su una distesa base novenaria, placida come le acque lagunari:

Vidi entrare in scena la morte
e fu un silenzio inconcepibile,
vidi entrare la bellezza
e fu una paura incontenibile,
vidi entrare in scena il tiranno
e fu un’allegria clamorosa.

E, ancora, poche pagine dopo:

O bellezza dolorosa del mondo
ancora una luce ai tuoi confini,
impreveduta come il miracolo
e che disegna i lunghi decenni
sulla tavola della storia.

Perché la bellezza è paura, perché la bellezza è dolore: ha sempre un che di miracoloso, perché ci abbaglia di eterno, ma di fatto frana anch’essa, certa («e la bellezza non ancora incerta/ sulla sua sorte») di essere soggetta alle leggi naturali del mondo:

Che l’anima s’acquieti
e veda quel che è il mondo:
un eterno male e bene,
un edificare e distruggere
per una legge naturale.

Eppure, la bellezza serve anche ‒ e soprattutto ‒ a placarlo, il dolore del mondo, lei che più di tutto lo conosce da dentro. È quel momento nel quale accade la verità di un distico che troviamo più avanti e che, se non può avere con certezza un valore positivo, almeno ce ne concede la possibilità:

La sventura s’illumina
e prende le forme della bellezza.

E le forme della bellezza sanno essere eminentemente pittoriche: in un volume come Le poesie del male, infatti, è rivelatrice l’alternanza di pagine scritte a pagine illustrate, con tratto nero fine o grossolano, ma sempre vicino a quell’insistenza di occhi che è l’apice della maturità di Guidi pittore. Se già la composizione proemiale era di un pittore prestato alla poesia, nel suo chiedersi di luci e ombre, ogni dubbio sfuma quando persino il cielo va valutato per quello che necessariamente diventa su una tela, cioè materia, fatta assoluta concretezza proprio nel tentativo ‒ sempre questo è il sogno, è la presunzione (consciamente irrealizzabile, eppure di continuo tentata) di un pittore ‒ di conoscere l’eterno:

più non sai che significhi eterno
e diviene materia anche il cielo.

A questo punto, se pure in orizzonti di finitezza, non può mancare un afflato mistico (se non addirittura teologico), anche se del tutto novecentesco, perché inficiato dalla fine stessa della deità, in un tempo che fatalmente se la trova con costanza all’ordine del giorno:

Ma se il Dio unico è morto,
come si dice con altera certezza,
che ragioni hanno di essere
le minori divinità?

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Si ristampi #9: L’assedio e il ritorno, Franco Ferrucci

