Sandro Penna: del ‘suo’ tempo e di altri aspetti

Non c’è una ragione esterna precisa che mi spinga a scrivere di e su Penna e la sua poesia, come potrebbero essere un anniversario o una ristampa di qualche sua raccolta introvabile: vi è semplicemente l’esigenza di fare un personale ‘punto della situazione’ del mio essere un lettore, e ci tengo a sottolinearlo, di Sandro Penna. Non la troveremmo controllando le date di pubblicazione delle sue raccolte: Appunti, la sua seconda, breve, raccolta di poesie, uscì nel 1950. Per non parlare di Poesie pubblicato undici anni prima, nel 1939. Eppure proprio Appunti rispetto a Poesie segna un cambio di direzione all’interno dell’universo poetico penniano, quell’universo che a lungo (troppo a lungo) si è voluto imprigionare tra le spire di un alessandrismo astorico. Penna non è, né mai lo è stato, un poeta senza storia: la storia c’è; bisogna scovarla, stanarla e soprattutto distinguerla dalla Storia con l’iniziale maiuscola.
Prendiamo in considerazione la lirica che apre Appunti:

Felice chi è diverso
essendo egli diverso.
Ma guai a chi è diverso
essendo egli comune. (1)

Si noterà, e non si può non farlo, come la sentenza emessa sia ben distante dalle assolate contemplazioni di fanciulli rapiti nella piú intima quotidianità (e spero non si voglia negare la valenza storica, in quanto temporale, del dato quotidiano nella poesia penniana): ciò che realmente con Appunti entra con prepotenza nella poesia di Sandro Penna è la coscienza della propria diversità: la coscienza di essere diverso in un mare di comunemente diversi o diversamente comuni. È questa la distanza inserita da Penna fra sé e l’altro universalmente riconosciuto e riconoscibile. Forse è pure la cifra della sua sopravvivenza: Penna rifiuta il pericolo d’essere omologato, o meglio di farsi accettare lasciandosi omologare; non gli interessa che i benpensanti assecondino i desideri, gli stimoli vitali che stanno alla base del suo dire. A questo tentativo di cattura, di prigionia critica, egli si nega; e negandosi a questa ipocrisia tutta borghese egli si nega alla storia. Ma non alla storia tutta: a quella che si vuol far passare per tale: quella scritta con la maiuscola. Penna rifiuta le istituzioni, e la sua vita non è parca di segnali da questo punto di vista. Il poeta non si è mai sentito portato a sedere otto ore al giorno dietro a una scrivania d’un qualche grigio ufficio della capitale, o dietro a il banco di una libreria milanese: Penna ama la precarietà perché in essa sola risiede tutta la sua libertà. Tutti i suoi spostamenti (in verità pochi) per questioni legate a possibili impieghi che gli dessero di che vivere si fermano nel ’39, quando pubblicata la raccolta Poesie ritorna a Roma e va ad abitare alla Mole dei Fiorentini, dove rimarrà fino all’ultimo giorno.
Scriveva bene Natalia Ginzburg nel dicembre del ’76 nella prosa che accompagnava le poesie che Penna aveva raccolto per la plaquette Il viaggiatore insonne, destinata a diventare postuma suo malgrado: «Vivendo egli fuori dalle leggi che il tempo determina e impone, e non conoscendo egli nel suo mondo né classi sociali, né impalcature ideologiche, e mantenendo e avendo mantenuto sempre una piena e limpida indifferenza nei confronti del potere, e intrattenendo con i vivi e con i morti, con i potenti e con gli inermi, un rapporto di assoluta semplicità e parità, egli è fra gli esseri umani più liberi che siano mai esistiti. Mai si è lasciato dominare da un’idea altrui; mai è diventato servo di un’idea che circolasse all’intorno; mai si è piegato a essere o a pensare secondo un modello fornitogli da altri o fluttuante nell’aria. Non chiese mai la felicità, ma di essa solo briciole e centesimi, l’infinità dell’universo e il senso della vita umana; e da una simile sua facoltà, pervenne a noi, generoso e doloroso, nato nel sangue e nella miseria e nella solitudine e nelle lacrime, il dono della sua poesia». (2)
Un giudizio, certo, che risente dell’affetto che un’amica ripone in un caro amico, e che allo stesso tempo profeticamente sente già della prossima sua dipartita, ma che per questo non perde di valore critico, e che per quanto mi riguarda avalla la mia precedente affermazione sull’esigenza di Penna di sapersi precario di fronte a tutto quanto era istituzionalizzato, compresa la poesia (e aggiungerei quella accademicamente riconosciuta come tale).
E che Penna si concedesse poco ai suoi lettori lo dimostra la contrastante esiguità nel numero di poesie pubblicate dal ’39 al ’50 rispetto a quelle effettivamente composte e che videro la luce soltanto a partire dal ’57, cioè da quando il poeta raccolse tutto quanto fino a quel momento aveva pubblicato, compreso Una strana gioia di vivere, a stampa nel ’56, più un centinaio di inediti che copriva un arco di anni che partiva dal ’27 e giungeva al ’55. Raccolta che si presta a diventare per il poeta cifra del modo di assemblare le proprie raccolte successive, cifra del suo modus operandi, dove versi datati si perdono in un continuum con quelli di più recente composizione, creando quell’unicum che sarà Tutte le poesie, pubblicato nel ’70, e che comprende anche Croce e delizia del ’58, per finire con la sistemazione postuma di tutta la sua opera in Poesie del 1989 (e successive ristampe), che accoglie Stranezze del ’76 e il già ricordato Il viaggiatore insonne del ’77.

