Marco Onofrio, Le catene del sole

Marco Onofrio, Le catene del sole. Prefazione di Vittorio Maria De Bonis, Fusibilia libri 2019

Nella sua “opera mondo” Ulisse, nel capitolo Le mandrie del sole, James Joyce racconta del difficile parto della signora Purefoy, ovviamente il 16 giugno a Dublino, in ospedale, nel reparto di ostetricia. Lo fa, di volta di volta, ricorrendo alle grandi voci della letteratura inglese (per citarne alcuni: Chaucer, Defoe, Dickens) e ripercorrendone i tratti stilistici in una perfetta e arguta imitazione.
Non nascondo di aver pensato spesso alle joyciane Mandrie del sole leggendo l’opera più recente di Marco Onofrio, Le catene del sole, volume di poesia che affonda le mani – e gli strumenti del dire – nel tesoro dei molteplici toni, registri, stili costituito dai ricchissimi ‘repertori’ dell’autore.
Sono mani che affondano e che tuttavia sanno bene che cosa far emergere di testo in testo, esattamente come avviene, nel capitolo menzionato, per la scrittura dell’autore irlandese che Italo Svevo conobbe come “mercante di gerundi”.
È così che in componimenti multiformi e non di rado perfino ‘sovrabbondanti con gusto’ per commistioni linguistiche e per creazioni lessicali, Marco Onofrio dispiega ritratti appassionati e ironici, commossi e ferocemente sarcastici.
Fa bene Vittorio Maria De Bonis nella prefazione a far tintinnare, pertanto, la moneta sonante dei riferimenti a grandi nomi della letteratura italiana – da Folengo a Buzzati, da Campana a Montale, soffermandosi in particolar modo su Gadda e Pasolini, soprattutto in virtù del loro plurilinguismo – e a sollecitare il palato del lettore esigente con il goloso accumulo “à la Rabelais”. Ma ancora altri ponti vanno gettati, altre allusioni vanno identificate e ripescate. L’arco teso verso le suggestioni provenienti da altri autori deve necessariamente spaziare in epoche e luoghi. Sì, perché anche qui, come già per Joyce, il bersaglio – i vizi capitali nelle loro innumerevoli manifestazioni – è mobile, ampio e astuto nel mimetizzarsi.
Gioco, pastiche, acrobazie dei suoni e dei lemmi sono amplificati, senza alcun timore dinanzi al trionfo dell’iperbole, e resi più incalzanti dallo slancio etico, dalla “civile indignazione” che, fin dal 2008, Marco Onofrio ci ha fatto conoscere con il suo Emporium.
Proprio di Emporium. Poemetto di civile indignazione, questa raccolta, Le catene del sole, contiene un significativo estratto, qui intitolato Perdone, my Tycoon nella traduzione in spagnolo di Bernando Santos e Soledad Soler.
Per questo motivo, vale a dire per la tensione etica fortissima,  la rigogliosa e ingegnosa comicità di Al privé (Roma anni ’80) che spalanca il sipario con lo «Strompegone bullo e barracano», l’irresistibile “contrasto”  in salsa erotica di Piccolo naufragio sentimentale – versione contemporanea dell’antico contrasto, con  l’amante pirotecnico a parole e la sua ‘compagna di convegno amoroso’ che si avvia a cocente delusione – sono intimamente uniti ai versi indimenticabili rivolti a lei, la grande esclusa, la Memoria, così come alla ballata dolente Disperatamente Italia, che si apre con la citazione dalla Canzone all’Italia di Petrarca e che chiude la raccolta.