l'assedio e il ritorno

L’assedio e il ritorno. Omero e gli archetipi della narrazione di Franco Ferrucci, pubblicato in prima edizione nel 1974 e ristampato nel 1991 per la collana Oscar di Mondadori, è un libro che mi ha segnato profondamente. Tanto profondamente quanto casuale è stato l’incontro con il volume, che mi è stato prestato da quella che allora era la mia fidanzata e che oggi è mia moglie, che a sua volta l’aveva ricevuto in prestito da una nostra comune amica. Quando il passaparola funziona! Un saggio che per me, man mano che aumentavano i passaggi di lettura, diventava qualcosa di più di un semplice libro, ma l’apertura verso  un mondo immenso e meraviglioso, che mi ha suggestionato a tal punto da ispirarmi, all’epoca, anche un piccolo componimento in versi dal medesimo titolo. A distanza di vent’anni dal primo incontro con il testo di Ferrucci e dopo una serie incalcolabile di riletture, perché, detto per inciso, quel libro non è stato più restituito alla sua legittima proprietaria, mi rendo conto che il testo esprime in maniera concisa e lapidaria quelle che per me erano le questioni capitali che il mio percorso di formazione allora affrontava: il rapporto con l’origine, il rapporto tra parola e silenzio, tra parola scritta e tradizione orale, la vita e il tempo. Il libro si incentra su di una lettura dell’Iliade e dell’Odissea come archetipi di due modelli narrativi e letterari che si confronteranno e si inseguiranno in tutta la storia della letteratura occidentale (basti pensare a Dante, a Cervantes, a Melville, a Joyce, a Kafka, tra gli altri): l’assedio come eterno presente e ripetizione, come tensione verso una felicità nascosta, percepita e irraggiungibile; il ritorno come apertura alla memoria e all’attesa, al passato che viene rammemorato e raccontato per creare un filo che lo leghi al futuro che si attende e si spera, al ritorno appunto, che è un ritorno biografico, storico e metafisico al tempo stesso. L’Iliade è il primo libro scritto della tradizione occidentale, il modello originario, è l’emergere dell’isola della scrittura dall’oceano dell’oralità, è la soglia tra il buio e la luce, tra la parola che trova un appiglio per rimanere e quella che invece scompare nelle nebbie del tempo. Se un prima c’è stato, esso non può essere raccontato, rimane come traccia invisibile che ci parla in negativo, attraverso la sua assenza, come il passato remoto che dimora in ognuno di noi  e che si agita invisibile dietro il primo ricordo cosciente che affiora alla luce, in questa prospettiva ontogenesi individuale e filogenesi della specie sono l’una lo specchio dell’altra. Non è un caso, fa notare Ferrucci, che l’Iliade tratti degli eventi che si svolgono nell’arco di cinquantuno giorni dell’ultimo anno di guerra e che l’inizio della guerra sia scomparso nella coscienza dei contendenti in un prima immemorabile, come se la condizione della guerra, dell’assedio per la conquista di un bene enigmatico e inaccessibile, sia eterna e che l’equilibrio di assedio e contro assedio non debba finire mai. Ma anche la narrazione della fine della guerra non è narrata, in quanto l’esperienza della fine e dell’inizio, come tali, sono negate all’uomo e se la narrazione è narrazione della vita non può spingersi oltre ciò che il fato ci ha assegnato, ossia un’assoluta cecità su quel che ci ha  preceduto e su ciò che sarà dopo la nostra fine. L’Odissea è invece un libro che ha già un prima, un passato, un modello a cui fare riferimento e che può tradire. Qui alla monolitica semplicità della struttura dell’Iliade, si sostituisce una  articolazione stratificata e complessa della narrazione, in cui luoghi, tempi e personaggi si inseguono. Lo stesso narratore si sdoppia. Omero affida allo stesso Ulisse la narrazione degli eventi che riguardano le sue peripezie, e in questo artificio del racconto nel racconto sembra quasi voler esprimere una presa di distanza ironica verso la veridicità della narrazione che può trasfigurarsi in immaginazione fantastica. Nel viaggio di Ulisse è possibile riscoprire il pericolo e al tempo stesso la necessità da parte del protagonista di diventare Nessuno per poter essere se stesso. Ritornare significa incontrare, nell’occhio spietato del Ciclope, quel che si è stati come specie, l’innocente ferocia della natura da cui si proviene in cui non vi è bisogno della parola, che in quanto tale tradisce, ma solo di muta e ferina intesa, come quella di Polifemo con l’ariete che è a capo del suo gregge. Confrontarsi con l’elementare che si incarna in Polifemo significa confrontarsi con il pericolo estremo di perdere il proprio principium individuationis, la propria umanità, ma anche aprirsi alla capacità di riconquistarla attraverso la ragione che è al tempo stesso astuzia e pietà, orgoglio e timore verso gli dèi dell’Olimpo. Il ritorno è sempre sotto la minaccia del perdersi definitivo, nell’oblio della terra dei mangiatori di loto, di regredire allo stato ferino presso la Maga Circe, perdendo l’umanità che la specie ha conquistato attraverso il susseguirsi delle generazioni. Ritornare significa accettare la dimensione mortale dell’uomo, lo stato intermedio tra belva e dio che rende l’uomo quel che è, il suo essere finitudine, essere legato agli affetti, quanto più fragili tanto più necessari, per questo Ulisse fugge da Circe, fugge dall’isola Ogigia di Calipso, fugge dall’eterna beatitudine degli dèi o dall’eterno oblio delle fiere, per tornare dalla moglie, da Penelope, perché in quanto uomo non può dimenticare ciò che è stato, perché da esso dipende ciò che è e sarà. È nel ritorno a Itaca che Ulisse può compiere il proprio destino, rompendo un nuovo assedio, quello dei Proci alla sua terra e a sua moglie, parodia dell’assedio di Troia, e una volta riconquistato il talamo coniugale, prefigurare un nuovo viaggio, eterno ciclo che si rinnova tra assedio e ritorno nell’esistenza dell’uomo, sia esso singolo, sia esso umanità. Ora, al termine di questa ricostruzione, posso confessare la perdita della copia del testo di Ferrucci, cercata ovunque proprio in preparazione di questo articolo e non ritrovata, non so se ingoiata in qualche recesso del mio appartamento, se prestata a qualche alunno e mai ritornata indietro, ma accetto questa perdita, come il compimento necessario del mio rapporto con questo testo, il caso dà e toglie ai mortali senza dare spiegazioni. Sta di fatto che queste poche righe si sono basate su quanto ricordavo delle letture passate, spingendomi fin dove la memoria mi ha portato, sperando che quel che ricordo corrisponda alla realtà del libro, al suo nucleo essenziale che ho cinto d’assedio, cercando di comprenderlo per tanti anni, e che non ne sia una trasfigurazione immaginaria, spero che il ricordo che ho di questo meraviglioso e necessario libro sia vero come i racconti di Ulisse nell’isola dei Feaci.