«La vita… è ricordarsi di un risveglio»; «Notte: sogno di sparse | finestre illuminate»; «Nel sonno incerto sogno ancora un poco» (3); e potrei proseguire ancora, cercando negli incipit delle poesie più celebri di Penna i fili di questo nodo che vincola, e trattiene, vita/sogno/dormire, dove la storia sfugge (o fugge) la realtà per rifugiarsi nella memoria, nel ricordo.
Si è sempre molto discusso intorno all’origine della poesia penniana (4), chiedendosi dove mai affondassero le radici, e ogni volta si è provato un disarmante sconforto nel non riuscire non dico tanto a chiudere il cerchio quanto a tracciare una semplice retta. Qualche punto fermo si è riconosciuto in Leopardi, D’Annunzio, Pascoli (5), Saba, in qualche lettura francese, preferendo Rimbaud a Baudelaire (6). Ma mai si è potuto indicare una discendenza diretta da un preciso autore, se non per qualche sporadico episodio.
E questo perché la poesia di Penna non ha bisogno di coordinate per essere capita, perché è inutile tentare di capirla nella sua totalità. È inafferrabile per natura, ‘inavvicinabile’ (7). È diretta al suo lettore, che di testo in testo, quasi senza variazioni stilistiche importanti, si fa accompagnare nell’universo penniano, fatto di sfuggenti storie d’amore, di sguardi rapiti e piccole riflessioni sulla vita, che di volta in volta delineano la malinconia di un poeta che ha conosciuto sì una “strana gioia di vivere” ma mai la felicità, tormentato dall’idea di rimanere solo, d’invecchiare (non solo in senso biologico) e non provare più alcuna di quelle gioie che la vita gli donava. E allora eccolo intento a ritoccare le date delle sue poesie nel tentativo di creare un continuum in cui l’idea del tempo si perde per creare un perpetuum in cui pare sia tutto presente (o sia stato tutto presente).
Penna non ha bisogno del tempo, come d’altra parte non ha bisogno della storia. Il tempo interviene per dirci quando è giorno e quando è sera, quando è estate o quando autunno.
Questo il tempo di Penna: quello del naturale corso della natura, della pura scansione meteorologica. E a questo tempo consegna la propria vita ogni qualvolta s’illumina del chiarore della luna in riva al mare, o del sole sui prati specchiantisi in qualche corso d’acqua; e che spesso nel rinnovarsi con lo scorrere delle stagioni, fiorisce e sfiorisce.
Guardando da vicino i tempi dei verbi nella prima raccolta di Penna (ma sarebbe doveroso estendere la ricerca a tutta la produzione, con le dovute misure) si ha come l’impressione che sia tutto incompiuto, che le azioni conoscano un inizio ma non una reale fine, quasi tutto fosse un unico movimento (di gesti, di sentimenti) dove a cambiare siano i deuteragonisti delle liriche, ma non le cornici, i contesti e i temi.
Fanciulli, ragazzi, operai, passanti, tutti si rincorrono nelle parole (e forse nella memoria) di Penna per creare il solo grande ritratto che Penna è riuscito a disegnare: se stesso, ovvero l’unica diretta esperienza di vita che potesse conoscere. In lui non ci sono angeli visitatori; caso mai «angeli sonnacchiosi».
Certo qualche volta compare un nome di ragazzo, ma è un lampo nella (o della) memoria, non un’entità salvifica. Ma il fanciullo/dio salvatore è un’immagine della poesia penniana che non ha contorni fisici precisi. Si moltiplica in molti sembianti che apportano gioia al poeta, ma la salvezza vera e propria è ben altra. L’unica salvezza per Sandro Penna è l’amore; un amore contrastato, condannato alla fine ancor prima di nascere; costretto a vivere in taverne fumose, cinema di borgata e orinatoi, quando è chiuso nella città; luminoso, solare, quando si contorna dei colori della natura (per il quale si potrebbe parlare d’un erotismo panico). Ma pur sempre un amore libero e sincero; fisico e nel contempo sublimato nell’innocenza d’uno sguardo timoroso di un’intesa:

Fanciullo non fuggire, non andare
solo. Non è per me che io lo dico.
Io ti ho visto alla fronte un segno chiaro.
E tua madre non vede. Non vede l’amico. (8)

Penna non ha scelto la via del compromesso. Non ha taciuto la sua sessualità, la sua pederastia (Penna teneva a distinguersi gidianamente dagli omosessuali propriamente detti). Penna ha nobilitato il suo amore e l’oggetto del suo amore: il fanciullo. Non gli importa farci sapere quale sia stato il prezzo di questa sua conquista, ciò che gli preme è cantare questa sua gioia ritrovata nella purezza del fanciullo. E cantarla nel suo variegato manifestarsi senza un apparente sviluppo, ma infinito proponimento di un unico motivo, o tema: l’amore per i fanciulli, e il piacere che da esso ne deriva. Non può sottrarsi a questo piacere (piacere reale, non solo del narrare, ma anche fisico). Pena: il silenzio.
Penna ha fatto suoi il «guardare» e l’«ascoltare» di Saba. Non dovesse più guardare e ascoltare, quindi osservare ciò che lo circonda per scorgervi i segni dei suoi piccoli miracoli, cesserebbe la sua voce. Un’eventuale perdita del suo piacere equivarrebbe in Penna all’effettiva perdita d’ogni ragione di canto.
Ma l’effettiva perdita del piacere, che soprag¬giunge con l’avanzare della maturità (non solo poetica), ha portato Penna a eternare con malinconia il tempo della giovinezza, permettendo a sé l’illusione d’aver creato uno spazio senza tempo dove eterno dura l’eros, ma pagando il tutto al caro prezzo della propria felicità. Ecco, quindi che si reduplicano le sue immagini solari, avvolte da una nube di malinconia, sicché pare condizione naturale della poesia di Penna l’essere immersa entro un’eterna foschia, di quella che si può incontrare spesso spingendo lo sguardo verso l’orizzonte in una limpida giornata, al mare, non certo quella fumosa e grigiastra di città.
È forse vero, come già osservò Luperini (9), che la poesia di Penna trova la sua scaturigine in un’espulsione o dal sentimento di espulsione dalla vita reale, desi¬gnando con vita reale quella che si è portati a considerare normale.
Già nel ’39, in Poesie, compare infatti un testo fondamentale da questo punto di vista:

Mi nasconda la notte il dolce vento.
Da casa mia cacciato e a te venuto
mio romantico amico fiume lento.

Guardo il cielo e le nuvole e le luci
degli uomini laggiù così lontani
sempre da me. Ed io non so chi voglio
amare se non il mio dolore.

La luna si nasconde e poi riappare
– lenta vicenda inutilmente mossa
sovra il mio capo stanco di guardare. (10)

