Francesco Filia – Epifanie (due prose)

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Essere seduto lì, perfetto, in poltrona, senza più niente, neanche quel chiodo mistico conficcato nella tempia che altri chiamano mal di testa,  in un coma alimentare, concentrato come un Buddha napoletano intorno alla propria pancia, punto archimedeo del nulla che sto diventando, via digestiva all’assoluto. Il sottofondo della tv – il discorso del presidente, il circo gli acrobati, Alberto e Stephanie di monaco, i clown,  gli elefanti a festa, la nostra vita – il vociare sempre più remoto dei parenti – generazioni accatastate in pochi metri quadri – e sapere finalmente che non c’è altro, mai, neanche un baluginio di luci oltre la  finestra e l’incalzare dei botti di fine anno. Ma ora importa solo quest’istante di perfetta padronanza di sé pur non padroneggiando niente, se non, un attimo prima, l’ultimo schiaccianoci rimasto, un lasciarsi andare lentissimo nell’odore di fritto delle madri, aggrapparsi per un istante alla legge di un padre che si nasconde dietro un enigma di baffi fuori moda. Essere trasparente a se stesso nel torpore che avanza dallo stomaco – in un bruciore di fondo che nessun Maalox potrà sconfiggere – e risale come una lentissima marea fino a inondare il cervello. Anche questo finire non ha più nessun valore, rimanere per sempre riflesso sulla superficie lucida della guantiera dei dolci, nessun prima nessun dopo solo un’origine che prende forma in uno sbuffo d’aria mal camuffato, in una palpebra che cala sempre più come un piombo a coprire la vista. Forse ritornare è solo questo digerire quel che non siamo stati, nient’altro, senza paura senza più angoscia, ma una somma e una sottrazione che si azzerano. Buona fine, buon inizio. Un inizio e una fine che coincidono, finalmente, in un ultimo rigurgito esofageo. Perfetto.

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Nel momento in cui anche l’ultimo mobile fu portato via  rimase solo l’alone dei quadri sul bianco delle pareti. Perlustrata un’ultima volta la casa si mostrò nel suo volto vero, livido, come il negativo di una vecchia foto. Ogni cosa svanendo aveva lasciato solo la propria ombra, un ultimo spasmo di vita remoto, un odore di grigio, un dolore impresso in un’impronta sul pavimento. Forse aveva avuto e avrebbe ancora avuto le sembianze di una casa vuota il mondo senza vita, quando scomparso anche l’ultimo uomo, la ruota dei giorni avrebbe di nuovo assunto la trasparenza di un ghiaccio perenne, uno stare immobile, uno scorrere lentissimo di ombre sulla lastra eterna della necessità, come immagine riflesse nel vetro di questa finestra. Continuò ancora  per qualche minuto a perlustrarla stanza dopo stanza – poi non ci sarebbe mai stato più niente da spostare, da guardare – con passo lento e circospetto, sollevando e riappoggiando i piedi sul pavimento con estrema cautela, quasi a non voler lasciare nessuna impronta. Bisognava lasciar incontaminato il luogo del crimine, il crimine di quella che era stata la sua vita. Ora lui non poteva più incidere sugli eventi, poteva solo osservare con il distacco di un perito o con lo sguardo allucinato di un testimone oculare. Ora quella che era stata da sempre la sua casa non aspettava più nessuno, niente, se non l’aria che gonfia l’intonaco del soffitto, un bolla di spazio immobile,  il pulviscolo che rotea pianissimo, il mondo muto risucchiato nella crepa di un battiscopa.

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© Francesco Filia

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