© Francesco Filia

Si ristampi #8: Anna Maria Carpi, E sarai per sempre giovane

La rubrica Si ristampi racconta di libri molto amati, non più ristampati. Nasce per passione, anzi è un invito appassionato: Per favore, si ristampi. L’ottava tappa della rubrica formula questo invito per il romanzo di Anna Maria Carpi E sarai per sempre giovane. Pubblicato nel 1996 da Bollati Boringhieri, è uscito in traduzione tedesca nel 1997, presso la casa editrice Rowohlt di Amburgo, con il titolo Forever young.

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Si ristampi #8: Anna Maria Carpi, E sarai per sempre giovane. Bollati Boringhieri, 1996

E sarai per sempre giovane, romanzo di Anna Maria Carpi pubblicato nel 1996, è il racconto di un racconto, come precisa l’io narrante nel prologo alle vicende esposte. È il ritratto di due donne, Meta Van Wijn e Saskja Van Eyck, che si incontrano trentasei anni fa, nel luglio 1979,  si amano, convivono, condividono – o pensano di poter condividere – sogni e prospettive, si separano, si incontrano ancora.
Due vie, due modi di fare i conti con l’esistenza, con il peso del passato, con l’ansia e la determinazione di disegnare il proprio spazio nel futuro. Meta è curiosa, versatile, sensibile alla vocazione pedagogica, o, più precisamente, a ciò che viene definito «l’eros pedagogico», è colei che «dice sì, l’eterna convitata», come la definisce l’amante di gioventù, l’amico, cinico ed efficiente, scanzonato e gaudente Bas Wesselius. Pecora nera insieme additata e integrata, paradossalmente, proprio per il suo essere brillante pecora nera,  in una famiglia che, dal bisnonno “mangiatore di patate”,  ha saputo costruire una sua solidità nell’azienda agricola, percepisce, sempre a debita distanza, il fascino quieto “dell’intimità coniugale” e condivide pienamente, quella sì, la convivialità complementare all’esercizio quotidiano del lavoro.  Saskja riferisce tutto il mondo al proprio io perennemente oscillante tra ribellione, a volte perfino violenta, comunque sempre rancorosa, e ascesi agognata, tra spiritismo esotico – le Antille, Curaçao – e la clausura delle beghine della corte di Amsterdam, tra “souvenirs d’égotisme” e il compiacimento, perfino, del proprio degrado, sempre a spese altrui e con la fierezza di discendere da un lato dalla borghesia colta della tedesca Münster, dall’altro dall’aristocrazia olandese ritratta con i suoi colletti bianchi – vezzo di cui si fregia anche Saskja – nei quadri del Seicento. Vincente e perdente sono due categorie insufficienti a restituire tutta la varietà degli attacchi golosi al mondo, dei cunicoli-rifugio e balsamo alle ferite oppure nicchie dell’orrore dei ricordi.
Anni cruciali di storia, non solo per l’emancipazione femminile, si animano, prendono vita nel romanzo, vengono descritti, narrati, edificati, anche, talvolta divorati con avidità. (altro…)

