Elvio Ceci, Cantare del deserto (rec. di Carlo Tosetti)

Elvio CeciCantare del deserto
Pietre Vive, 2020

Naufragi

Nei canali di Otranto e Sicilia
migratori senz’ali, contadini di Africa e di oriente
affogano nel cavo delle onde.
Un viaggio su dieci s’impiglia sul fondo,
il pacco dei semi si sparge nel solco
scavato dall’ancora e non dall’aratro.
La terraferma Italia è terrachiusa.
Li lasciamo annegare per negare.

Erri De Luca, Opera sull’acqua e altre poesie, Giulio Einaudi Editore, 2002.

Ho espresso più volte e pubblicamente la mia ideale contrapposizione alla cosiddetta “poesia sociale” e questo non perché non ne riconosca il lampante valore, sia educativo e rivoluzionario, sia prettamente letterario (che riguarda cioè la forma del verso).
La storia umana è costellata da libri messi all’indice, bruciati, confinati in antri inaccessibili e tutto ciò a causa della potenza chiarificatrice e sovversiva della parola.
Il mio (peraltro morbidissimo) antagonismo è dovuto unicamente al senso di pericolo che mi incute il tentativo di incanalare il verso in una precisa direzione, omologando quindi l’infinita potenziale gamma espressiva della poesia (invero, a mio giudizio, gamma oggi piuttosto “finita”), specialmente quando il corteo di “poeti sociali” è condotto da personaggi influenti nell’ambiente poetico e, in generale, culturale: personaggi che possono generare innumerevoli (e scontati) epigoni.
Detto ciò, come sopra espresso, la denuncia e la protesta sono due dei ruoli primi della scrittura, dell’arte, e la poesia di Erri De Luca, messa a cappello, nell’inaudita potenza del verso finale che continua a gravare sulle nostre coscienze, bene introduce il tema trattato nel poema di Elvio Ceci, Cantare del deserto (Pietre Vive, 2020), vincitore del concorso di poesia sociale “Luce a Sud Est” (edizione 2020).
La poesia di De Luca risale all’anno 2002 e da allora l’angosciante fuga dei migranti verso l’Europa ha assunto dimensioni inimmaginabili. Cantare del deserto porta la testimonianza di una tragedia a noi familiare, che infiamma gli animi con gli opposti combustibili dell’odio e della fratellanza, e il poema ha il merito aggiunto – a mio vedere, ben s’intenda – d’essere scritto da un autore affrancato dalle pastoie di una corrente dominante e dal noviziato presso prestigiosi “istituti poetici”;  Ceci è inoltre poeta da sempre attivo sul piano sociale: i suoi social post “Sentiment del tempo”, poesie che trattano di attualità, sono infatti giunti in questi giorni al n° 141.
Il libro narra dell’infernale fuga di una ragazza africana dal deserto fino alla nostra Italia, senza edulcorarne la crudeltà inferta e sofferta durante questo viaggio della speranza e proprio della speranza il poema ci lascia con un significato che spinge alla riflessione (dalla sezione Conclusione, p. 51):

La speranza è ciò su cui appoggi
il dolore vivo dell’abbandono.
Stai attento a tutti i segni che sfoggi:
la tua identità non sembra un dono.
Ti riplasmi.
.                    Una volta.
.                                      Come oggi.

Il poema si srotola in nove sezioni di lunghezza variabile (Nel mare bianco, Inizio, Deserto, Oasi di Kufrah, In mare, Lampedusa, C.I.E., Arrivo, Conclusione) le cui parti più corpose sono composte in strofe pentastiche con rima alternata (ABABA), scelta stilistica desueta ma affine alla ricerca linguistica condotta da Ceci.
Nella struttura scelta e nelle rime troviamo il marchio di fabbrica dell’autore, marchio presentato nel suo primo libro Pareidolia/Vedere ciò che non c’è (Pietre Vive, 2016), il cui articolo è consultabile in Poetaum Silva.
Questa ultima fatica, forse per esigenza narrativa, si discosta da Pareidolia per una misura del verso più libera, scelta che fa da contrappeso all’andamento giocoso che il continuo rimare tende a restituire; il verso a tratti rallenta volutamente la lettura, lasciando emergere la tragicità e la crudezza dei fatti narrati; ne è un esempio la prima stanza della sezione Deserto, la quale non segue la struttura dominante del poema, essendo sviluppata con versi a gradino e giocando con lo spazio della pagina, restituendo al lettore un ritmo frammentato e di grande effetto (a p. 8), le cui rime emergono nella lettura, pur senza catalizzare l’attenzione, convogliata invece verso il contenuto:

Un passo.
.                       Un altro.
.                                              Intùito.
.                                                                  Sabbia.

