Marco Onofrio, EMPORIUM

 

Marco Onofrio, EMPORIUM. Poemetto di civile indignazione. Introduzione di Eugenio Ragni, Prefazione di Aldo Onorati, EdiLet, Edilazio Letteraria 2008

Il fagocitante magazzino della sopravvivenza – vivere sopra, vivere sopraffacendo –  elevato a immenso e smodato mercimonio, spaccio di un “Westworld” che, come nella serie televisiva statunitense, mutila, fraziona, smonta e rimonta rigurgiti di esotico per rivenderli a caro prezzo a benestanti in cerca di emozioni forti e bramosi di pagare per pratiche incontrollate (ma davvero incontrollate?) di vizi capitali,  spelonca di miasmi e bottega-fogna a cielo aperto, spalanca porte, vetrine e fauci maleodoranti e insaziabili, affonda artigli sempre unti, pronta a stritolare qualsiasi volontà (velleità?) di umana emancipazione: benvenuti, mesdames et messieurs, nell’EMPORIUM di Marco Onofrio.
Dalla «civile indignazione» dell’autore scaturisce un’opera che coniuga il pungolo di un Morality Play nella disputa drammatica tra profitto e valore, calcolo e gratuità, con la precisione complessa di una poesia che colpisce a ritmo serrato il bersaglio.
Del Morality Play ha il vigore del colpo sferrato ai vizi (il Vice del Morality Play) nelle loro multiformi, sformate e deformate apparizioni, così come la vertiginosa commistione di registri.
Oltre alle variazioni nei registri, tra elevazioni ardite e altrettanto arditi abbassamenti, Emporium palesa una commistione di scelte lessicali, non disgiunte dalle fonti letterarie (che spaziano nei secoli e nelle latitudini) e riferimenti di varia provenienza, che affiancano ambiti spesso molto distanti tra loro.

Boom. È il ritmo. Dentro.
È bello e orrendo al tempo stesso.
Tintinnante, petulante, puntinato:
catapletto, ridondante, rumoroso:
strascicante di ferraglia arroventata
come un raid di stuka in volo, persuasi
allo sterminio su Guernica
lo stormo più compatto ed uncinato
che ulula e forsenna giù in picchiata.
Buca! Eureka! Centro!
La cassiera, muta e indaffarata.
Come l’inizio di “Money”
dei Pink Floyd
(The dark side of the moon)
mixato con il coro del Nabucco
concorde, modulato, progrediente –
mentre sono i Lloyd, loro
che fanno ogni minuto affari d’oro