Si ristampi #7: Gesualdo e Giovanna Bufalino, Il Matrimonio illustrato (di Nadia Terranova)

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Si ristampi #7: Gesualdo e Giovanna Bufalino, Il Matrimonio illustrato, testi d’ogni tempo e paese scelti per norma dei celibi e memoria dei coniugati (di Nadia Terranova) – Prima edizione Bompiani. 1986 (ultima, 2003)

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Dopo un fidanzamento durato più di vent’anni, l’eccentrico intellettuale di provincia e scrittore quasi postumo, ossessionato dai libri, Gesualdo Bufalino sposò infine la sua ex alunna Giovanna. La bomboniera del matrimonio fu un tomo (ma tu guarda!) creato apposta per gli ospiti:

“L’idea iniziale fu quella, tutta privata, di offrire agli invitati, in occasione delle nostre prudentissime nozze (premeditate per quasi un quarto di secolo), invece della solita bomboniera, un libriccino di detti aurei, massime propiziatorie, profezie rassicuranti”.

Sulla scelta del tema, c’è poco da dire. “La morte stessa non è una questione seria come il matrimonio”, recita un aforisma di von Hofmannsthal

(a proposito, è più che fondato il sospetto che tutti gli aforismi anonimi siano in realtà attribuibili a Mastro Don Gesualdo in persona, considerato che eccelleva nel genere, vedi le splendide raccolte Il malpensante o Bluff di parole). Insomma, questo libro, questa bomboniera è la bibbia dell’istituzione stessa del matrimonio. Un tesoro in cui, da Manzoni a monsignor Della Casa, da Tolstoj a Voltaire, da Sant’Agostino a Ovidio, gli invitati avrebbero trovato una summa dolorante e dolorosa di ciò che i due ex giovani non avevano più potuto rimandare. I due fidanzati si presero una vacanza in biblioteca, e si divertirono così prima di avviarsi all’altare.

Questo libro privato lo pubblicò poi Bompiani e ne fece diverse edizioni: la prima meravigliosa, la seconda così così. Io modestamente ho la prima e la sfoglio spesso per trovarci le risposte migliori più o meno a tutto. Qualche esempio:

Miglior sintesi di scelte pragmatiche: “È troppo nei confronti d’un marito essere insieme devota e civetta; bisognerebbe scegliere” (J. de la Bruyère) (forse qui Bufalino sta pizzinando Sciascia, in fondo Il giorno della civetta potrebbe essere un buon titolo per la storia di una sciantosa);

Miglior spiegazione della caduta del fascismo fornita dal suo capo medesimo: “I cornuti hanno sempre torto” (B. Mussolini);

Miglior risposta al Family Day: “Tutti devono ammogliarsi: non è lecito sottrarsi egoisticamente a una calamità generale” (M. G. Saphir);

Miglior risposta alle crisi di coppia: “Molte volte la sola cosa che divide un uomo e una donna adorabili è che sono sposati” (R. de Flers e G. de Cavaillet).

Avrei avuto molto piacere a regalare questo libro a molti amici che si sono sposati recentemente. Ora che ci penso, qualcuno si sposa in autunno. Coraggio, Bompiani: si ristampi!

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©Nadia Terranova

 

