Se “il cuore non si vede”: intervista a Chiara Valerio

Chiara Valerio, “Il cuore non si vede”, Einaudi 2019, euro 17.50

Chiara Valerio è leonardesca. Dottorato in matematica, splendida prosa, occhio acuto e lingua critica, grande talento nel far brillare gli altri. Verrebbe da dire: viva la letteratura che ce l’ha. E guarda un po’, è la nostra.
Perché al momento presente Chiara Valerio è (tra le altre cose) saggista e traduttrice, drammaturga e redattrice, ma soprattutto autrice di romanzi, biografie della matematica, migliori definizioni di cosa sia una persona agli occhi della sorella minore (“la via la verità la vita”, in Spiaggia libera tutti, Laterza 2010), personaggi come Antonia Speranza (Nessuna scuola mi consola, Nottetempo 2009), sorta di Pizia di Dürrenmatt da collegio docenti dallo spiccato dono dell’ipotassi, e di uno dei più bei compianti  della storia dell’arte (in Almanacco del giorno prima, Einaudi 2014): un ragazzino disteso tra gli oleandri.
È da poco in libreria con Il cuore non si vede, per i tipi di Einaudi. Per chi bada al cosa, Andrea Dileva si sveglia una mattina senza un cuore, e una cadenza dopo l’altra, pure in un organismo funzionante, deve dire addio a molti organi. Per chi bada al come, c’è una cosa che salta all’occhio e che è presente in tutti i libri di Valerio, tanto da fornire loro una sorta di impronta di velocità scoiattolesca: mantenendosi all’interno di una terza persona singolare, la cifra di Chiara Valerio con la lingua è connessa a una pratica ferrea nello stare ancorati al procedimento del pensiero, e nel saperlo riprodurre. Ne viene un libro che dirige specie le primissime pagine a mimesi perfetta della formazione del concetto, l’incapacità della mente umana di registrare il reale fissando il fuoco, per quanto fondamentale sia l’argomento. Anche quando ci si sveglia senza un cuore, e la cosa dovrebbe occupare ogni sinapsi, l’inevitabile funzionamento del pensiero è a metà tra approfondimento e digressione. Ci si sveglia senza un cuore, e ci si chiede – una serie infinta di cose, non necessariamente collegate tra loro, accanto allo stupore su chi abbia scelto, per le pareti, quella precisa gradazione di grigio. E questo perché approfondimento e digressione, e quella precisa gradazione di grigio, sono sangue e vita, la reale realtà accanto e nonostante la fiaba di un organo perduto. In parole povere: quando non si è più quelli di prima, non lo si è rispetto a chi? Così in questo romanzo di sparizioni spariscono organi e ghiandole, giocatori di nascondino, donne delle pulizie in imbarazzo. E a stento le parole riescono a fare mondo, nell’identità tra i verbi servili, nel “dubbio tra stare e andare”, nel “chiamarsi, forse, questa era l’avventura”, in un istinto golemico a non sfumare.

L’incredibile equilibrio di Barthes, nei Frammenti di un discorso amoroso, è essere in grado di parlare per duecentoquindici pagine ininterrotte d’amore, senza essere mai stucchevole. Tu riesci a mantenere dritta la barra, a fronte di una finissima intelaiatura di trama, su una continua riflessione sui legami. Senza una sbavatura. A che letture sei debitrice per questa attitudine chirurgica alla parola?

Mi piacerebbe saperlo con esattezza almeno questa volta. Ma non lo so. Mi vengono in mente, ma è la domanda che mi sollecita questa memoria, i quaderni di Simone Weil, che in effetti ho letto molto ragazzina e poi molto spesso. Mi viene in mente quel modo che Saramago ha di raccontare l’amore tra Blimunda e Baltasar ne Il memoriale del convento, parlando di tutt’altro in fondo, della cantoria, di padre Bartolomeo. Poi mi viene in mente Perché questo è il brutto dell’amore di Nicole Muller e i nostri due grande, perenni, differenti libri di legami che sono Caro Michele di Natalia Ginzburg e I sommersi e i salvati di Primo Levi.

