“Residenza fittizia” di Alessandro Niero (rec. di Giorgio Pozzessere)

Alessandro Niero, “Residenza fittizia”, Marcos y Marcos 2019, 20 euro
Residenza fittizia di Alessandro Niero
(recensione di Giorgio Pozzessere)

 

Nell’introduzione al libro di Dmitrij Prigon[1] da lui curato, Alessandreo Niero scrive, tra le altre cose, che “Prigon-poeta costringe, innanzitutto, il lettore a tagliare i ponti con ogni residuo di ispirazione intesa in senso tradizionale, ossia ricollegabile alle propaggini novecentesche (e non ancora morte) di una temperie romantica latu sensu. Siamo infatti di fronte non più a colui che si pone in ascolto di ciò che «ditta dentro», bensì al lavorio e al ‘lavoro’ di chi abbia deliberato di produrre/sfornare testi poetici”.[2]
Leggendo la sua ultima raccolta, pubblicata da Marcos y Marcos, Residenza fittizia,[3] ho pensato che questo principio si potesse applicare anche al suo fare poetico e alla sua ultima opera, non solo per il lessico usato – tagliare rientra nel campo semantico della raccolta –, ma anche per la dichiarazione di anti-romanticismo e di lavorio costante del verso, che ben si confà alla sua idea di poesia e di cura della parola poetica. Infatti, in Poeta levigato, uno dei componimenti più taglienti, erompe proprio questa idea del fare poetico, questa critica nei confronti dei poeti sciatti e sentimentali, novelli “cerusici”, un tempo chirurghi dotati e adesso solo incapaci, non a caso anche attraverso la cura metrica – è fondamentale notare come le due strofe che compongono la poesia siano diverse a livello metrico e come questa diversità sia fondamentale per comprendere il testo.

Con le parole ha commerciato troppo:
il verso corre liscio
privo del troppo, privo del rattoppo,
privo della sua forza di scudiscio.

Dal pentagramma, allora, esce conscio:
rompe e spacca la linea della musica
come un inabile cerusico.[4]

Si noti anche il lessico scientifico, in questo caso usato in senso ironico e quasi spregiativo, di stampo medico-biologico, che pregna l’intera raccolta. Si pensi al “resecare” della poesia del segno meno,[5] alla “tricofilia” di Studenti, arancini e tricofilia,[6] a “cuore carenato” di Persasi di vista[7] o ad “argento colloidale” di Testimone di fede.[8] E questi non sono che alcuni esempi. L’intera raccolta, fino alla sezione Nove pensieri per Bea – e questo è molto importante per comprendere il senso della raccolta –, è permeata da questo lessico, non per un vuoto vezzo stilistico, ma per indicare la via che secondo l’autore andrebbe percorsa per cercare di trovare determinate soluzioni ai problemi e ai disagi della contemporaneità. Ed è proprio il rapporto conflittuale con questa contemporaneità fatta di non-luoghi e di non–tempi uno dei temi che più ritornano nell’opera e che sembrano ossessionare il poeta. Spesso è proprio in questi non-posti,[9] dove il poeta, perso tra le azioni quotidiane, trova barlumi di verità, sprazzi di conoscenze, che non sono mai assolute, come il magistero di De Angelis gli ha mostrato, ma sono solo possibili. Si può vedere questo nella poesia The train stops at Bologna Centrale, in cui nel non-luogo per eccellenza, il passaggio di intercomunicazione dei vagoni di un treno in cui l’autore incontra un “neoitaliano”, il poeta ha il barlume di un’intuizione, subito frenata dall’avverbio “forse”.

[…] come
se nel frattempo frammenti di mondo
potessero spostarsi oppure togliersi.
E forse ha ragione.[10]

È un rapporto molto conflittuale con la contemporaneità, fatta di quell’“intrico di ramaglie”, di quel “sovrappiù”, che Niero cerca sempre di togliere, di sfrondare per trovare quell’essenza dell’esistenza che si scopre in piccole note di transito, nel rapporto con la figlia Bea e nella neve, in quel bianco che copre il sovrappiù di rumori e di colori della città e del vivere contemporaneo.

Alcune recensioni hanno parlato, per il componimento iniziale della sezione Segno meno, di poesia serio-comica, anche se, a mio avviso, non solo questa ipotesi è del tutto fuori discussione, ma anche fuorviante. In questo componimento c’è l’idea fondante del togliere, il resecare del testo, quello che è di più, l’eccesso, ciò che crea le residenze fittizie da superare per raggiungere l’autentica esistenza e l’abbandono dell’Io. Il segno meno

è un solitario fil di lama orizzontale
perfettamente idoneo a resecare.

Anche se quest’azione, questo segno meno, non è da noi controllabile del tutto, perché non sappiamo – più? – farne uso,

Non ne facciamo uso. Esso ci usa
per i suoi scopi senza darcene ragione.[11]

esso resta fondamentale. Ed è proprio il risultato di questo resecare uno dei motivi, se non il motivo centrale, che è ricercato in tutta la raccolta ed è trovato nella presenza lancinante della figlia, nella terra che non scende a compromessi e nel candore della neve. Molto spesso questi luoghi e questi tempi in cui l’essere si riscopre autentico sono sentiti solo dopo un attento e chirurgico togliere, come si può leggere in Prima che sia tardi.

Forse se togli tagli trinci lesto lesto,
prima che si dilegui, resta il resto.

