La costruzione di uno stigma: “L’estate del mondo” di Gabriele Galloni

La costruzione di uno stigma: L’estate del mondo di Gabriele Galloni

 

Di Gabriele Galloni si parla tanto già da tempo, per quanto il suo essere un autore precoce e sorprendente sia passato spesso in seconda posizione rispetto a una presenza social di aperto narcisismo, il più delle volte teatrale e divertente, in altre uscite piuttosto avventato e scomposto – tale da suscitare le ire di altri narcisismi più adulti e corporativi. Su questa continuità sostanziale tra opera e autore si concludeva un bellissimo saggio di Roberto Batisti (sulla Balena Bianca qui), nel quale Galloni sembra aver trovato il proprio critico d’elezione. Proprio in quell’articolo venivo a mia volta tirato in mezzo, con un rinvio un po’ perplesso a una breve nota, scritta quasi un anno prima (per l’uscita di Creatura breve, Ensemble 2018), nella quale definivo Galloni, in modo rapido e impressionistico, “un Sandro Penna lunare”. Ora, quella nota precedeva prove ulteriori dell’autore, stilisticamente assai più esuberanti, per quanto coerenti con il resto, come le prose di Sonno giapponese e soprattutto Corpo di mamma dell’eteronimo Olimpia Buonpastore (presa in giro durata qualche mese, sberleffo galloniano seguito dalle reazioni di cui sopra). Ma soprattutto il riferimento a Penna voleva essere contrastivo a partire da una certa idea di voyeurismo, che in Penna resta in tensione con il rischio della sanzione pubblica, e quindi al tempo stesso erotizzato dal compiacimento per lo stigma. Il voyeurismo di Galloni è invece quello di “una videocamera di servizio” (per usare un suo autocommento su Facebook, in un post del 2 luglio 2019), e dunque sganciato da ragioni sociali e coinvolgimento. Era questo per me il senso dell’aggettivo “lunare”, come uno sguardo che può permettersi di affondare nel torbido senza rischi e contraccolpi, ad esempio contemplando “[s]opra il letto, svestita, una salma/ di bambina” (Creatura breve, p. 15). D’altronde, rispetto agli accostamenti con Penna, Galloni ha talvolta mostrato o simulato la più classica angoscia dell’influenza, che in quanto tale è quasi sempre un falso problema (un autore non è mai dato dalla sommatoria dei suoi eventuali modelli). E visto che il modo migliore per superare un malinteso è persistervi, mi viene in soccorso la nuova ispiratissima opera di questo poeta iper-prolifico, L’estate del mondo (Marco Saya Edizioni, novembre 2019, d’ora in poi Ledm), di gran lunga il più penniano dei suoi libri, laddove Penna è solo una lente in più per leggere e capire un percorso autonomo e personale.
Non mi riferisco soltanto a una questione di familiarità puramente stilistica, che Batisti ravvisava per i titoli precedenti come unica concessione al parallelismo (“di penniano Galloni ha solo la misura epigrammatica, l’endecasillabo facile, la limpidezza linguistica”, peraltro una sobrietà capace di fare raggelante contrasto con le visioni scabrose in Creatura breve o con la società dei morti di In che luce cadranno). Credo invece che questo nuovo libro faccia davvero i conti con una qualche inconfondibile maniera, con la scrittura isolatissima di Sandro Penna, fatta come sappiamo di un certo ritagliamento degli spazi che prosegue e arricchisce l’intenzione crepuscolare (luoghi anonimi, deserti, assolati o notturni, pinete, stazioni e marine), ma soprattutto di un raro trattamento del tempo, votato all’istantaneo, al provvisorio, a una sorta di euforia sensistica legata al momento vissuto (“L’aria di primavera/ invade la città”, p. 24; “È caduta ogni pena. Adesso piove”, p. 38; “Nel fresco orinatoio alla stazione/ sono disceso dalla collina ardente”, p. 63; “Questo prato già pieno di fanciulli,/ pur ne la tramontana al sole vivo”, p. 88; “Lumi del