Dichiarando di affondare spesso nel mito, ne crei uno a tua volta: la progressiva invisibilità di chi inizia a perdere pezzi di se stesso. Eppure lasci esplicitamente trasparire una verità molto più terrena: che l’invisibilità vera è quella che fa piegare gli asciugamani in maniera sbagliata a chi abita da anni la nostra casa con noi, mentre noi ne registriamo tutte le abitudini.

Sono ossessionata dalla disattenzione perché potenzialmente mi sento una persona distratta. Per il terrore di comportarmi con distrazione cerco di essere attentissima alle abitudini degli altri, specialmente delle persone con le quali vivo o ho vissuto. Le osservo. Credo che questa osservazione sia così insistente che alla fine non è un pregio, ma un difetto. Ma non posso farne a meno. Automaticamente divento lo Zelig dell’ambiente i cui gli altri si muovono. Non delle persone, dell’ambiente che hanno intorno. Di come piegano i panni, o lasciano la tazza dopo aver bevuto il caffè. Perciò mi è venuto facile con Andrea Dileva. Questa abitudine mia l’ho passata a lui, sperando, sinceramente, di lasciarla lì nelle pagine. Per sempre.

È appena uscito un libro collettivo in cui tu partecipi con altri grandi autrici italiane. Insieme, sul diapason delle Heroides di Ovidio, date la voce a grandi donne degli antichi miti. Come mai la tua scelta è caduta su Deianira?

Sono sempre stata indecisa sulla natura di Deianira. Beccheggio tra l’idea che sia stupida, si sia fatta ingannare da Nesso, il centauro, riguardo la funzione della pozione d’amore che le dà in punto di morte, o che sia la più intelligente di tutte, perché arriva là dove nemmeno gli dei sono arrivati: uccidere Ercole. È poi perché attraverso Deianira si capisce che la stupidità e l’intelligenza possono portare al medesimo risultato, quindi né alla sola stupidita né alla sola intelligenza ci si può affidare per andare avanti e per far proseguire le storie.

Tre domande e mezzo su Spiaggia libera tutti, che è probabilmente il libro con più orecchiette che ho in casa per le sue frasi in grado di creare paesaggio. Cosa vuol dire per uno scrittore portare l’esperienza della provincia? Dove comincia e dove finisce quella generazione che tu chiami educata alla contromossa? Ed è vero che tua madre ti chiede sempre di cambiare i nomi? (E tu perché non li cambi?)

 È vero che mia madre mi chiede di cambiare i nomi. Me lo chiedeva quantomeno. Adesso ha capito che io utilizzo i nomi delle persone così come utilizzo il nome dei luoghi. Non per chi o cosa sono, ma per come li ricordo, o per come mi sembrano. Insomma non sono persone cose e città ma solo nomi.
Credo che l’educazione alla contromossa sia finita con le generazioni che hanno cominciato ad avere il cellulare dagli 11/12 anni. Perché per un genitore – o così mi pare ma figli non ne ho e non so se ne avrò – già la voce è un conforto, forse non solo per i genitori, per tutti gli esseri umani lo è. E il conforto mitiga l’esigenza  dell’indagine, la ricostruzione dei movimenti, insomma mitiga la mossa e dunque la contromossa.
La provincia per me è l’educazione alla versione della storia. Alla realtà, all’ammissibilità di tutte le versioni. La provincia è la voce, la diceria, la vicinanza che impedisce ogni discrezione e dunque induce se non alla menzogna, appunto alla versione. Amo la provincia. La mitomania della provincia come dice sempre il mio amico adorato Mario Desiati. La mitomania però è anche una grande forma di generosità. Insomma, niente c’è oltre la provincia che non sia ancora assimilabile alla provincia.

© Giovanna Amato

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