Il silenzio intorno.
.                                                                  S’infittiscono
.   sempre di più.

.                        Alcuni
.                                              coperti
.                                                                   dalla rabbia
.                        di tempeste.

.                        Ombre
.                                              impensieriscono
i fuggiaschi:

sono ombre

in gabbia.

Lo schema pentastico appare dalla stanza successiva e via via il poema entra nella descrizione del viaggio dei migranti verso l’Italia, incontrando la tappa di Waw an Namus (stanza 3, p. 13):

[…] Waw an Namus. Questo posto era un rientro

nelle acque termali del riposo
da parte dell’Imperatore saggio e colto.
Quando si arriva in un posto così afoso,
da ovunque si parta, si ha bisogno di un raccolto
di fresca acqua; anche per l’odioso

autista, figlio di pirata. […]

Nella stanza 5 (p. 15) si descrive un episodio di violenza, aberrante consuetudine testimoniata infinite volte dai migranti:

Urlava.
.                     Mi svegliarono durante la notte
colpi ripetuti, che venivano da destra.
Avevano preso una ragazza
.                                   Freweni
.                                                   e piovvero botte
al suo compagno: la spogliarono come ginestra
la penetrarono, le soffocarono le grida ininterrotte.

Lui guardava impotente tutta la notte
come uno spettatore alla finestra.
Guardava il terrore asciutto che l’inghiotte.
Li rivedrà anche dopo: in ogni minestra,
in ogni passeggiata, in ogni carezza
.                                    gli occhi di chi la fotte.

Le inumane violenze alle quali sono sottoposte le donne compaiono anche a p. 25, nella stanza 10 (Sezione Oasi di Kufrah), quando una donna non sa di chi possa essere figlio il bimbo che porta nel grembo:

Mio marito è morto:
i trafficanti
di organi a corto
vennero in tanti
e col viso contorto.

E mi penetrarono
con lui davanti
poi si accordarono:
io avanti,
lui via lo portarono.

Non so bene di chi sia
questo bambino,
se viene dall’alchimia
dell’assassino
o da amore e magia.

Il racconto prosegue nella sezione In Mare:

[…] Cambiammo un’altra spiaggia,
ricordo
ultimo del deserto,
a gruppi
sparpagliati. Altri con umore sordo
dall’ombra arrivarono; tutti zuppi
di ansia e agitazione di salire a bordo. […]
(p. 33)

[…] Salimmo in cento anime sopra
il barcone di legno. Sembrava scheggia.
Si aspettò finché la pelle sotto e sopra
coperta avvolgesse tutto: ogni angolo è una reggia.
Il capitano si mette all’opra.
(p. 35)

L’arrivo sul suolo italiano è descritto nelle sezioni Lampedusa, C.I.E., Arrivo e Conclusione:

Scendemmo e ci impilammo tra grate
e onde, in attesa. Così simile
alle nostre coste: tante case addossate
al porto e colorate, quasi inverosimile
sembrò non essere mai salpate. […]
(sezione Lampedusa, stanza 17, p. 41)

Dicevano che saremmo stati in un C.I.E.
Erano casette basse e colorate,
con cromature che cercavano simpatie
con tutte le altre case addossate
intorno: nonluogo in cerca d’armonie.  […]
(sezione C.I.E., stanza 19, p. 43)

[…] Ci incattivimmo in cattività.
Di notte alcuni di noi vegliavano,
si grattavano la pelle con avidità
di vita. Appena si crollava ci svegliavano
per percuoterci con aggressività. […]
(sezione C.I.E., stanza 21, p. 45)

È un compito arduo proporre parti di un poema, in quanto risulta inevitabile presentarle avulse dal contesto narrativo e quindi svilendone la potenza; i versi selezionati hanno l’unico fine di presentare l’atmosfera del libro, del quale segnalo, infine, la presenza nella classifica di qualità di ottobre 2020, proposta da Indiscreto.org.

© Carlo Tosetti

 


Elvio Ceci (1987) vive a Terracina. È poeta e linguista. Ha precedentemente pubblicato Pareidolia. Vedere ciò che non c’è (Pietre Vive, 2015), insieme ad Alessandra Romagna e, per il medesimo editore, Officina della poesia (2018) insieme a Simona Salierno, il risultato di un corso di poesia in lingua italiana realizzato al CPIA di Sassuolo, dove lo scopo del progetto è stato quello di insegnare l’italiano a utenti stranieri attraverso la poesia. È attiva la collaborazione dell’autore con David Riondino.
blog: http://www.elvioceci.net

 

Un commento su “Elvio Ceci, Cantare del deserto (rec. di Carlo Tosetti)

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