L’incipit del poemetto è un esempio magistrale delle scelte che Marco Onofrio adotta in Emporium: onomatopee, esclamazioni che mettono insieme poesia futurista e vociare di folla negli stadi, neologismi, titoli di canzoni, allusioni a eventi storici e a quadri famosi, un medley musicale che accosta Verdi ai Pink Floyd, Floyd che, quattro versi più avanti, fa rima con Lloyd, mentre, non citato eppur presente, il XLV dei Cantos di Ezra Pound (“Contro l’usura”) duetta con l’attacco rutilante e tintinnante di Money dei Pink Floyd.
Anche le scelte metriche rivestono un ruolo importante, perché orchestrano in misure equilibrate il fuoco d’artificio delle espressioni;  tra le misure scelte, sono gli endecasillabi a far tintinnare con maggiore frequenza il ‘registratore di cassa sonora’ di Emporium.
Discendono dal vitello d’oro nella versione contemporanea, dall’idolo denaro, dagli zecchini «sciorinati» e «sventagliati» in apertura, i successivi ‘fenomeni’, le apparizioni e i personaggi di questa rappresentazione: l’aspirante magnate, ovvero il magnaccia grassatore e voltagabbana, il «retore supremo», «istrione mattatore e mangiafuoco», il «pifferaio direttore», il «My Tycoon».
Con il corredo di ingranaggi pronti a stritolare si presenta il precariato, apparentato, nelle movenze, alla catena di montaggio di Tempi moderni di Charlie Chaplin.
A fronteggiare apparizioni e personaggi, moltiplicazioni dei vizi, c’è un «tu» che si fa conoscere, per proseguire il paragone proposto all’inizio di questa lettura, come Everyman del più famoso Morality Play. Un Tu, un Ognuno minacciato costantemente e costantemente, come ogni umano, alla ricerca della felicità, un Tu che si offre a chi legge come possibilità di identificazione e che assume, allo stesso tempo, i connotati letterari del “piccolo uomo”, per esempio Belluca da Il treno ha fischiato di Pirandello: «Ma un giorno all’improvviso ti risvegli/ come Belluca al fischio del vapore./ Capisci che ogni giorno lavori/ praticamente solo per…/ mantenere la macchina!/ che ti serve per…/ andare ogni giorno a lavorare! La macchina! Ah!/ L’ipostasi emblema del sistema!».
E così Tu-Belluca-Everyman viene rappresentato in un dialogo ritmato non, come nell’opera di Hofmannsthal che riprende un Morality Play, con uno dei sette peccati capitali, bensì, con una versione da iperbole comica e neoespressionista, tra Fantozzi e un film a tecnica mista come Chi ha incastrato Roger Rabbit?, con il megadirettore, «My Tycoon».
Da questo dialogo, centro del poemetto, chi legge sa che partirà il tragitto per l’epilogo, un tragitto di ulteriori constatazioni, scoperte, smascheramenti.
Un incontro sembra portare un poco di luce, ed è l’incontro con un Virgilio che ha una precisa collocazione storica e generazionale. Il Virgilio di Emporium è Raffaello Utzeri, i cui versi tratti da Orme Forme introducono un elemento di riflessione e la possibilità di una scelta, di una svolta:

Godi, cervello insofferente
di copiatrici e inchiostro in nastri
e di cartacarbone
e di cartassorbente
e di cartelle, tagliacarte
schede, registri, modulari *
così scriveva anonimo il poeta
disimpiegato, libero, cosciente
col riso da guascone e da profeta:
dalla sua Isola a tutto il Continente.

Oggi ancora mi sente parlare
con questa rabbia sorda ed impotente
che non raggiunge niente:
un agitarsi vano e inconcludente.
È forte e inestricato d’esperienza
e di sapienza generazionale
ché di strada ne ha fatta tanta –
certe cose le ha vissute
sulla pelle, bene o male
nei lontani anni Settanta:
ha gli strumenti giusti per lottare
per dirmi come fare.
Così, m’invita a stare calmo
a usare questa rabbia non da sfogo
canalizzandola in forme più creative
strutture razionali e operative.

“Non devi contrapporti frontalmente:
i tuoi nemici non vogliono altro
che prenderti isolato Don Chisciotte
menare alla rinfusa le tue botte
perché ogni colpo, che tu dài da solo
come l’urlo disperato di un perdente
è un pugno che si spacca contro un muro
e non fa niente
ché il muro resta fermo e sempre uguale
mentre addosso ti ritorna ché in realtà
lo dai a te stesso, il pugno
e ti fai male”.

“Ma allora cosa fare?”

“Il sistema si combatte dall’interno
come l’antibiotico sul male.
Devi smontare tutto il meccanismo
pezzo dopo pezzo, lentamente
componente dopo componente
come fecero con Hal in Odissea
come fanno loro stessi su di te.
Ripagali con la tua moneta:
lo sentano che costa e che non paga.
A brigante, brigante e mezzo
usa dire nella terra mia.
Non credere di essere perduto.
Hai sempre un certo margine di scelta,
la forza di un arbitrio personale,
la voce dentro un po’ di autonomia.
Scegli, dunque, esercita il diritto
legittimo di non partecipare
ai riti collettivi del consumo
o di disobbedire ai loro “inviti”,
gli ordini sottili e mascherati.
Fatti irresponsabile laddove
vogliono tu sia, e viceversa.
Spiazzali, mandali in bolletta
fai le mosse strane
che loro non si aspettano da te.
Coltiva una visione alternativa
della vita, del mondo, del futuro.
Spingi la maniglia che conduce
a un’altra stanza.
Abbi il coraggio di vivere il tuo sogno
di aprire i confini del tuo sguardo
alla meraviglia
di sciogliere pian piano il tuo respiro.
Dentro il vuoto oscuro c’è un passaggio:
di luce un varco, un filo
di speranza.