A partire dalla composizione iniziale, con in calce i versi finali di L’idea centrale di Milo de Angelis – uno dei poeti che si vedono, seppur in filigrana, in questa opera –, in cui si legge

Dopo lo sfondamento e lo sfrondamento
dei rapporti e legami
[…]
E quel che resta in fondo è fame

Ma questa continua volontà a oltrepassare e a tagliare il superfluo è anche la sua ricerca poetica, il suo antidoto alle troppe parole e troppo poco curate poesie dei nuovi poeti. In questo è indicativo il componimento Poeta levigato della sezione Fotografie e autoscatti, sezione che, soprattutto nella seconda metà, riprende i motivi dell’Antologia di Spoon River, anche se traghettati dal lavoro di De Andrè,[12] e fa trasparire il suo credo poetico, come si evince bene dal componimento d’apertura della sezione.[13]
Questa sezione mette bene in luce un’altra caratteristica del poeta e di quest’opera in particolare: il dialogo costante con i poeti del passato, gli autori che lo hanno influenzato. E se le influenze macroscopiche – si pensi a De Angelis, a Giudici, a Brodskij o a Baudelaire – non sorprendono chi conosce la storia culturale dell’autore, altre lasciano meravigliati. Si pensi alla poesia Il sentiero,[14] che apre Note di transito, la sezione più lunga, quella che ha generato l’intera raccolta, e al sottotesto spiccatamente montaliano. Già a partire dalla dedica “per A.C.”, che richiama la celebre poesia di Diario del ’71 e del ’72, si vede questo rapporto con Montale, questo bisogno di superare la sua visione esistenziale e poetica. Per non parlare del lessico. Si pensi all’“intrico di ramaglie”, al “sentiero che adesso si aguzza”, alle biche parafrasate, agli “atti” di questo componimento, oppure ai “cascami” della poesia Filosofia spicciola sulla differenziata.[15] Tutta una terminologia montaliana – per lo più del primo Montale, del Montale di Meriggiare pallido e assorto – che indica ciò che bisogna superare, ciò che si deve lasciare perché ormai vecchio e di un’altra epoca. E lo stesso vale per i riferimenti a Ungaretti – alcuni dei quali stucchevoli: penso alla poesia Ungaretti dissepolto [16] e a Benedetti, questi a dire il vero più sottili e più di gusto che di ricalco lessicale.
In questa raccolta c’è un cambio nella musicalità rispetto alle altre, una cura metrica finissima. Si noti l’uso massiccio della metrica classica – la sezione Ingresso ne è un esempio lampante, con la sua alternanza endecasillabo-settenario, doppio settenario, quinario nella prima poesia e la quartina a endecasillabi incrociati della seconda – e l’uso  di una versificazione più sperimentale – si noti il tredecasillabo unito al triplo quinario della chiusa della poesia del segno meno oppure all’uso della tmesi per risaltare il significato della parola divisa, non solo per non strabordare dai paletti metrici.
La raccolta, infine, è come se fosse divisa in due metà, non solo a livello tematico e lessicale, ma anche a livello fonetico. Se nella prima parte c’è una ricerca e un uso ripetuto di gruppi fonetici aspri e duri, nella seconda parte l’autore lascia spazio a parole chiare e semplici, soprattutto nelle ultime due sezioni, quelle in cui propone – e ha – soluzioni non definitive.
In Residenza fittizia Niero, partendo da temi a lui congeniali, sviluppati soprattutto in  Il cuoio della voce, con una forza nuova e un’ispirazione più vivida, invita i lettori a non rimanere fermi nelle proprie convinzioni, ad andare oltre, a vivere la contemporaneità in maniera più autentica.

© Giorgio Pozzessere

 

[1] D. Prigon, Oltre la poesia, a cura di A. Niero, Venezia, Marsilio, 2014.
[2] Ivi, p.11.
[3] A. Niero, Residenza fittizia, Milano, Marcos y Marcos, 2019, 20,00€.
[4] Ivi, p.32.
[5] Ivi, p.13.
[6] Ivi, p.27.
[7] Ivi, p.41.
[8] Ivi, p.33.
[9] Tra i non-luoghi ci sono gli ipermercati, l’IKEA e la stazione. Ma è tutta la città con il suo rumore a essere spesso un non-luogo.
[10] Ivi, p.14.
[11] Ivi, p.13.
[12] Si pensi per esempio alla poesia Il farmacista, che ha molte più cose in comune con Un chimico che con Trainor, il farmacista o a Il matto del paese, che porta all’estremo la non comunicabilità di Frank Drummer, mossa già fatta da De Andrè, modulandola sulla poesia Vigile urbano di Gianni Rodari.
[13] La poesia è Traduttore.
[14] A. Niero, Residenza fittizia, cit., p.49.
[15] Ivi, p.17.
[16] Ivi, p.18.

Giorgio Pozzessere è nato a Francavilla Fontana (BR) nel 1991. Si è laureato in Italianistica all’Università di Pisa con una tesi su Elio Pagliarani. Dopo il master il Editoria cartacea e digitale presso la fondazione Eco dell’Università di Bologna, lavora in ambito editoriale. È appassionato di prosa e poesia contemporanea, e di saggistica scientifica divulgativa. All’attività editoriale affianca la sua passione per la scrittura.

Un commento su ““Residenza fittizia” di Alessandro Niero (rec. di Giorgio Pozzessere)

  1. Ho letto e apprezzato tantissimo questo nuovo libro di Alessandro Niero. Giorgio Pozzessere ben dice della preziosità di questa parola poetica che taglia e incide profondamente dentro.

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