Iuri Lombardi, I banditori della nebbia (Nota di Carlo Tosetti)

Ho conosciuto la scrittura di Iuri Lombardi attraverso i suoi versi, precisamente con la raccolta Il sarto di San Valentino (qui la recensione su Poetarum Silva) e nella lettura del romanzo I banditori della nebbia (LFA Publisher, Napoli 2019) ho ritrovato atmosfere e immagini care all’autore e evidentemente centrali nella sua visione della realtà.
Nell’opera di narrativa, infatti, seppure con minore intensità e diverse tonalità rispetto alla raccolta sopra citata (e ciò si spiega nella natura del verso, di fatto l’essenza della prosa), si segue lo srotolarsi dei fatti immersi in una sorta di malessere; la vicenda si snoda davanti a una scenografia impregnata di melanconia, che attinge la sua energia sia dal ricordo, sia dalla stasi, dalla immobilità dell’ambiente, palco dei protagonisti.
Lombardi pesca immagini da un passato in cui la forza motrice della vita rurale, portata dai contadini nelle città, non si era ancora esaurita; nel romanzo, allora, come nei versi, ritroviamo per esempio un balcone, a Lucca, che rammenta i ballatoi; questi, nelle case di ringhiera, non rappresentavano soltanto un’agorà, un luogo di confronto, di socialità, ma spesso un locale in più, uno spazio utilizzabile.
Non è casuale, quindi, che Laura e Paolo (due dei personaggi del romanzo) vadano a convivere in un palazzo vecchio, popolare, a ridosso delle mura vicino a Porta Elisa, dove l’anziana vicina (Sora Beppa, “arrivata là portandosi dietro tutto il suo passato e quella cultura legata ai campi, alle storie dei fantasmi e dei fantocci allestiti durante la candelora, gli spauracchi infuocati durante la notte dell’epifania […]”) ha allestito un pollaio di fortuna sul balcone, in barba a ogni attuale regola igienica e di civile convivenza e ciò avviene per ragione d’una disarmate innocenza: per avere le sue uova e qualche spiedo.
Sempre nel romanzo, come nei versi, compare un sarto. Nella raccolta Il sarto di San Valentino è il protagonista del poema a chiudere la silloge, una lunga allegoria che nel romanzo mantiene anche una valenza simbolica e veste Matilde e Giorgio, per assolvere con dignità al ruolo di testimoni di un matrimonio non annunciato.
Il vestito del sarto verrà quasi strappato da Matilde, travolta dal dolore perché Diva, una ragazza del gruppo con tendenze autolesioniste e suicide, scompare.
Scompare proprio quel giorno di gennaio, al matrimonio di un amico, sulla spiaggia vuota di Vecchiano.
La spiaggia vuota è manifestazione dell’impassibilità dell’ambiente, una glaciale impassibilità che veicola il vuoto nei protagonisti e nel lettore, attraverso il respiro: “Gli antichi sostenevano che nel respiro ci fosse l’anima…”, dice Giorgio a Matilde, questa in preda a una crisi d’ansia, proprio quel giorno, sulla spiaggia.
Questo disagio dall’ambiente montaliano trasuda dalle mura e dai palazzi, che Lombardi descrive con linguaggio dotto, rotondo, eppure rendendo palese l’assenza di anima delle cose, benché le cose pullulino di vita, di persone, la cui terrenità, umanità, è resa dalle pulsioni, dalla carne, stimolo che pare opporsi al trascinarsi dell’esistenza apparentemente finalizzata alla sola sopravvivenza: al lavoro quale necessaria fonte di sussistenza e dal potere ansiolitico.