Penna «cacciato» dal mondo in cui è comunque cresciuto (è questo il trauma più volte denunciato da quella frangia della critica che giustamente non si è fatta ingannare dal dolce canto d’un poeta apparentemente alessandrino) si rifugia nella natura, lontano dal mondo adulto «degli uomini»: uomini lontani sia fisicamente che psicologicamente («così lontani / sempre da me»). Questa è la causa del dolore di Penna. Un dolore che ci mostra un uomo tutt’altro che felice; semmai ipnotizzato dall’idea che la felicità stia nell’‘altrove’ diverso dal ‘dove’. Il ‘dove’ è il mondo che tutti conosco, riconoscono, e che alcuni sanno negare (Montale); l’‘altrove’ è per Penna il puer, nel quale confluisce tutto il ‘bene’ e tutto il ‘male’ dell’universo penniano.
Ecco perché nei suoi versi tutto è (o appare) idilliaco; perché è visto da una distanza di sicurezza, la recuperata adolescenza, che il poeta sugge dai fanciulli. Ma finita l’ebbrezza resta lo sguardo malinconico di chi questa felicità ha perduto per sempre (o che forse mai ha avuto). Ecco, quindi, che l’autoesclusione (Raboni) si palesa nell’esclusione (Luperini) nuda e cruda, per certi versi anticipata già nel 1956 da Pasolini.
Consapevolmente (ma fino a che punto?) Penna ha opposto il suo «male», l’eros, al «bene», che è ciò che la società ritiene sia bene (11). Ecco perché gli è così naturale contravvenire le regole, l’ordine prestabilito. Ecco perché gli è altresì naturale ricostituire un ordine all’interno della sua poesia attraverso la regolarità metrica, tematica e stilistica che forse non ha eguali nel Novecento italiano per la sua continuità. Regolarità non sufficiente a salvaguardare la poesia dalla presenza di non poche anomalie; segnali di un’incapacità congenita di rispettare ogni tipo di regola, anche quando è lui stesso a darsene una (12). Segnali necessari, se vogliamo, a Penna per mantenere quel suo sguardo esterno al mondo che lo circonda; per preservare questo suo vivere da autoescluso (adesso sì!); per non raggiungere «una piena consapevolezza morale» (13).
Insignito il fanciullo (14) del ruolo di guida della sua poesia (ma lo si potrebbe considerare come un vero e proprio senhal) Penna ferma il tempo affinché non venga persa questa sensazione di felicità che deriva dalla contemplazione e esaltazione del puer, questo flair da assaporare olfattivamente in ogni singola poesia. Ma si tratta pur sempre di un finto profumo di dolcezza: e il suo ossimoro dolce/amaro, è forse in questo Novecento l’unico vero caso di «ossimoro permanente».
Il trauma, come ha osservato Luperini, e aveva intravisto Raboni, si era già consumato quando Penna cominciò a scrivere con improvvisa maturità, innata maturità, sicché al suo apparire sulla scena letteraria italiana si pensò a un miracolo in assenza di storia, d’una qualsiasi storia, preservato (e quindi limitato) al naturale scorrere del tempo (immacolato!). E invece la storia c’era, e ben presente (e in questo la biografia di Elio Pecora offre alcune interessanti spiegazioni, tratte dalle pagine del giovanile di Penna); si sviluppava tra le righe, riemergeva dall’inconscio; ma bisognava scovarla tra le parole, i verbi («ricordarsi», «aver veduto», «aver sentito») che conservavano intatte nella memoria le sensazioni di un passato radicato, che si voleva se non rimuovere celare con grazia, e che si sapeva sarebbe prima o poi riemerso.
Al grande tema del puer si dovrà affiancare l’altro tema importante della poesia penniana: la vita; vita che Penna ama alla follia. La poesia di Penna si scopre costituita di piccoli frammenti di esistenza disposti in modo da formare, una volta raccolti, un ritratto immenso che non è possibile vedere tutt’insieme (Penna è diabolico, si nasconde nel darsi in pasto al lettore, fingendosi chiaro).
Penna cerca la vita; «brama» la vita. E la cerca nei luoghi dimenticati dal resto della poesia italiana; nei luoghi che raccontano una vita d’altri tempi; nelle movenze e nei ritmi lenti e intrisi di riti tradizionali; nell’attesa del ripetersi degli eventi.
D’altra parte di cos’altro poteva parlare Penna se non della vita che eterna si ripete nei suoi modi indipendentemente dagli eventi storici che la riguardano anche da vicino:

La luna di settembre su la buia
valle addormenta ai contadini il canto.

Una cadenza insiste: quasi lento
respiro di animale, nel silenzio,
salpa la valle se la luna sale.

Altro respira qui, dolce animale
anch’egli silenzioso. Ma un tumulto
di vita in me ripete antica vita.

Più vivo di così non sarò mai. (15)

Una ciclicità di immagini, di eventi che si ripeterà anche nella piena maturità, quando ai fatti si sostituiranno i ricordi, come in Solfeggio:

La giovinezza è ancora mio appannaggio?
Già mi pare di sí ora che il vento
scompiglia dolcemente i miei pensieri
e la finestra è aperta, chiara e onesta,
e morta è nei miei versi la mia noia.
È durata due giorni la mia noia,
la triste noia fatta di parole
e di azioni convulse a mascherare
l’assenza di un amore, la mia prima
tregua nel mondo del mio disonore.
Sono stato due giorni senza amore:
ho veduto il piú bello dei fanciulli
morire nel mio cuore senza un guizzo
come fa la candela senza cuore.
Ho poi veduto un tenero, un novizio
rossore su una gota calda e sola
e sola la ho lasciata raffreddare
come un vecchio maestro elementare.
Sorpreso ho infine casualmente il sesso
di un biondo marinaio aperto e onesto
(non domandate, cittadini, dove)
e non gli ho detto che non era solo.
Non domandate, amici, perché tace
anche il biondo battello sotto il sole;
nel beccheggio sono le sue parole
ma il mio silenzio era privo di sole.
La giovinezza è ancora mio appannaggio?
Già mi pare di sì ora che il vento
scompiglia dolcemente i miei pensieri
e la finestra è aperta, chiara e onesta,
e morta è nei miei versi la mia noia.
È durata due giorni la mia noia
……………………………….. (16)

La vita, quindi, non è noia, perché ci viene detto che è breve e passeggera. È «ricordarsi». È eterno ricordare l’euforia appena vissuta. Cesare Garboli, acuto interprete di Penna, ha scritto: «La disappartenenza all’umano, il senso liberatorio della presenza di sé indifferente e divina nel mondo culmina e si espande nel momento in cui l’energia che insegue il piacere fa sfavillare tutto: l’io si sente onnipotente, perché la sessualità agisce da droga. A questo stato se ne oppone subito un altro: la caduta, il risveglio angoscioso, la luce dell’alba che sbatte sulle palpebre, risveglio che fa dell’io già vittorioso e trionfante una vittima, perché la disumanità, finito l’ossigeno del piacere, diventa letterale e il nume ci rinnega. […] Questi due stati, nella poesia di Penna, non ammettono mediazione (Penna è shakespeariano, ignora la dialettica). Tuttavia, essi non si trovano mai divisi. A unirli, a stringerli in un modo indissolubile è il sentimento del tempo, non meno meteorologico che psicologico. La poesia di Penna è fatta del ricordo di cose presenti, nasce dalla vicinanza e dalla lontananza, dal dilatarsi e accorciarsi gommoso di sensazioni che appartengono a un presente che è sempre già passato e a un passato fulmineo e istantaneo come il presente.» (17)
Il tempo in Penna, in una sola parola, è simultaneo. La sua modernità, che sta nella pur chiara immagine disincantata della vita, indossa le vesti antiche di un poeta alessandrino (ma la veste gli è stretta!) che con grazia canta la decadenza, o come meglio ha espresso ancora una volta Garboli: «è come dire che Penna si è fatto interprete non della novità del linguaggio poetico italiano del Novecento, ma – che non è meno importante – del suo destino di putrefazione.» (18)

Non so dire quanto in realtà questa poesia sia depositaria d’una felicità vissuta. È più la lunghezza del respiro d’una felicità rincorsa e assaporata in piccole stille di gioia momentanea. Ma poi questa stessa gioia si scopre tradotta in ricordo, e allora sì che il cerchio disegnato dalla poesia di Penna si chiude. Ma stranamente si chiude nel suo primo manifestarsi, che non sarà proprio il primo cronologicamente, ma è quello al quale Penna ha consegnato il compito di illustrare la propria poesia:

La vita… è ricordarsi di un risveglio
triste in un treno all’alba: aver veduto
fuori la luce incerta: aver sentito
nel corpo rotto la malinconia
vergine e aspra dell’aria pungente.