cimitero, non mi dite/ che la sera d’estate non è bella”, p. 152; “Sul molo il vento soffia forte. Gli occhi/ hanno un calmo spettacolo di luce”, p. 185; “Se l’inverno comincia sulle calde/ e sporche mani un odore di arance”, p. 218; “Il caldo, il freddo, delle sale d’aspetto”, p. 371; cito da Sandro Penna, Poesie, Garzanti 2000). Eppure lo stare al mondo con addosso “una strana gioia di vivere” (titolo che racchiude le poesie scritte tra il ’49 e il ’55, e idealmente tutte le altre) non sollevava dal presentimento della fine, dalla consapevolezza di non poter prescindere dal tempo: “Le stelle sono immobili nel cielo./ L’ora d’estate è uguale a un’altra estate./ Ma il fanciullo che avanti a te cammina/ se non lo chiami non sarà più quello…” (Poesie p. 32). Questo perché l’istante penniano è la conseguenza di un’esclusione, insieme scelta e subita, dalla comunità simbolica degli uomini, e non un dono di edonismo spensierato, irrealizzabile; un poeta che ha attraversato il Novecento senza mai parlare della Storia, incapace di percorrere le età della propria vita, trova così nel qui e ora l’unico tempo possibile, la sola grammatica rassicurante. In uno splendido articolo di qualche anno fa, Fabio Michieli già metteva in relazione la peculiare temporalità della scrittura di Penna con la ferita e l’orgoglio del fuoruscito, di chi porta su di sé un imperdonabile stigma così ossessivamente tematizzato: la pederastia. L’ambivalenza di questa condizione è poi tutta contenuta in una famosa poesia che è già una sentenza: “Felice chi è diverso/ essendo egli diverso./ Ma guai a chi è diverso/ essendo egli comune” (Poesie p. 171).
Mi pare che anche l’improvviso balzare di un io lirico (in fitto dialogo con una seconda persona) sulla scena dell’opera galloniana sia a suo modo sotto il segno dell’esclusione, come se finora i morti non avessero fatto altro che annunciare un fuori sincrono, un’inadeguatezza dell’esser vivi. Morti che peraltro ritornano in alcuni testi, suggerendo la legittima e vanitosa pretesa di concepire i propri libri come un discorso ininterrotto (“Ricordati che i morti/ soffiano su ogni filo d’erba; giocano/ a fare il vento per chi non lo sa”, Ledm p. 43; “Erano i santi giorni di tua madre/ trovata morta nell’atrio; la gola/ squarciata da lato a lato”, Ledm p. 71), così come il tema dell’estate sentimentale e desolata era stato annunciato in precedenza (“In estate si fa l’amore nelle/ case vuote, le case di vacanza”, Creatura breve p. 40). Colpisce però il carattere effusivo (e a tratti diffusivo, sintatticamente generoso) di questa scrittura, inconsueto per Galloni (mentre un qualche tono elegiaco era già implicito nel discorso sui morti), che adesso sembra voler giocare a un gioco più diretto e tradizionale, alla ricerca di un coinvolgimento empatico del lettore. Il rimpianto di un’estate che sembra, appunto, tutte le estati del mondo, la cronistoria poetica di un amore, costruita come una passeggiata per viali e spiagge e pinete spesso di notte, rimanda quindi a una perdita irreparabile, a “un corpo che non è stato mai” (Ledm p. 74), o per dirla con Penna a “una cosa nel mondo mai toccata” (Poesie p. 360). E si moltiplica il topos poetico per eccellenza, la Luna stavolta intesa alla lettera, quasi personaggio aggiunto, presenza insistente (“Arrivasti alla storia della Luna:/ di come capitò che la scoprissi/ nella sua casa una notte di eclissi”, Ledm p. 9; “Luna di luglio: dalla tua finestra/ scoperta di sfuggita sopra il mare”, Ledm p. 12; “Ma quanto ci ingannammo, sulla Luna”, Ledm p. 14; “Strana la svolta di una sera estiva,/ il primo bacio dietro la tua casa/ e la Luna che non sorgeva mai”, Ledm p. 19; “Per l’ennesima volta, stanotte,/ ho sognato una luna di polvere”, Ledm p. 20; “Agosto. Non sappiamo che aspettarci/ da una Luna così; sembra di lattice”, Ledm p. 64) che diventa il correlativo dell’escluso, dell’outsider, di chi non vive, appunto, alla luce del sole, come già per Leopardi, e decisamente in Penna (“Mi nasconda la notte e il dolce vento/ […] La luna si nasconde e poi riappare/ – lenta vicenda inutilmente mossa/ sovra il mio capo stanco di guardare”, Poesie p. 18; “A te che chiaro hai il volto il mio nascondo”, Poesie p. 313). Il libro racconta in gran parte di spostamenti nell’area metropolitana e lungo le coste laziali, cercando un’aderenza tra la toponomastica reale e una mappa dell’immaginario (Magliana, Fiumicino, Ponte Galeria, Corviale, Serpentone, Maccarese, Torvaianica), fino al testo “I ragazzi alla spiaggia di Focene” (Ledm, p. 77) che sembra quasi un omaggio esplicito ai fanciulli penniani, e al tema connesso dell’attimo vissuto e minacciato dal tempo inevitabile (si confronti con “Sotto il cielo di aprile la mia pace/ è incerta” e “Questo prato già pieno di fanciulli”, Poesie pp. 29 e 88). In Penna mancava il riferimento preciso a quei luoghi (fatta eccezione per “S’andava verso il mare di Civitavecchia”, Poesie p. 278), ma lo sfondo è lo stesso, per lo più di un commovente squallore, di uno struggimento provinciale che l’uso di toponimi così caratterizzati non fa che rafforzare. L’estate, il mare, la villeggiatura sono colti nei loro momenti di sospensione, di vacanza come vuoto (“I pini solitari lungo il mare/ desolato non sanno del mio amore”, Poesie p. 78; “La spiaggia è sempre vuota come allora./ La domenica un paio di ombrelloni/ lontani, una famiglia che passeggia/ sul bagnasciuga”, Ledm p. 50). Molte visioni e percezioni si collocano poi in “quel limbo posto tra sonno e risveglio” (ancora Michieli su Penna), e cioè in un compromesso tra il tempo e la sua negazione, tra l’essere fuori e dentro il mondo (“È stato questo: svegliarsi da un sogno/ e realizzarne attonito la luce”, Ledm p. 13; “Noi dormiamo raccolti nell’estate./ Ha smesso già di svegliarci il rumore/ del mondo”, Ledm p. 54; “La vita… è ricordarsi di un risveglio/ triste in un treno all’alba”, Poesie, p. 3; “Io vivere vorrei addormentato/ entro il dolce rumore della vita”, Poesie p. 59). La scrittura di Galloni mantiene comunque, anche qui, gli scarti allucinati che ne fanno la cifra più impressionante (“e la televisione/ costantemente accesa/ su canali di lingua giapponese/ dove strani pupazzi di gomma/ si baciano, si danno guerra in ombra”, Ledm p. 20; “sul terrazzo una piccola piscina/ di gomma – un giorno la riempimmo/ di gamberetti morti”, Ledm, p. 70). La novità è, come detto, il protagonismo ambiguo dell’io, un senso di esclusione e insieme di straordinarietà: “Tempo allora che mi ritrovi qui/ da solo, perso; qui nell’Eldorado/ di una festa conclusa – a rimestarmi/ nei chi sono e che attendo e dove vado” ( Ledm p. 76); “Anche questo significa venire/ al mondo in piena estate. Non soltanto/ le feste disertate dagli amici -/ ma ogni giorno contare, nel cortile/ dei caseggiati popolari, tutte/ le orme di gatto, tutte le radici;/ e i rami mutili e le pallonate/ a disperdere l’afa” ( Ledm p. 44). Si aggiunga a questo la sensazione di una sfocatura, un’indecisione rispetto al proprio stigma personale (così forte, netto, tematizzato in Penna), non bastando più come un tempo il generico statuto di artista. E invece l’io lirico galloniano rivendica la propria orgogliosa alterità e infelicità (“Ma non ho nulla, cielo, da mostrarti”, Ledm p. 11; “Noi siamo adesso le ultime creature”, Ledm p. 62), rischiando però la diffidenza e il sospetto che giochi a essere “diverso/ essendo egli comune”.

@andreaaccardi

3 commenti su “La costruzione di uno stigma: “L’estate del mondo” di Gabriele Galloni

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: