Gli “Esordi Invernali” di Renzo Favaron

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Esordi Invernali è un racconto lungo di Renzo Favaron appena uscito per CFR Edizioni nella collana di narrativa Il Novelliere, una storia al presente e al passato che si dipana sui due piani temporali di cui è fatta anche la memoria di ciascuno di noi. Ed è proprio la dimensione del ricordo a determinarsi centrale in questa prosa, poiché è il luogo in cui ‘avviene’ la decostruzione e la ricostruzione del sé-protagonista ma è altresì il campo su cui si gioca la storia dello stesso, che si presenta dapprima adulto, alle prese con la figlia Irene, una (ex-)moglie, andate, ritorni, congiungimenti e separazioni, esperienze che provengono da un passato remoto, da un’infanzia con un padre (già partigiano) quasi o del tutto assente.

La trama potrebbe suggerire che siamo di fronte a una vicenda che reitera scritture che conosciamo (e alla prima persona singolare), eppure la sensibilità della scrittura di Favaron – che è la stessa che si legge nella parola poetica, già ospitata su Poetarum, qui – restituisce a ogni capitolo qualcosa di inusitato, soprattutto ‘si fa’ secondo alcuni schemi che ci ricordano l’ultimo Sebald (di cui ho scritto già qui): mi riferisco in particolare all’uso della fotografia, che spezza l’andamento della narrazione incidendo sulla comprensione del testo, amplificando le possibilità di visione o costringendo ad indirizzare la nostra immaginazione verso un punto focale fermo, specifico. L’ambientazione veneta, con richiami a spazi, tradizioni, aspetti culturali del tutto propri di quella terra (da cui Favaron viene e in cui vive ancora), rafforza inoltre l’idea che l’utilizzo delle foto in questa prosa funga da catarifrangente, e che la memoria stessa possegga questa qualità di restituire l’impressione e contemporaneamente la sostanza del ricordo.

Tra le digressioni che l’autore si permette, tuttavia, oltre a quelle letterarie (per fare un paio di nomi, Savinio e Hohl) ne spiccano alcune jazzistiche: la citazione del disco Out of the Cool di Gil Evans del ’61 e del brano The Time of the Barracudas, registrato nel ’63 (e scritto da Evans assieme a Miles Davis) giustificano da una parte il titolo del racconto stesso e l’importanza del “tempo”, ri-detta con un’altra formula, dall’altra osano – forse – suggerendo al lettore un aspetto formale della memoria: il suo andamento jazzistico irregolare, di selezione altalenante, lo scompaginamento continuo di cui è fatta.

©Alessandra Trevisan

4 comments

  1. Apprezzo molto la scrittura di Favaron e questa bella introduzione di Alessandra Trevisan ha aumentato la mia curiosità nei confronti di quest’opera di narrativa. Molto efficace l’accostamento al jazz. Grazie.

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  2. Nel leggere il commento di Alessandra il mio pensiero va a Kenni Burrel, non citato nel mio raconto (a proposito del brano musicale riportatao), ma il cui suono di chitarra è come una cometa che illumina in un notte d’inverno (quella della provincia veneta all’nizio degli anni ’60, così distante da The Time of the Barracudas).
    Grazie, carissima Alessandra.
    Renzo

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