Ma ricordarsi la liberazione
improvvisa è più dolce: a me vicino
un marinaio giovane: l’azzurro
e il bianco della sua divisa, e fuori
un mare tutto fresco di colore. (19)

La vita è eterno ricordo; ma è, non è stato. Questa la cifra temporale. Penna ha saputo fermare il demone del tempo nell’unica dimensione che non ha tempo: quel limbo posto tra sonno e risveglio, dov’è possibile sognare ancora un po’. Ma nel ricordare i sogni ci si immerge nella malinconica osservazione d’un mondo in cui non è possibile vivere felici, perché tutto lentamente scompare (marinai e operai compresi).

© Fabio Michieli

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Note:
1) Sandro Penna, Poesie, Milano, Garzanti, 1989, 1993, p. 171.
2) Natalia Ginzburg, in Sandro Penna, Il viaggiatore insonne, Genova, San Marco dei Giustiniani, 1977, p. 10.
3) Sandro Penna, Poesie, cit., pp. 3, 6, 7.
4) A tal proposito si rivelerà utile la lettura del saggio di Antonio Girardi, Il giovane Penna, in «Studi novecenteschi», VIII, n. 21, giugno 1981, pp. 83-98.
5) Cfr. Giuseppe Nava, La lingua di Penna, in «Paragone», n. 494, aprile 1991. L’eccessiva rivendicazione d’una paternità pascoliana sulla poesia di Penna a volte sembra trovare una giustificazione piú nella specifica competenza di Nava su Pascoli che in una reale derivazione di Penna da Pascoli. Non è da escludere, per esempio, che un certo pascolismo Penna l’abbia appreso dalla lezione di Saba e di certo Bertolucci. Basti un esempio: Nava sembra non tenere conto di quanto Cesare Garboli ha affermato sulla presenza di Bertolucci (e quindi di in comune denominatore in Leopardi) nella famosa «Io vivere vorrei addormentato | entro il dolce rumore della vita» (Cesare Garboli, Penna papers, Milano, Garzanti, 1996; n. 3 a Penna papers) insistendo invece sulla linea Pascoli-Penna. Più dei passi di Pascoli riportati a dimostrazione della sua tesi appare piú appropriata la citazione dei versi di Saba, tratti da Dopo la giovanezza, posta invece in secondo ordine, come sorta di eco. Per quanto riguarda la trattazione del rapporto con Montale, credo non sia sufficiente fare fede al solo criterio cronologico per seguire la direzione di sviluppo della linea che unisce Penna a Montale (dando poco credito alla possibile inversione della direttrice), perché negli anni che precedono la pubblicazione di Poesie 1939, come ci è testimoniato dalle stesse lettere che Montale scrisse a Penna, egli conosceva di Penna sia le poesie che sarebbero confluite nella raccolta edita da Parenti sia altre che faranno la loro comparsa nelle raccolte successive (alcune delle quali rimarranno inedite sino alla pubblicazione di Stranezze, nel 1976).
6) Elio Pecora, Sandro Penna: una cheta follia, Milano, Frassinelli, 1984, poi Sandro Penna: una biografia, idem, 1990.
7) Alfonso Berardinelli, Penna o l’altrove, in La poesia verso la prosa, Torino, Bollati Boringhieri, 1994, p. 147: «Che la chiarezza di Penna sia apparente, ipnotica e piena di misteri, lo si è detto in vari modi. Non si può neppure cominciare a parlare di lui senza dire e ripetere questo: mistero in piena luce, mistero della chiarezza. Una chiarezza, appunto, che tiene a distanza i critici, che non li incoraggia. […] Penna è spietato con chi si mette a parlare di lui pensando di cavarsela con le armi della critica e con le armi della complicità. La poesia di Penna non ha bisogno di essere studiata per essere letta e non ha bisogno di complici. Nella sua irriducibile singolarità, dura come un diamante ma priva di stravaganze, Penna sembra inavvicinabile».
8) Sandro Penna, Poesie, cit., p. 74.
9) Romano Luperini, Il Novecento, Torino, Loescher, 1981, pp. 642-48.
10) Sandro Penna, Poesie, cit., p. 18.
11) Anna Vaglio, Invito alla lettura di Sandro Penna, Milano, Mursia, 1993, p. 107.
12) Giovanni Raboni, La trasgressione e il mistero nella poesia di Penna, in «Paragone», n. 250, dicembre 1970, pp. 140-47 (ora in Giovanni Raboni, Poesia degli anni Sessanta, Roma, Editori Riuniti, 1976, pp. 196-205).
13) Anna Vaglio, Invito alla lettura di Sandro Penna, cit., p. 109. È evidente l’eco di quanto Pasolini dichiarò nel suo primo scritto su Penna (1956) al riguardo del palesarsi per frammenti della morale nel poeta umbro.
14) A riguardo si legga il saggio di Magda Vigilante, Il mito del fanciullo e la poesia di Sandro Penna, in «La Rassegna della Letteratura Italiana», xci, n. 2-3, maggio-dicembre 1987, pp. 469-85.
15) Sandro Penna, Poesie, cit., p. 87 (mio il corsivo). Si legga anche Guardando un ragazzo dormire: «Tu morirai fanciullo ed io ugualmente. | Ma piú belli di te ragazzi ancora | dormiranno nel sole in riva al mare. || Ma non saranno che noi stessi ancora» (Sandro Penna, Poesie, cit., p. 315).
16) Sandro Penna, Poesie, cit., p. 257.
17) Cesare Garboli, Prefazione a Sandro Penna, Poesie, cit., p. VIII (con qualche lieve ritocco in Penna papers, con il titolo Guida alle poesie di Penna, pp. 108-15).
18) Cesare Garboli, Prefazione, cit., p. X.
19) Sandro Penna, Poesie, cit., p. 3.

49 comments

  1. Un contributo bellissimo, su un autore che amo. Tra l’altro, Fabio, tu centri bene una questione essenziale: Penna ha un “tempo” suo anche rispetto alla storia letteraria, perché una semplicità così sfrontata in Italia credo non si fosse mai vista (Saba stesso semplificherà la sua sintassi solo dopo aver letto Penna, quindi il rapporto modello-ricezione tra loro non è affatto chiaro). Per questo ti chiedo: cosa può lasciare un simile esempio di scrittura nella pratica poetica attuale? Senza la personalità di Penna alle spalle, una leggerezza del genere non può diventare intollerabilmente ingenua? Questa poesia in apparenza povera di mezzi cosa può darci oggi, al di là del piacere (inesauribile) della sua lettura?

