#Pareidolia (di Carlo Tosetti)

copertina-CECI-romagnaPareidolia/Vedere ciò che non c’è (Pietre Vive, 2016) di Alessandra Romagna e Elvio Ceci, è un libro atipico, un catalogo d’arte che raccoglie delle opere di Alessandra Romagna, artista terracinese, la quale invera il processo mentale della pareidolia, le cui tele sono accompagnate dalle parole di Elvio Ceci.
I quadri riportati nel libro sono tele ispirate dalle macchie dei muri, dalle pareti scrostate di Terracina. Alessandra “vede ciò che non c’è” e, ispirata dal muro intaccato dall’incuria, ne ricava immagini oggettive.
Dietro all’arcano vocabolo di “pareidolia” si cela un fenomeno che quotidianamente viviamo; un notissimo esempio è l’intravvedere la figura di un animale nelle continue mutazioni di una nuvola.
Altro esempio, meno poetico, ma efficace, è la naturalezza con la quale riconosciamo un viso, una precisa espressione in pochi segni stilizzati: l’emoticon.
A seguito di una mostra di Alessandra Romagna, svoltasi a Terracina, (durante il cui percorso nei vicoli del centro era possibile osservare la tela affiancata alla macchia-musa), nel realizzare un catalogo delle opere, è nata l’idea di affiancare a ognuna di esse una poesia di Elvio Ceci, linguista e poeta, anch’egli terracinese, poesia scritta ispirandosi ai quadri (mutuandone il titolo).
Questa “pareidolia alla seconda potenza” ha dato alla luce il libro edito da Pietre Vive Editore, nonché a diverse performance dei due, durante le quali le poesie di Ceci vengono recitate, contemporaneamente all’azione pittorica e improvvisata di Alessandra Romagna, in un’artistica sinergia linguistica e visiva, ma che, infine, sempre viene condotta dall’immagine: una dipinta, l’altra descritta.
Il lavoro dei due ha attirato l’attenzione di David Riondino, da sempre studioso della poesia popolare, tanto che il 30 giugno 2017, a Locorotondo, si è svolta una doppia presentazione: Pareidolia è stato presentato da David Riondino, unitamente all’ultimo lavoro di David: Lo Sgurz (Nottetempo, 2016).

Le poesie e i quadri della pubblicazione sono legati concettualmente da affinità: Elvio Ceci è poeta atipico per i tempi che viviamo, in cui la poesia epidermica gode di grande seguito. Oggi impera la poesia di sensazioni, di gioie e tormenti personali, del “mon cœur mis à nu” (non se ne abbia a male Baudelaire, per la mia impropria citazione), poesia che pone l’autore quale fulcro dell’universo-mondo (seguendo un movimento centripeto) e, per la maggior parte dei casi, poesia svincolata da strutture metriche definite. Elvio Ceci si distacca nettamente da questo, con una poesia che ricama immagini e temi, oggettivi e non soggettivi, su canovacci metrici e stilistici tradizionali, strutturalmente rigidi.
Ceci, infatti, spazia fra i temi più disparati, attraverso strutture “classiche”: la quartina di endecasillabi, l’ottava, il sonetto, la canzone, l’haiku (in ballata).
Anche le opere di Alessandra Romagna fioriscono su di un terreno preesistente (i muri scalcinati), sono pertanto opere impastoiate da una realtà materica, ma entro la quale la pittrice vi trova la massima libertà espressiva, nel processo – come da titolo – della pareidolia.
Nell’ambito della diatriba perpetua fra i sostenitori della poesia-in-forma e della poesia “libera”, “destrutturata” (benché ritenga periglioso toccare il concetto di “forma”, in arte, che – nella logica della stessa – equipara l’assenza della forma a una sua manifestazione), Elvio Ceci è un autore che mostra e dimostra quanto la rigidità della versificazione possa aprirsi al mondo e quanto la poesia possa rinnovarsi, essere fresca e attuale, pur se inquadrata in schemi antichi e immutati, a patto che l’autore abbia sguardo ampio – in sé e fuori di sé – e proprietà di linguaggio.
Il libro presenta in sequenza: una macchia ispiratrice, il quadro di Alessandra Romagna, la poesia di Elvio Ceci. Quadro e poesia hanno il medesimo titolo, per un totale di dieci opere.
Alla fine del libro, gli autori propongono ai lettori di proseguire l’opera, presentando le fotografie di altre macchie murali, pronte a ispirare nuovi quadri e nuove parole e fornendo dei fogli trasparenti, da utilizzare.

Elvio Ceci ha un corposo curriculum di studi: è laureato in Linguistica a Bologna. Ha frequentato una laurea specialistica a Siena in Studi Linguistici e Cognitivi. Ha vinto il PhD presso l’università americana Constantinian University con un progetto di analisi dei linguaggi finanziari attraverso metodi formali e computazionali. Ha frequentato il Centro di Poesia Contemporaneo a Bologna con Davide Rondoni e Alberto Bertoni. Questo è il suo secondo lavoro poetico, dopo l’autoprodotto Dall’assurdo segue ogni cosa, Lulù Editrice, 2012.
La ragione per cui riporto il percorso di studi dell’autore non è una semplice celebrazione; voglio evidenziare come le poesie di Elvio sappiano anche far divertire, malgrado i titoli accademici possano ingenerare, nel pavido lettore, il terrore di dover affrontare testi incomprensibili, in linguaggio aulico e arcaico.
In alcuni tratti del libro i testi sono oscuri, ermetici, ma molto dinamici e sanno incuriosire, in altri la comprensione del testo non presenta alcuna difficoltà e i versi sono giocosi.

© Carlo Tosetti

***

Il lavoro di Elvio Ceci comprende la ricerca della tradizione nella tradizione, con ciò intendendo la riscoperta di strutture tradizionali, giunte a noi distorte o monche, oppure di stili culturalmente remoti, come possiamo leggere in Donna (p. 9):

Si rigirò nel matrimoniale.
Da anni ormai con l’abituale
quotidianeità sola e frugale,
da quel momento ancora irreale.

A lei si fermò il cuore dormendo:
decise di morire correndo,
un centrometrista che urla vincendo.
Si rigirò nel matrimoniale.

Non riuscendo a tranquillizzarsi,
aveva appena deciso di alzarsi,
con un braccio aperto per aiutarsi.
Scivolò con la testa sul davanzale.

Gli occhi non reggono più la luce
del cielo giallo-sole che lo induce
a veder la sabbia rossa, che riduce
l’agilità ad ogni movimento banale.

Era fatto di una pietra grigia,
un golem che avanza su una battigia
senza mare; sabbia con ingordigia
che sfarina l’attività mentale.

All’inizio indistinguibile, lontano;
lentamente stridii che volano
con ali enormi s’avvicinano,
ricordando una paura ancestrale.

[…]

Si riprende la struttura della poesia persiana antica (mosammat); in questo caso l’autore ha utilizzato il “morabba”, quartetto di quattro emistichi in rima.

Altra dimostrazione del lavoro di riscoperta operato da Ceci è Albero (p. 32). Questa poesia, assieme a Pesce (p. 32) sfrutta la struttura della ballata di haiku, che assomma all’haiku (così come inteso oggi) altri due versi. L’autore “personalizza” la tradizione, aggiungendo la rima:

Son come aquile
che giran sulle linee
alte, i pensieri:

volteggiano ampi
sugli dei di ieri;
sui neogiganti;

e su pastori erranti,
primordiali uomini.

.

Pensieri saldi
come i terrei domini
delle radici

dei piangenti salici.
Pensieri utili e forti:

pini del mare
che in viaggi lunghi e corti
la via adombrano;

essi non accettano
l’imposto grigio asfalto;

essi aggruppati
tra scogli di basalto,
tra dune e navi.

Asino (p. 13) e Piccolo principe (p. 53) ricalcano la struttura della nota poesia Elegia del verme solitario, di Ernesto Ragazzoni, poesia che David Riondino ha contribuito a far conoscere, recitandola nei suoi spettacoli.
Ancor più noto, universalmente, è l’asino che si racconta in prima persona:

Io sono ore che sto camminando
lontano da colui a cui dissi “addio”.
Rossa, ritmicamente, respirando
la terra lascia un flebile fruscìo;
piccolo segno che è ancora viva,
con il vento tra i vigneti e l’oliva.
Chissà il mio vecchio fieno natìo,
con il rivo in cui mi son lavato,
se nutriscono quel figlio mio…
Io ostinato
.  Io forte
Io ronzino
.              abbandonato.

Io ero di proprietà di messer Sancho:
divertivo con la coda ogni suo bambino;
lo invidiavano per il mio poco rancio
e il tanto lavoro, ciascun povero vicino.
Ero gioia per la moglie, come un figlio;
finché un cavalier dal triste piglio,
promise di rendere nobile e blasonato,
signore di un’isola, il padron mio…
Io forte
.         Io abbandonato
.                      Io ronzino
.                                      ostinato.

[…]

Nel libro compaiono anche due composizioni in ottave di encasillabi, Autoritratto (p. 27) e Celato (p. 23). Propongo uno stralcio di Autoritratto, che contiene anagrammi di “Alessandra Romagna”, l’autrice dei quadri:

Ranno draga melassa.

Scava nel fondo una mano di ferro,
scava con acqua e cenere bollente.
Draga, alta quanto albero di cerro,
stride nel liberare una lucente
bolla nel mar di melassa da verro:
con incantatura di sensi demoniale,
che l’imprigionano in esilio materiale.

Andar al mar, se sogna:
andar lessa.

Strappata da quel magma infernale,
la piccola bolla di luce danza
nell’acqua salata dell’ancestrale
mare: questo serpente che avanza
lento, su se stesso, quasi a spirale.
Scrosciando argento, una figliolanza
la luna sogna; osserva il movimento
marino con illusorio sgomento.

La grande rana mossa.

Dalla fantasia, un fermento
rese quella serpe in ebollizione:
e la lucerna trovò nutrimento
nei chicchi di sole. La mutazione
iniziò, lì, in quel preciso momento:
la bolla si scisse a ripetizione,
creando un feto di natura umana
che nuota muovendosi come rana.

[…]

Lascio al lettore la scoperta di altre poesie, segnalando la presenza di componimenti che seguono altre strutture.

BRONCIO

A Jaco Pastorius

Fuggivano veloci le luci,
seguendo le onde blu dell’auto.
Lui se ne stava seduto cauto,
colpendo con le iridi il finestrino.
Solo, con i pensieri con cui cuci
la strada: suoni della radio con flauto
e insegne di “Compro e Trovo Auto”;
tutto condito dal neon d’un panino.
Passa tra donne scollate, un casino
di spiaggia, rolls royce e catamarani;
terra di alligatori e pescecani:
tutti pronti a bere un bicchierino.
Ci sguazzava in quella impavida
e ricca terra della Florida.

Non trovava quel dannato locale.
Abbandonato il taxi, andò a piedi,
tra bottiglie di birra e altri tedi
sintetici iniettati tra i vicoli.
Beveva vita tra gente infernale,
con quel volto da bambino sbarbato,
con quel sorriso da attento sballato.
Odiava e ringraziava quei pericoli.
Aiutato da chi comprava gli articoli,
arrivò all’oscuro club per suonare:
un tizio che non lo lascia entrare…
…inutile che, ubriaco, gesticoli.
Atterrato, insanguinato e incosciente;
due mosse che resero il mondo silente.

Nella sua stanza si sentiva dio.
Luce soffusa e tanti spartiti
di autori non sempre digeriti
facilmente, dietro quel pianoforte.
Era una barriera il grande leggìo
contro le onde dei pianti feriti,
materni, e dai singhiozzi periti
dal whiskey del padre dalle cinghie corte.
E il jazzbass, che gli è venuto in sorte,
fu fonte di impegno e dedizione.
Dalle labbra, il segno duro di estorte
emozioni e invenzioni e sonorità:
nuove e uniche musicalità.

Camminava sul palco colorato.
Non c’era più il fondo di nero metallo:
il basso, ora, era il solitario gallo
da lui, per primo, immaginato; genio
lui e, fin da piccolo, un isolato.
Spesso sostituito da chi si esibiva,
con sicure regole e alcuna nociva
inquietudine sul pubblico proscenio.
Quel ronzante e timido scatenìo
solo l’alcol dolce lo inibiva;
e lo portava in una lasciva
sincerità aumentando il balenìo.
Per questo “secondo” era il suo responso.
Per questo alzò il braccio di Alfonso.

Nella sua testa continuavano voci
buie, strappate e armonizzate,
piene di blues, gospel e jazzate:
vaso di Pandora della musica.
Non sentirà i dolori feroci
del braccio che sul ponte pizzicava,
dell’occhio che la tastiera scrutava;
fratture che provano ogni cerusica.
Non valsero i ricordi di una Nausicaa
a tirarlo fuori dall’incoscienza;
nessun codice rosso d’emergenza
e nessuna arte di banausica.
È morto nella sua città natale,
come vittima autosacrificale.

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