Davvero è possibile quella svolta, quella scelta additata? Con tutta probabilità, no. Resta, infatti, una consapevolezza – anch’essa filo conduttore, o, per essere più precisi, asse portante del poemetto – che la contemporaneità ha dato luogo ad altri, inauditi, inusitati fenomeni storici, che in alcun modo possono essere affrontati con le categorie di pensiero degli anni Settanta dello scorso secolo, per quanto lucidi strumenti della “astuzia della ragione” esse possano tuttora apparire:

 

Perché è una forza grande,
grande e immemoriale:
la rete è occulta e non si vede, ma
tutto, tutto in sé coinvolge
ottusa, disperante e senza dove,
ci impone di aspettare
(il turno che ci spetta ad ubbidire),
e non la puoi fermare – né ignorarla,
né tanto meno conoscerla, poi…
Bah, dobbiamo integrarci!
Augurarci la lunga, scistosa, ingrata
carriera del consumatore
del bravo scolaretto che rosicchia,
tutto, di quel che si produce,
e impara bene bene la lezione
del pessimo maestro che lo picchia
ripete a parrocchetto le guagnele
a bassa voce – e poche lamentele!
Insomma: devo proprio cacare
tutto quel che mangio,
per rimangiare, poi,
tutto quel che caco
e viceversa, senza soluzione…
Scegliere la marca per sentirsi realizzati,
per indossar modelli esistenziali,
per aspirare a sguardi superiori.
Una vita che non ci appartiene,
che non vive, e infatti non esiste
– vive di finzione, plop:
è solo questa bolla di sapone.
Solo se tu appari tu consisti:
è questa la concordia universale.
Ma resisti, e in fondo sopravvivi
solo perché è grande, o pressappoco
il potere dell’adattamento.
Tutto falso, surrogato, predisposto,
e approntato, manomesso, artificiale:
tutto sembra uguale – ma non è?
Il Progetto coinvolge e mobilita
migliaia e migliaia di persone,
pardon, di reperti umani
come te.
C’è un grande cielo dentro
in fondo al mare
dove cadono i sogni
che non abbiamo più
persi per strada
quelli che il mondo ha
cercato e sùbito
trovato rapito catturato
malmenato incatenato sottomesso
bestemmiato crocifisso violentato
dileggiato accoltellato e fatto a pezzi
ma non apposta,
preso com’era a barattare
l’esistenza
rumorosa e sopravvivente
dando prezzi al valore
di ciò che non si compra e non si ha
nel suo smanioso traffico di mani
incurante di sogni
quelli che noi stessi – a furia di batoste
giorno dopo giorno, piano piano
abbiamo ormai imparato a rinnegare.

 

Che cosa attende allora l’io-Tu? Non solo il riferimento al Morality Play, ma la nozione stessa di esistenza può aiutare a sciogliere il quesito. Quali decisioni prenderà, se prenderà decisioni? Domanda interessante, alla quale la lettura di Emporium dà risposta.
A dieci anni pieni di distanza dalla sua composizione, l’ulteriore sorpresa, tra le tante riservate dal poemetto di Marco Onofrio, è la bruciante attualità delle sue “considerazioni inattuali” e la ragion d’essere – aspro dolore constatarlo – di una sempre più adirata «civile indignazione».

© Anna Maria Curci

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