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  2. Apprezzo moltissimo la risposta, anche la boutade sul Montale insicuro :). Perché, al di là della battuta, fa capire il disturbo inconfessabile che Penna ha portato nelle stanze della letteratura. Ma bisogna ricordare, come hai detto anche tu, che la sua poesia è colma di presupposti letterari, metabolizzati e poi congedati. è forse questa la differenza tra una poesia dell’ingenuità e la poesia ingenua: l’istinto di Penna ha attraversato la cultura.

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  3. Oggi non c’è il deserto, certo non c’è un altro Penna ed è forse giusto che la sua unicità – e quella di tutti noi – viva solo nell’opera magnifica che ci ha lasciato.

    Fabio, grazie per quest’articolo; è utilissimo anche per orientare la lettura critica. Io trovo magnifica la poesia con cui apri, e mi è capitato d’utilizzarla per biglietti d’auguri, dediche ad amici, per illuminare le loro specificità da mantenere tali.

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  4. Andrea tu mi poni una domanda alla quale credo che in tutta onestà nessuno possa rispondere, perché Penna lo si affronta, a mio avviso, solo da lettori.
    è vero, poi, che senza la sua lezione così disarmante e disorientante non ci sarebbero stati esordi importanti, come Gianni D’Elia con Non per chi va, per fare un solo ma rilevante nome. è verissimo che di epigoni o semplici imitatori se ne son visti e se ne vedono ogni giorno sfogliando riviste, raccolte fresche di stampa o blog/siti vari.
    ma l’eredità di Penna io credo non sia stata ancora raccolta se non per parziali e effimere epifanie. Dario Bellezza, certo è più di un’epifania; ma egli seppe portare ben oltre la linea “ingenua” di Penna, “sporcandola” (e sia benedetto il giorno in cui Bellezza iniziò a sporcare la sua poesia).
    oggi, credo, che Sandro Penna possa dare ancora la certezza di un dettato sincero fondato su una precisa scelta di mezzi sempre più ridotti. ma ci vuole alle spalle una profonda conoscenza della poesia: insomma insieme al poeta ci vuole, come dico sempre, il lettore.
    le scelte di Penna sono fondate sull’avere scartato scelte altrui. Penna supera Saba costringendo Saba a seguirlo. Penna accoglie e supera Bertolucci usando la stessa tavolozza di colori. Penna avrebbe insegnato a Quasimodo a essere “classico” se solo Quasimodo fosse stato disposto a imparare qualcosa (ma quando mai???).
    ho pure, ma me ne sono guardato bene dall’affrontare la cosa perché non ho trovato le pezze di appoggio, perciò la butto come boutade; dicevo, ho pure il sospetto che Montale tirò per le lunghe per poi abbandonare la sua intenzione di pubblicare Penna solo perché s’era accorto che i suoi imminenti Mottetti risentivano della scoperta della leggerezza del perugino.
    ma tutto rimane ammantato in un immenso mistero che è la gioia di leggere Penna, in ogni istante. Sandro Penna è una certezza

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  5. Soprattutto quest’anno Penna mi è stato vicino, indispensabile. Comincio a guardare le cose in modo penniano. Ho sempre le Poesie (Garzanti) in borsa, e quando non ci stanno me le ricordo.
    E’ uno di quei poeti che a Venezia vanno letti alla fermata del vaporetto, guardando il cielo o l’acqua…

    Ma ricordarsi la liberazione
    improvvisa è più dolce: a me vicino
    un marinaio giovane: l’azzurro
    e il bianco della sua divisa, e fuori
    un mare tutto fresco di colore.

    grazie Fabio per questo omaggio a uno dei più grandi.

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  6. Fabio Michieli ha presentato il poeta Sandro Penna
    in una maniera eccellente. Non sta a me commentare
    il poeta, forse non ne sono all’altezza pur amandolo,
    mi piace qui ricordare pochi suoi versi:
    La vita…è ricordarsi di un risveglio
    triste in un treno all’alba: aver veduto…

    Ancora grazie, spero che venga fuori un Penna
    da qualche parte.ud

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  7. Lettura rigorosa e impegnativa. L’uso intenzionale dell’aggettivo ‘impegnativo’ – a dispetto della vulgata che l’ha ridotto a mero sinonimo di noia mortale – sta qui a sottolineare sia la sostanza delle argomentazioni addotte, e dunque l’impegno della ricerca, sia il vincolo che Fabio Michieli stabilisce con chi legge queste sue riflessioni ad approfondire e ampliare lo sguardo, verso l’universo poetico di Sandro Penna e verso la storia della sua ricezione.

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  8. Articolo stringente, di una ricchezza e di una densità che rivelano l’acume di Fabio nei confronti della poetica penniana.
    Se dovessi dare un commento in linea con la profondità del presente contributo non ci riuscirei, essendo stato un lettore occasionale di Penna. Ma l’articolo mi ricorda che Penna curò la traduzione di un libro di Paul Claudel, intitolato Presenza e profezia. Un poeta traduce un altro poeta perché vi trova una sensibilità congeniale o comunque vi ha trovato una scintilla che lo ha spinto nell’impresa di tradurlo. La spiritualità di Claudel si incontrò così con la ricerca interiore di Penna, una ricerca sofferta che, credo, possa essere il sintomo di quell’inafferrabilità di cui Fabio scrive, quell’inavvicinabilità a definirlo in maniera assoluta che è la cifra necessaria per liberare il poeta dalle maglie della retorica. Grazie a Fabio per aver restituito un Penna autentico che sapeva chiaccherare “con gli animali e gli dei”.

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  9. Davide il tuo commento è arrivato mentre io scrivevo quello precedente.
    Hai ragione, Penna tradusse Claudel: una delle sue rarissime traduzione. gli costavano fatica e impegno, che lui, un po’ per vezzo un po’ perché davvero era così, cercava di non affrontare. la sua compenetrazione con l’autore e la sua opera sono forse la migliore definizione di quel suo sapere nascondere il suo gran bagaglio (e qui ci vorrebbe Roberto Deidier a commentare, perché non ho mai letto nessuno che come lui abbia saputo muoversi tra le carte penniane).
    il tuo commento, Davide, apre un nuovo spunto di lettura critica il che mi fa dubitare della tua “occasionalità” ;)

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  10. io non so come ringraziarvi per i commenti e la partecipazione, perché leggere è partecipare allo scritto.
    Anna Maria che dirti? grazie. avevo (e ancora ho, perché lo sento incompleto, o comunque mutilo) dei seri dubbi su questo articolo proprio perché avvertivo l’impegno richiesto al lettore. il tuo commento mi conforta, e di questo di sono davvero grato.
    Alessandra, se queste mie righe possono aiutare ad affrontare Sandro Penna allora mi viene il dubbio di avere scritto qualcosa di buono ;)
    Madda hai ragione: Penna è poeta che ti accompagna sempre dall’istante dopo averlo incontrato per la prima volta.
    Clelia, grazie davvero di cuore.
    Andrea la boutade ha un fondamento che ancora manca di serie pezze di appoggio, ma prima o poi le troverò (sulle tracce di Garboli),

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  11. Accidenti! E questo è per fare “un punto della situazione”! Invece non solo è una lettura appassionata (fin qui la tua urgenza privata), ma uno scandagliare ogni anfratto nell’oceano penniano, una lettura “verticale”, che riesce miracolosamente a contagiare il lettore e a rendere un servizio pregevolissimo alla poesia di Penna, offrendo una non banale chiave d’accesso anche a chi ne è un lettore per diletto.