Torno su Al privé, primo dei quindici poemetti che compongono Le catene del sole, per mettere in rilievo alcuni tratti linguistici che fanno del neobarocco poetico di Marco Onofrio, perfettamente in evidenza in questa raccolta, uno strumento sopraffino di ‘testimonianza del tempo’, esilarante e amara,  che ha fatto certamente tesoro della lezione che, per gli anni Sessanta, Alberto Arbasino aveva dato in Fratelli d’Italia, ma che, in più, ha conferito un ritmo originalissimo e trascinante al tripudio di neologismi qui dispiegato, a cominciare dai verbi che coniugano letteralmente personaggi, modi di dire, danze e rituali delle tribù fatue degli anni vanesi per eccellenza, gli anni del riflusso e delle metropoli “da bere”, gli anni Ottanta del secolo scorso: «vandosireggia», «silvupleggiano», «sambiano». Allo «strompegone bullo e barracano», «Rodolfo Valentino de noantri» risponde l’apparizione di «Discinta Delfina», una sorta di Jessica Rabbit in polpa magna. Interessante, a questo proposito, notare come ogni tipo di sacralità sia parodisticamente rovesciata: Delfina discinta presenta la stessa ricorrenza della lettera “D” che in Hölderlin-Scardanelli rinchiuso nella torre di Tubinga era la cifra, il segno dell’amata Diotima. Alla discinta Delfina è destinato inoltre il profluvio di rumoreggianti e dissacranti litanie: «Chionna befa/- clap/ Ruga stesa/- clap/ Titta pura/-clap…».
Alla epifania del vano e del vanesio degli anni Ottanta fa eco, apparizione dei giorni nostri a confermare il detto capitolino che “il peggio non è mai morto”, Er coatto della poesia omonima, con la triade degli aggettivi in ‘p’ come biglietto da visita: «pelato, palestrato, pieno di tatuaggi». Er coatto, Corado detto “Er crocca”, è raccontato qui da un cronista che conoscerà le virtù sue manesche: il crescendo «M’ha rincorso, raggiunto, corcato» ha il ritmo impeccabile di un noto passaggio di Eri piccola di Fred Buscaglione.
Con Lettera aperta a intelligenza aliena si leva un ideale controcanto ai trionfi tamarri di Al privé e Er coatto, sì che l’iniziale invito all’alieno diventa una pressante invocazione, quasi una preghiera, come l’avevamo conosciuta in Extraterrestre di Eugenio Finardi. Con una differenza fondamentale, tuttavia: il sogno cantato da Finardi e teso tra esotismo e nostalgia di casa è diventato qui la constatazione, che al sogno lascia scarso margine, che «Si sta facendo sempre più tardi».
Non si potrà più dire, allora, con Rocco Scotellaro, «Sempre nuova è l’alba»? Neanche questo, in realtà, perché l’attesa dell’alba permane, anche nella Tregenda, anche nella raffica di domande aperte che conclude il Viaggio verso dove, viaggio in cui «Zero d’abisso è il futuro»: «Dove trionferà il giusto/ tra cambusa e coffa?/ Di chi l’amaro inganno?/ E a chi la verità?/ Dove la meta?/ E quale il senso?/ Perché il tutto?»
C’è, nonostante tutto, una striscia di terra sulla quale approdare, ci sono fondamenta sulle quali costruire, coste dalle quali ripartire. Hanno un nome, ed è il nome, non a caso, del componimento centrale, l’ottavo dei quindici della raccolta: Memoria. La sua tela è tutta intessuta di ossimori: «Sei la ragione inversa della storia/ che ti cambia/ che ti vuole corta:/ non come me oggi che ti ho davanti/ con tremenda ineludibile chiarezza/ come fossi tutta la mia vita».
Da questo perno centrale, da questo crocevia della coscienza nella storia potrà partire dunque anche un Appello, come nel testo omonimo: «Donami un segno, un simbolo del vero»; da questo spartiacque si può rievocare di aver scorto la chiarità, come avviene nel visionario e filosofico Vidi qualcosa; da qui ci si può sporgere verso un Altrove,  verso l’ineluttabile dimensione altra; da qui si può, infine, affermare, come avviene nell’efficacissimo endecasillabo di Disperatamente Italia: «Non tutto forse è morto alla speranza».