Dal primo capitolo:

“[…] Ci incamminiamo per i tanti angiporti, per gli sdruccioli piastrellati di grigio, lungo gli archi di accatastate case affacciate sul nulla della strada, percorriamo via delle Chiavi d’Oro, di norma entrando da Porta Elisa, sino ad arrivare poco fuori l’andito che introduce, come fosse una sorta di Caronte di pietra tra pietre, nella piazzetta dell’Anfiteatro. […]”

“[…] La città è un labirinto di schiamazzi, un vortice di scintille senza luce, diafane, lo strepitio di una arena senza pari; il sipario aperto di un universo attonito nell’attesa di una morta festa. La sera, a sole tramontato, iniziano all’unisono ad accendersi i timidi lampioni e da sopra le mura irrompe sgonfiato un orizzonte anonimo.
-Siamo come mosche in una rete- dico a Leonardo […]”

Nella lettura del romanzo, le descrizioni dell’ambiente e altri particolari mi hanno ricordato la sapiente mano di Antonioni, l’Antonioni di Blow-up e della “trilogia dell’incomunicabilità” (L’avventura, La notte e L’eclisse).
Il Dottor Della Farina è un ricchissimo psichiatra e imprenditore della comunicazione, proprietario dell’emittente televisiva dove lavorano i protagonisti.
Della Farina ha un progetto inaudito e terrificante: la costruzione di una clinica psichiatrica sotto la superficie del mare, per sottrarre il tempo ai malati, perpetuando la condizione della malattia, da un lato risolvendo (nascondendo) il disagio alla radice (è il calarci nel divenire e il contrasto che ne deriva, a stabilire che un assetto psichico sia patologico), dall’altro con l’evidente scopo di lucro, assistendo ad infinitum i malati.
Ebbene, Della Farina scompare subito nel nulla e questo evento (e come si evolve) mi ha dato le medesime sensazioni del cadavere di Blow-Up.
Nel film, infatti, Thomas scatta casualmente la fotografia di un tentativo di omicidio, ma nulla si saprà di questo cadavere e la narrazione di Antonioni si sposta di lato, come se il cadavere nel parco sia unicamente scintilla e motore degli eventi, ma non solo: il cadavere (perdonate la facile ironia) non si esprime, non ha vita, ed è simbolo del tedio che assale il protagonista in una Londra brulicante ma – di fatto – vuota.
Ne I banditori della nebbia si scoprirà quale sia stata la sorte di Della Farina, e ciò avrà delle conseguenze, ma la descritta asetticità e ieraticità dei pur pomposi palazzi, delle mura antiche, e la sensazione che i personaggi non ci confessino mai del tutto la propria natura, richiama, appunto, il mal de vivre della trilogia di Antonioni.
Nella trafelata quotidianità del mondo della comunicazione (lavoro che tende ad assorbire totalmente le giornate) l’uomo cerca di esistere e l’esistenza si manifesta soprattutto con intensità parossistiche: le fantasie sessuali in bar culminano con atti di autoerotismo che non è possibile trattenere, l’ansia impedisce le erezioni e si affaccia con prepotenza alla coscienza, il rifiuto dello status quo produce i neri fiori del suicidio, l’arte (la realizzazione di un quadro) sfocia in una relazione fra pittore e modello, relazione che, sì, contempla l’amore, ma assume anche i contorni della fuga necessaria, dell’antidoto al mondo.
Pare quasi che la vita reale, quella impastata di anima e di carne, sia schiacciata dalla cappa della società moderna e che, inevitabilmente, non possa che esplodere quando la pressione interna supera la forza della castrazione.
Appare chiaro il peso simbolico del folle progetto di Della Farina: industrializzare la sottrazione del tempo non è altro che sfruttare una dinamica che pervade la nostra esistenza.
Credo sia questo il messaggio di Lombardi. La difficoltà dell’atto naturale per antonomasia: esistere.

© Carlo Tosetti

 

Iuri Lombardi, Firenze 1979, poeta, scrittore, saggista, drammaturgo. Vive a Firenze.
Ricordiamo: i romanzi Briganti e Saltimbanchi (Siris, 1997), Contando i nostri passi (Romano, 2009), La sensualità dell’erba (Biondi, 2012); le raccolte di racconti Il grande bluff (Lettere Animate, 2013), La camicia di Sardanapalo (Talos, 2013), I racconti (Poeti Kanten, 2016). La saggistica: l’apostolo dell’eresia; per la saggistica: L’apostolo dell’eresia (Faligi, 2015).Per il teatro: La spogliazione, Soqquadro (Poeti Kanten, 2016).
È fra i fondatori di Yawp e ne dirige la sezione di critica letteraria. Collabora con siti e riviste letterarie.
L’ultima raccolta poetica è Il Sarto di San Valentino (Ensemble, 2018).

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