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  12. grazie Luigi!
    non so se davvero abbia scandagliato gli anfratti della poesia penniana; spero però di avere fatto davvero un punto della situazione facendo anche con Penna un po’ quello che feci con la critica tommaseana: un po’ di pulizia.
    essere lettori per diletto di qualsiasi poeta è la strada migliore da percorrere sempre.

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    1. Fritz, ho controllato: non c’è traccia alcuna di un commento tuo oltre a quello qui sopra. mi spiace…
      non ricordi più cosa avevi scritto?

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  13. Provo a riscriverlo adesso.

    Dicevo all’incirca così:

    La scheda critica di Fabio è eccellente; dà un’immagine di Penna esauriente e completa. E’ vero, l’Umbro era portatore di storia, (semmai partendo da quella con la “s” piccola per poi sfociare nella “S” maiuscola, la Storia appartenente a ognuno di noi). Garboli spesso entrava in polemica con qualche altro critico letterario, a proposito di Penna; vi entrava quando qualcuno asseriva che il Nostro fosse un abile fingitore, dichiarandosi incolto e distratto dal mondo dell’erudito. Altri, e Garboli parzialmente pendeva per questa seconda ipotesi, affermavano invece che il Sandro nazionale fosse un cantore tutto istinto -un greco, poco sapendo della poesia greca- Credo personalmente che la via di mezzo sia l’ipotesi più accreditabile. Comunque sia, il perugino ha insegnato un po’ a tutti gli altri autori dellìepoca a contenersi in uno “spartito” misurato, eufonico. Perfino Montale (lo dici anche tu, vero, Fabio?) ebbe, di fronte all’equilibrio del Penna, una sorta di controllatina sul suo dettato ( che era scabro e meno musicale -differentemente musicale-). Nessuno insomma lo vuole ammettere, ma dalla lezione di Penna moltissimi hanno attinto.

    Gianfranco Fritz

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  14. che bel commento, Fritz! grazie.
    Garboli è un po’ l’ago della bilancia della critica penniana; per un po’ è stato l’unico che si sentiva in dovere di parlarne, mentre altri cercavano di dire la loro (e tra questi altri Pecora… glisso).
    Penna è stato un grande lettore: lo testimoniano le pagine di diario, le sue prose che dicono delle sue “frequentazioni” più dei versi; lo testimoniano le lettere e soprattutto le foto dove si vedono libri in pila, spesso con pagine di giornali, appunti o altro sui quali chiunque si sarebbe gettato dopo la sua morte se non ci fosse stata la fretta di liberare la casa.
    Penna stesso, del resto, ha creato il proprio mito: quello del poeta nato da nulla, fatto di luce, purezza e ingenuità. ma le cose non andarono così.
    Penna fece la sua gavetta prima di arrivare a quella perfezione che fece gridare Saba al miracolo, mentre teneva in mano le poesia di Bino.
    mentre Montale agiva in una direzione, Penna svoltava per un’altra tutta sua; sceglieva un altro ramo della tradizione (Petrarca-Saba-Bertolucci, per intenderci) per provare a muoversi in completa libertà. presto ha imparato a “giocare” celando i suoi autori o tirandoli in ballo per depistare, senza usare alcun paretaio.
    da Penna, dopo Penna, tutti hanno attinto: Saba, Montale, Sereni, Caproni, D’Elia, Bellezza, Spaziani (anche se nega), Leto.
    i “giovanissimi” forse lo frequentano meno, e ciò credo avvenga perché non sanno interpretare tutta quella luce e non notano quanto si allunga l’ombra di ogni corpo. ma pure tra i più giovani Penna c’è: rovesciato o citato troppo alla lettera.
    il punto è che è impossibile non incontrare la poesia di Sandro Penna, né come lettore né come critico: prima o poi il suo nome compare.

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  15. C’è un’assenza di cose letterarie che periodicamente s’impossessa della mia vita alla quale col tempo mi sono abituato, che ho imparato a rispettare e a non turbare perchè tutto passa, in fondo. Questa tua analisi così profonda dei versi di Penna, poeta del quale ho soltanto intuito sin qui la centralità e la funzionalità nel panorama novecentesco, limitandomi alla declinazione del semplice ossimoro che Penna è in tutto ciò che gli altri poeti non scrivono, non sognano, non temono, questa tua analisi e alcuni commenti più sopra mi portano a ragionare su quanto, in effetti, di penna ci sia stato nell’opera degli altri. Anche se mi sfugge il punto di probabile raccordo tra l’opera di Penna e quella di Montale, che dalla prima all’ultima delle sue stagioni compie una parabola a mio avviso completamente diversa. Una pagina attenta, la tua, da tenere ad esempio per come a fondo merita di essere letta la poesia.GS

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    1. caro Gianluca,
      prendi i Mottetti e prendi le poesie di Penna che vanno dal ’28 al ’39 e capirai di cosa parlo.
      ci sono certi accenni di Montale che sanno di Penna per un’improvvisa accensione, che so! negli attacchi, negli incipit, che prima il ligure non conosceva in alcun modo, in modo assoluto non conosceva (l’intera tradizione italiana non conosceva).
      se poi ti capitasse di scorrere le pagine del carteggio con Contini ti verrebbe pure il dubbio che la lettura di Penna fosse stata a un certo punto una sorte di ossessione per Eusebio (nel mentre la “cara” Mosca accusava Penna di ogni possibile nefandezza, a partire da misteriosi furti… che cara donnina…).
      come scriveva bene Andrea Accardi più sopra, la mutuazione o il reciproco scambio non sempre si devono risolvere in una citazione esplicita, o in una criptocitazione (più nel costume sereniano, o fortiniano); si possono pure tradurre nell’accoglimento di movimenti prima sconosciuti che regalano nuove accensioni (torno su questo termine, lo so). ma resta tutto da dimostrare mancandomi la prova provata, seppur continuo a rovesciare l’edizione critica del ligure in cerca di quel che non trovo ancora (e che probabilmente mai troverò).
      comunque, e questa è storia, il punto di raccordo tra Penna e Montale sta nella breve stagione in cui i due ebbero assidui contatti; sta nell’interessamento montaliano a fare pubblicare le poesie di Penna; sta, poi, e improvvisamente, nei molti dubbi sorti in Montale sui contenuti delle poesie penniane, e guarda caso i dubbi aumentano mano a mano “Le occasioni” si fanno più incombenti e i Mottetti sono pressoché completati (e questo lo dico con i carteggi Montale-Contini e Montale-Penna alla mano).

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  16. Ci sono due aspetti che al momento io giudico controtendenti, ma semplicemente perchè fuorviato dall’assoluto silenzio del mattone mondadoriano a cura di Zampa a riguardo del carteggio con Penna avvenuto in quegli anni: sappiamo che Montale produsse la maggiorparte delle poesie poi confluite nelle Occasioni nel ’38, dopo anni di secca tali da rendere impossibile al poeta la pubblicazione di un paio di plaquettes richiestegli ed in corrispondenza dell’uscita dei primi versi di Penna. E questo da un lato avvalorerebbe la tesi di un effetto Penna sulla novità delle Occasioni, soprattutto in connessione con il brusco cambio di rotta a proposito della poesia di quest’ultimo e con la interruzione del carteggio stesso-
    Tuttavia sappiamo anche che in Occasioni confluirono due produzioni ante ’28, proposte perché congeniali al tema del libro e perché considerate contigue al limine degli ossi. E questo potrebbe invece favorire un ulteriore rimando ai Trucioli di Sbarbaro per spiegare quegli incipit di alcuni dei mottetti (penso soprattutto a Lontano, ero con te…) che appaiono così contrastanti rispetto all’humus e al corpo della poesia di Occasioni. Non Penna, dunque, ma ancora Sbarbaro, indubbiamente il maggiore riferimento nella formazione del poeta. A me comunque manca un pezzo del puzzle che invece tu hai: il carteggio tra i due poeti.

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  17. io comincerei col non leggere più Zampa ;)
    uno che assembla un Meridiano rubacchiando dall’edizione critica senza quasi citare mai Contini e Bettarini la dice lunga… comunque è più che probabile che tra le tante cose, Zampa non conoscesse davvero l’esistenza del carteggio (o di quel che è sopravvissuto del carteggio, perché le lacune sono più che evidenti oltre a quanto dichiarato dal curatore, Deidier).
    però, attenzione Gianluca, io ho fatto e faccio e farò sempre esplicito riferimento ai soli Mottetti (pendant ‘luminoso’ agli ossi brevi della raccolta d’esordio) e non all’intera raccolta, per quanto uno studio condotto su più vasta scala potrebbe condurmi a risultati o considerazioni nuove, e forse del tutto diverse.
    va da sé, perciò, che Versi vecchi e altri testi inseriti nelle Occasioni come ponte necessario con Ossi di seppia non possono trovare alcun legame con Penna ma continuare sul solco di una continuità con Sbarbaro.
    cosa che non è più valida, se non per comodità critica, ossia ricorrere a formule facili che imprigionano un autore per l’eternità, per tutto quando scritto e inserito nella raccolta dopo lo stallo creativo (e lo dico con il carteggio con Contini alla mano).
    mi ha lasciato sempre perplesso la brusca interruzione di un rapporto nato nel segno di un entusiasmo che invase Montale (“persuade moltissimo” scrive il ligure) forse più della passione per la Volpe: ancor più se l’interruzione data 1938, ossia prossimi alla pubblicazione delle Occasioni, e più in là di Poesie per interessamento d’altri e non più di Montale.

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  18. dai che quello di Zampa è un buon lavoro. E poi picchiando verso il piano credo che su quell’interruzione pesi più il giudizio della mosca che una fuga dai possibili accostamenti. E poi ancora è l’influenza delle Occasioni sulla poesia del tempo, verosimile a trovarsi ancora oggi, che mi condiziona. L’opera di Penna non la interseca, nè a mio avviso influenza quella di altri ( nemmeno quella di Saba,che pure vi sembra accostabile). E ciò che ancora oggi ci porta a rileggere Penna è proprio questo.

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  19. mi spiace Gianluca ma Zampa è una gallina, e lo confermano i moltissimi cliché presenti in quell’introduzione che oramai andrebbe rimossa e collocata in un nuovo meridiano intitolato “Hanno detto di Montale senza capirne una mazza…”.
    tu continui, perdonami, però a vedere il rapporto Penna-Montale sulla scia dei lasciti di entrambi nella successiva tradizione novecentesca; io invece la colloco nel cosiddetto “loro privato”. quando Montale comincia a leggere, frequentare (ben poco di persona, di più per corrispondenza) Penna è ancora viva la fase Ossi di seppiaCasa dei doganieri e altri versi, ossia la plaquette di giunzione – alla luce del poi – con Le occasioni; mancano del tutto i Mottetti.
    i due si scriveranno dal ’32 al ’38 (guarda tu!) e di Penna poco è uscito in rivista (i testi che faranno davvero sensazione nel milieu di quegli anni appariranno a inizio ’33 in “Circoli”), e Montale si dichiara (ma lo dichiarerà pure a Contini) totalmente conquistato e se si conosce un po’ la figura del ligure si può anche capire fino a che punto potevano agire certe conquiste (penso – sempre sulla scia del carteggio con Contini e soprattutto alla frequentazione con Contini – a quanto agiranno in futuro gli stimoli danteschi e l’edizione delle Rime).
    che poi sull’intera tradizione successiva a Le occasioni abbia agito più Montale e non Penna, poco importa a mio parere per il discorso legato a quella che continuo a considerare una boutade.
    mentre è innegabile che Saba abbia acquistato una certa leggerezza solo dopo l’incontro con la poesia penniana.

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  20. Lo sapevo che quell’unica t non era un refuso, e ovviamente la cosa mi incuriosisce, visto che tutto convergerebbe (note dell’autore comprese, nei vari invii mano o dattiloscritti dei singoli frammenti a rivista o in epistola nel periodo ’28-’38) verso Mottetti, ma il punto è che a mio avviso il Montale delle Occasioni infila la poesia nel solco di quel novecento introspettivo e refrattario a cui gli altri giungeranno in buona parte solo dopo l’orrore della guerra. La mia ipotesi è che a questo cambiamento contribuisca più l’influenza di Svevo e di Bazlen e di Eliot, che il Penna concentrato nella sua vicenda personale e poetica. Con Occasioni la poesia di Montale diventa intimamente universale (oscura, la definisce lui nella lettera inviata a Giulio Einaudi che lo pubblicherà nel ’39), ed è un mutamento enorme, se ripensi ai muretti a secco e in generale alle atmosfere assolutamente liguri degli Ossi. Non considero Penna un viatico, una lepre da segugio, e sebbene non escluda la profonda influenza che abbia avuto su Saba, non gli riconosco un ruolo prominente nella trasformazione del linguaggio poetico che ha caratterizzato la seconda metà degli anni trenta. Bella la battuta su Zampa.

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  21. cacchio! io e le doppie non andiamo d’accordo ;)
    i MottetTi sono sempre stati tali, tranne che per un veneziano come me. detto questo, cerco di spiegare meglio la questione dell’apporto penniano alla poesia montaliana.
    non si tratta minimamente di questioni tematiche, filosofiche o altro. nulla di tutto ciò; io mi riferisco a veri e propri movimenti prosodici: aperture, incipit che mi ricordano da vicino Penna e non altri.
    che poi alla base di Le occasioni ci siano Svevo, Eliot (sicuro) e Bazlen e altri, è tutto vero e tutto confermato.
    Penna non può agire sui temi montaliani perché Montale percorre una sua strada.

    p.s.
    ho corretto, spero, tutte le volte che ho citato male il titolo Mottetti.

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  22. Azz, e io che sono andato a spulciarmi tutto il repertorio montaliano in mio possesso! :-))))
    Facciamo un salto in avanti: fuori gli incipit e le aperture ‘incriminate’. ovviamente non sono alla ricerca dell’elemento che smentisce, ma di quello che ignoravo e che avvalora.

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  23. Gianluca, quando avrò terminata la seconda (o la terza) parte dell’intero articolo gli incipit usciranno.
    il buon Marchese, per esempio, ha sempre negato, ma perché ostile a Garboli, un qualsiasi livello di mutuazione, e nel negare mostrava comunque di essere ancora legato a una visione ‘sbrigativa’ della figura di Penna: “il poeta perugino ci dà il meglio di sé nelle descrizioni astratte, quasi surreali di improvvise epifanie della vita […]. Cose delicate che, tuttavia, non possono aver insegnato nulla al Montale dei Mottetti, come qualcuno ha sostenuto con eccessivo amore per il troppo trascurato Penna”. capisci anche tu che un’affermazione simile denuncia più un’acredine verso terzi che non una lettura al confronto.
    per altro Marchese, e altri, hanno sempre preso come punto di riferimento le date di pubblicazione delle raccolte di Montale e Penna, senza minimamente andare a vedere le date di composizione, di pubblicazione in rivista (tacendo altre date che sono quelle contenute nelle lettere di moltissimi carteggi tra personaggi che in un modo o nell’altro avrebbero potuto fare leggere ai due i rispettivi componimenti).
    ripeto ancora una volta però: la mutuazione non ancora dimostrabile perché manca la prova provata (lo ripeto sin dall’inizio) va oltre un calco. io personalmente avverto in certe movenze dei Mottetti il fatto che il ligure avesse assorbito totalmente la lezione penniana attraverso quel che di Penna poteva avere letto dal ’32 al ’38 (e Montale aveva in quegli anni sicuramente letto quasi tutte le poesie che poi confluiranno in Poesie, perché, e questo è un fatto e non una supposizione, Montale s’era personalmente impegnato, progettandola fin nella qualità della carta, per un’edizione a stampa che sarebbe dovuta uscire ben prima del ’39; sarà invece Solmi, dopo l’abbandono del ligure, a prendersi in carico le poesie di Penna).

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  24. rileggendo tutta la discussione mi preme aggiungere una piccolissima, pedante, ma necessaria glossa: Poesie di Penna pubblicate da Parenti uscirono a stampa tre mesi prima delle Occasioni, ossia all’incirca nel giugno del ’39, ovvero quando con urgenza Montale inviava due mottetti (in data 19 giugno) a Giulio Einaudi che già lavorava al manoscritto delle Occasioni, che aveva con sé dal maggio precedente. parlo dei mottetti Lontano, ero con te quando tuo padre e Al primo chiaro, quando / subitaneo.
    gli altri due mottetti ‘incriminati’ (sulla scia di quanto scrissero Garboli e successivamente Deidier) vennero aggiunti nella seconda edizione delle Occasioni, quella del ’40, e sono Addii. fischi nel buio e Ti libero la fronte.
    insomma, e forse non ci sarebbe bisogno di altre pezze o prove provate, a controllare le sole date di composizione e poi organizzazione della serie dei Mottetti verrebbe da dire che prendono forma e sostanza dopo l’incontro con Penna; anche perché i più antichi Mottetti, quelli composti tra il ’33 e il ’34, ancora non contengono Clizia e ne accoglieranno la presenza solo con la collocazione come quarto mottetto proprio di Lontano, ero con te quando tuo padre, che nell’indice recherà un bel punto di domanda come indicazione cronologica.

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  25. Poco ha a che fare con Penna e pertanto mi scuso per la divagazione, ma in questi giorni ho riletto il calabrese Lorenzo Calogero e non ho potuto fare a meno di notare quanto certi attacchi, certe scelte stilistiche di Avaro del tuo Pensiero siano prossime e accostabili alla prima parte de ‘La Bufera e Altro’, pubblicato più o meno negli stessi tempi in cui Calogero scriveva a svariati editori ( tra cui proprio il Giulio Einaudi citato presso il quale furono smarriti precedenti manoscritti inviati da Calogero nel 1954), poeti e critici in cerca di appoggio o recensione. Buona parte del carteggio di Calogero è tuttora inedita e vincolata all’esito di una disputa ereditaria. Comincio a pensar male del nostro ‘poeta assassinato’.

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    1. se per prima parte di “La bufera e altro” intendi Finisterre devi tenere conto che come plaquette uscì prima nel ’43 e poi nel ’45 quindi può tranquillamente essere stata letta e assimilata da Calogero.
      ma non lo conosco affatto e quindi altro non so dire

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  26. Si, pensavo a Finisterre, ma le date non tornano, oppure tornano ma è tutto ancora chiuso come scrigno in quel di Melicuccà, tra i documenti inediti di Calogero. Bah.

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  27. Eccellente analisi !
    Penna non fa mai ricordare i modelli,trascrive direttamente dal vissuto.In effetti la sua vicenda di omosessuale, ne ha segnato duramente la vita e l’attività poetica , in quanto le sue liriche dovevano fare i conti con il provincialismo culturale del tempo e con gli atteggiamenti ostili di molti letterati.
    In “Mi nasconda la notte il dolce vento” Penna appare lontano dallo spirito iconoclastico di un Rimbaud, che faceva della diversità e della volontà di provare “tutte le forme d’amore”un motivo di privilegio e un supremo atto conoscenziale,alieno dallo spirito provocatorio dell’albatro baudeleriano che “si ride dell’arciere”,la sua è poesia dai toni delicati e sofferti.L’ottativo “mi nasconda “si fa da solo interprete di una completa assenza ai grandi temi della società e della storia e di una totale esclusione dalla vita.
    Grazie Fabio . Posso ribloggare su nugae11?

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  28. grazie per il bel commento, argomentato e ricco di spunti; per esempio, il nesso con Rimbaud è un aspetto che da tempo sto rincorrendo perché ogni tanto mi è sembrato di rintracciare in Penna l’eco precisa di un verso rimbaudiano.

    certo che può ribloggare il contributo! può solo fare piacere a me e al resto della redazione.

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