© Anna Maria Curci

 

da Al Privé (Roma anni ’80)

Strompegone bullo e barracano
le froge impelagate nel susone
moro in quintavalle
al “Pettinari”
– calotta impomatata a brillantina –
vi accoglie sul portale
imbottito panno sopraffino
è un bel righetto er più
di quelli rari
sorriso paragulo e brigantino
– le cicatrici in viso da cortello
e ci ha lo stuolo delle ammiratrici
Rodolfo Valentino de noantri.

Sadduri di spemezie e lucisano
(Ruoppolo e Marcacci i buttafuori)
mutili geppini in caravelle
burlacchiano
cesibanti, rucidi.
Nervosamente fuma il principale
fra i denti masticando i suoi “mortacci”.

Discinta Delfina gamesce
finalmente
vandosireggia liscia sulle scale
sguainando le sue gambe col fumè.
E all’improvviso romba una scorreggia
di applausi parvenuti e pulvirenti
una fullezia grolla di maestrale.
[…]

 

da Lettera aperta a intelligenza aliena

[…]
Probabilmente non siamo ancora pronti
a conoscerti, né ad accettare
la verità dell’Essere,
l’esistenza di universi paralleli
e l’incredibile realtà
della tua presenza.
Potrebbe darsi che ci raggiungi nel tempo
e ci vieni incontro dal futuro
– migliaia di anni luce –
e dunque noi siamo quello che tu eri
perché tu sei quello che saremo
dopo la catastrofe annunciata.

Cerca bene, comunque, non desistere
non ti scoraggiare:
forse un giorno tu ci troverai…
Ma presto, ti prego, presto:
ché ancora sia qualcuno
quel giorno tra i vivi ad aspettarti.
Non avremo più molto tempo
e tra poco neppure motivi
per festeggiare.

Si sta facendo sempre più tardi.

 

da Memoria

[…]
Sei un imbuto cosmico nel cuore
nell’esatto istante in cui l’immagine
faticosamente conquistata
nella ridda nebulosa dei ricordi
sparisce dentro il vuoto e non l’afferri,
non la vedi più.

Sei la chiave di una porta
che – come in un sepolcro –
non si apre dall’interno
dove siamo, fuori:
sempre a un passo
dalla verità.

Sei una camera piena di fantasmi
che vivono fra noi
e ci attraversano,
ma non lo sappiamo.

Sei la ragione inversa della storia
che ti cambia,
che ti vuole corta:
non come me, oggi
che ti ho davanti
con tremenda ineludibile chiarezza
come fossi tutta la mia vita
dall’inizio del mondo:
io, sì, qui, ora, tu,
memoria.

 

da Vidi qualcosa

Ma ricordo che fu allora, sì
quando il lampo sciolse all’improvviso
i contorni e la distanza dei confini
e boato fu il silenzio del tremendo
e strepitoso nulla, nel profondo
che il tempo sosteneva ai suoi ritorni
quando le fiamme agli atomi in caduta
pescarono capienze dagli interni
e vuote tutte in cerchio le comete
lasciarono intrecciate chiome e scie
in tremuli milioni di vessilli
nel vero azzurro abbacinante
oltre le nubi in viaggio sulla terra
e l’infinito raggio che tingeva
il volto delle anime immortali
la pura la misterica entità
dove nascostamente colsi il dono
il fondamento primo l’immortale
ghiacciaio, per i suoi vasti abissi
blu di immobile stupore
fu allora il guizzo splendido e ne trassi
la forza sufficiente per riuscire
a misurare i passi in pieno sole
dal golfo di una musica ancestrale
che ebbe fra le mani la mia mente
finché esplosi ubiquo tutto attorno
simultaneo, verso il mistero cupo
altissimo fragore, chiarità;
mi parve buio d’essere allo schianto
proprio allora che ormai perso
mi vedevo al cammino nel desistere
girando senza meta ovunque invano
fra il bosco e il labirinto rassegnato
nell’attesa, un varco a trapassare
il fatto straordinario e solutore
prodigio che mi raccogliesse
assorto al patto della suprema ora
là per la soglia e parso mi divenne
il volto eterno della cosa avvolto
nell’involucro dell’aria trasparente
oppure no: quand’ecco nella musica
diverso da se stesso e sempre uguale
in quella che dal cielo è mossa o sale
a giungere l’ovunque che contiene
io questo veramente non so dire
ma ricordo, ricordo pur che vidi
aprirsi l’indelebile momento
il punto invisitabile e supremo
nel compimento semplice, perfetto.
[…]

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