Si ristampi #6 – Rafael Alberti: Tra il garofano e la spada

di Adriano Fraulini

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Tra il garofano e la spada è un’opera baciata dalla storia; primariamente in quanto scritta da Rafael Alberti nell’indomito girovagare da esiliato dalla sua amata Spagna, tra Francia e Argentina, paese che ne vide la messa in stampa nel 1941; in seconda istanza, facendo nostre le parole in calce all’edizione italiana del 1977 – la prima – poiché «Tra il garofano e la spada può essere considerato il primo e più struggente frutto poetico di quella tragica esperienza che fu, per Rafael Alberti e il suo popolo, la guerra civile spagnola». È risaputo quanto quella ferita aperta nel cuore degli spagnoli fosse un semplice antipasto per il disastro europeo e mondiale; è risaputo altresì che quella faglia d’amore e morte che squassò a fondo le esistenze iberiche si rivelò – e rivelò appieno – la grandezza poetica della “generazione dei poeti del ‘27”, una costellazione poetica nata sull’onda della ripresa del magistero poetico di Luis de Gongora e temprata alla vita e alla tecnica letteraria da una sapienza non immune da intrusioni delle avanguardie allora imperanti e del simbolismo. Si sa, le crune dell’ago della Storia producono in conseguenza grandi uomini, grandi avvenimenti, grandi libri. Con Neruda nel cuore (e nella dedica), il libro si articola in diverse sezioni: Prologhi, Sonetti corporali, Dialogo tra Venere e Priapo, Metamorfosi del garofano, Toro nel mare , Dei pioppi e dei salici, Del pensiero in un giardino, Come leali vassalli e Final del Plata Amargo. Ovunque emerge la perfetta fusione tra canto popolare e tecnica sopraffina, tra sopravvento erotico e sangue e morte incipienti; ovunque si percepiscono le presenze di maestri della tradizione quali Gongora appunto e Francisco de Quevedo, mescidati insieme al più moderno crisma d’avanguardia e alle articolazioni surrealiste, responsabili di metafore ardite, vere cattedrali del pensiero. Il simbolo si accorda con il popolo e l’immagine che ne esce non è mai fuorviante, il gusto può apparire – a volte, ai nostri occhi – ben oltre il melodramma, tendente al grottesco: non si storca troppo il naso, non veniamo da altezze destinate a restare immutate: ogni età colleziona i suoi. Alberti compone come solo uno spagnolo del suo tempo poteva comporre, attraverso spericolate variazioni condotte tramite un tecnicismo consapevole e filologicamente fondato, capaci di percorrere l’intera tastiera del lessico a disposizione, senza patemi di troppo simbolismo, di troppo gusto decadente dedito a troppa natura – sempre viva e pulsante, eroticamente al passo col genere umano e sanguinante – di troppo surrealismo; compone, in ultimo, come un grande poeta spagnolo che meriterebbe nuova fortuna e nuove passioni.

Reloaded – riproposte natalizie #4 – ADRIANO SPATOLA “L’OBLÒ”

Come è già avvenuto la scorsa estate facciamo una piccola pausa natalizia rispetto alla programmazione ordinaria, sfruttando i giorni che vanno dal 24/12 al 06/01 per riproporre articoli che ci sono particolarmente piaciuti o che, secondo noi, meritano un secondo giro d’attenzione. Buone feste e buona lettura, la programmazione ordinaria ricomincerà il 7 gennaio 2015. (la redazione)

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Si è già detto in altre occasioni che il 2013 è stato un anno di grande pubblicazioni e ristampe. Se, per esempio, la Mondadori si è dedicata alla pubblicazione di importanti Oscar, come quello di Nanni Balestrini, case editrici più specialistiche hanno mostrato il mai cessato interesse per il romanzo sperimentale, e soprattutto per quegli atti del convegno di Palermo del 1963, che raccoglievano tutti gli interventi della neoavanguardia nell’ambito della narrativa: per l’Orma infatti è uscito Gruppo 63. Il romanzo sperimentale. Col senno di poi.
 A fianco, però, dell’interesse per il dibattito, cosa che ha sempre appassionato tutti gli ammiratori dell’ultima avanguardia storica del Novecento, va rilevata una mancanza di circolazione della letteratura primaria. Ancora introvabili restano i grandi classici della narrativa sperimentale di quegli anni. Vero è che Il giuoco dell’Oca di Sanguineti è rintracciabile, se pure con un po’ di sforzo. E vero è che, grazie, innanzitutto, alla casa editrice DeriveApprodi, anche i romanzi di Nanni Balestrini sono rimasti nel circuito. Pure l’opera di Corrado Costa può essere sfogliata, grazie soprattutto all’interesse di Marco Giovenale e Mariangela Guatteri, che, nell’ambito del gruppo GAMMM, e poi per la casa editrice Benway, hanno ristampato, e (prima, con estrema fatica) trascritto L’educazione sentimentale dello scrittore dell’autore sopraccitato, testo dedicato al “miglior mugnaio”, ovvero Adriano Spatola. È pur vero però che, al momento, a fronte di questi interessi, resta comunque molto difficile avere la possibilità di leggere testi comePartita di Antonio Porta, oppure, cosa di cui si parlerà in particolare in questa pagina L’Oblò di Adriano Spatola. Se “si ristampi” è il titolo della rubrica che abbiamo deciso di inaugurare, l’invito è tautologico: Adriano Spatola, L’Oblò, la cui unica edizione è del 1964 per le Comete Feltrinelli, si ristampi!

