Maria Grazia Ciani, La morte di Penelope: nota di lettura

Maria Grazia Ciani, La morte di Penelope, Marsilio 2019, euro 12

 

Ho sempre creduto che qualsiasi cosa si scriva non è, ormai, che la rielaborazione di un mito. Che conosciamo o no il nome di quella primigenia narrazione, di quel modo di dare un viso a una pulsione umana.
A volte ho creduto che anche qualcuno dei miei gesti, di certo i più eclatanti ma forse anche i più quotidiani, non facesse che ripercorrere i binari di qualche racconto antico. Come quando ho mosso guerra senza sapere se c’era un’Elena dietro le mura, oppure ho chiesto di sopravvivere come un’Andromaca sopra la torre. Come quando ho respinto una ninfa per continuare a indagare il mio riflesso, o sono scesa a chiedere se era possibile riavere indietro quello che avevo perduto.
La differenza, nel rielaborare intenzionalmente un mito, è dare un nome, ragionare e sentire fino ad appartenere a una selva di varianti, frugare tra le mutazioni, e uscirne bagnati di qualcosa di vivido, ancora nuovo e pronto a essere raccontato.La morte di Penelope di Maria Grazia Ciani postula una donna innamorata, un principe pretendente pieno di desiderio e un concetto d’amore, dall’altro lato, da un lato inizialmente lontano ma che il lettore conosce in arrivo, un concetto d’amore come appartenenza.
Il fascino allora si crea nello spazio tra le due membrane, il saputo e il narrato. Da lì viene sguainato il taglio d’occhio, il registro e la narrazione. È lì che si attiva una sorta di ronzio del cervello, che elabora assieme con quanto ha sempre ascoltato e, inevitabilmente, manipolato anche lui. Chi scrive e chi legge collaborano a una mitopoiesi nuova, derivata eppure fresca.
E pure ci vuole, da parte di chi scrive, una volontà affilata per mantenere ferma la barra di quello che si vuole dire, tanto è carico quello che consideriamo come “originario” (quello oltre cui non possiamo andare), tanto sono dense le parole che si usavano un tempo, gli epiteti e le formule che anziché precisare allargano l’intenzione linguistica.
In questo libro sul desiderio, si suppone in chi è sempre stato dipinto come nemico una grazia (mi sale alla mente un ricordo più che benvenuto, lo splendido Una storia in Danimarca di John Updike). L’Astuta, accanto a questo nemico e per mezzo di lui, inverte la sua forma, da concava creatura in attesa diventa convessa creatura desiderante. Non è più padrona del tempo, che misurava con i gesti ripetitivi della sua tela nella fiducia che il tempo dell’attesa passasse: oscilla tra la certezza di un infinito tempo a disposizione perché il Re non tornerà, la fretta nel dubbio che torni, e la disgregazione del tempo tipica di chi ama. Una storia di desiderio e di tempistica, insomma. Di come questo vinca su qualsiasi astuzia, e su qualsiasi pretesa preconcetta di fedeltà.

ANTINOO, PENELOPE, ARGO

Il sole batte forte, ho caldo, la testa mi scoppia. Non avrei dovuto uscire. Dietro la casa c’è un po’ d’ombra. Mi appoggio al muro per asciugarmi la fronte: e Lei è là – dove non l’ho mai vista. È un’allucinazione? No, è Lei, china su quel vecchio cane che mi odia, che odia tutti noi, e quando ci vede, ringhia. Argo, il cane del Re. Nessuno osa avvicinarlo, così nessuno se ne prende cura; nemmeno Telemaco, che ha i suoi cani fedeli, si ricorda di lui. L’ho notato e mi è parso ben strano. Prima o poi creperà, vecchio com’è, dicevamo tra noi. E invece resiste, pieno di pulci e zecche, nutrendosi dove capita e come capita. Nessuno sa dove e come.
Ora Lei è là e lo accarezza, gli parla sottovoce, gli dà un pezzo di pane, una scodella d’acqua, e lui alza una zampa tremante, la alza appena appena, per farle festa.
Improvvisamente sento freddo in tutto il corpo, po, mi sembra di non riuscire a muovermi. Lei è là, siamo soli. Per la prima volta a pochi passi di distanza, e soli.
Un fruscio e Lei, sorpresa e spaventata, si volta, nell’alzarsi le cade il velo. Eccola, la donna contesa, la mia Regina. Vorrei dire qualcosa, parlarle finalmente, ma ho la gola secca e resto lì immobile come una statua mentre Lei scivola in casa, il volto di nuovo coperto dal velo. Un attimo ed è sparita. Il cane Argo mi guarda.

© Giovanna Amato

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