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Si ristampi #4: George Orwell “Fiorirà l’aspidistra”

di Dario Pontuale 

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Nel 1936 in Inghilterra, a Londra, per i tipi Penguin books viene pubblicato Fiorirà l’aspidistra (Keep the Aspidistra Flying), l’autore ha trentatre anni, nato a Motihari, nel Bengala, risponde al nome di Eric Artur Blair. Figlio di un impiegato delle dogane indiane, possiede la nazionalità inglese, si è laureato all’università di Eton, vorrebbe fare il giornalista e nel 1936 è al suo terzo libro. Non si firma però Eric Artur Blair, usa uno pseudonimo che è convinto sia di maggiore effetto: George Orwell.

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Si ristampi #3: Adriano Spatola “L’oblò”

di Luciano Mazziotta

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Si è già detto in altre occasioni che il 2013 è stato un anno di grande pubblicazioni e ristampe. Se, per esempio, la Mondadori si è dedicata alla pubblicazione di importanti Oscar, come quello di Nanni Balestrini, case editrici più specialistiche hanno mostrato il mai cessato interesse per il romanzo sperimentale, e soprattutto per quegli atti del convegno di Palermo del 1963, che raccoglievano tutti gli interventi della neoavanguardia nell’ambito della narrativa: per l’Orma infatti è uscito Gruppo 63. Il romanzo sperimentale. Col senno di poi.
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Si ristampi # 1: Luce d’Eramo, Nucleo Zero (di Anna Maria Curci e Gianni Montieri)

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Eccoci qua, una nuova rubrica. L’idea è di Anna Maria Curci, il coro è di tutta la redazione (e non solo, come vedrete nelle prossime settimane, nei prossimi mesi). Il Si ristampi racconterà di libri molto amati, non più ristampati. La rubrica nasce per passione, anzi è un invito appassionato: Per favore, si ristampi. (La redazione)

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Si ristampi #1: Nucleo Zero di Luce d’Eramo – Mondadori, 1981

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Viene da chiedersi, leggendo Nucleo Zero di Luce d’Eramo, se l’autrice, scrivendo, tenesse  a mente I masnadieri di Schiller. Sì, perché questo romanzo, precocissimo rispetto al tempo storico con il quale fa i conti, quello che Margarethe von Trotta definì nel suo film – uscito in Germania nello stesso anno, 1981, della pubblicazione italiana di Nucleo Zero – Die bleierne Zeit, Gli anni di piombo, ha del dramma schilleriano lo studio e l’ardimento non di rado ironico del linguaggio, spia di fronti contrapposti, frazioni e schegge, così come l’alternanza, sotto una regia lucida, di introspezione e azione.
Le vicende di Nucleo Zero si svolgono a Roma nel 1980. Al centro di esse, un gruppo di terroristi che intende, già con il nome, partire per una nuova linea di operazioni contro il sistema. Come? L’incipit del romanzo lo svela fin dalle prime, serrate, battute: con una serie di rapine concertate – a dovere, secondo gli auspici di coloro che le progettano e le eseguono – allo scopo di guadagnare visibilità, profilo, credibilità, anche agli occhi di altre organizzazioni che operano a livello nazionale. Luce d’Eramo sceglie dunque la ‘presa diretta’ per la sua disamina, quanto mai acuta, di quegli anni, attraverso una vicenda che costruisce e ri-costruisce come esemplare.

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