La poesia è morta! Viva la poesia. A proposito di Tadeusz Różewicz (nota di Lorenzo Pompeo)

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«Cammino/ in via Krupnicza/ per strada compro/ il tè e lo zucchero/ panini e salsicce/ a casa mi attende/ un compito:/ fare poesia dopo Auschwitz»¹ scriveva nella lirica Widziałem cudowne monstrum (trad. it. mia, come tutte quelle a seguire: «Ho visto un mostro meraviglioso») un giovane poeta polacco raccogliendo il noto appello di Theodor W. Adorno. In realtà quando scendeva per la nota strada di Cracovia, Różewicz aveva ventitré anni e si era già fatto notare con alcune sporadiche pubblicazioni e una raccolta di poesie stampata in pochi esemplari durante la guerra.
Nacque in una cittadina di provincia, Radomsko, non lontana da Częstochowa, nel 1921. La sua vita venne profondamente segnata dall’invasione del ’39 e dai lunghi anni di occupazione nazista. Tra il 1943 e il 1944 prese parte alla resistenza nelle file dell’Armja Krajowa (suo fratello maggiore venne fucilato dai nazisti nel 1944). Dopo la liberazione, ottenuto il diploma di maturità, si trasferì a Cracovia, dove studiò storia dell’arte e si avvicinò agli ambienti della Neoawangarda krakowska, gruppo informale di artisti di cui facevano parte anche Andrzej Wajda e Tadeusz Kantor.
Il suo debutto ufficiale risale al 1947 con il volume Niepokój («Inquietudine») a cui seguì, nel 1948, la raccolta Czerwona rękawiczka («Il guanto rosso»).
Maska («La Maschera») è la poesia che apre Niepokój, e contiene tutti gli elementi che caratterizzano la sua produzione poetica di questi anni: il riferimento agli orrori della guerra che affiorano (nella poesia si parla di “sorrisi crudeli intasati dal gesso” in riferimento al crudele uso durante l’occupazione nazista di riempire le bocche dei condannati a morte prima dell’esecuzione con gesso o fanghiglia) in antitesi con il presente (la giostra di provincia e le maschere del carnevale veneziano, che l’io lirico intravede in un film). Ma la reazione del giovane poeta allo schiacciante fardello dei ricordi è “biologica”, è l’affermazione della vita e della forza dell’eros («I nostri corpi sono indocili e restii al lutto/ ghiotti sono i nostri palati di leccornie/ aggiustati i nastri e le ghirlande di cartavelina/ chinati così che l’anca disfiori l’anca/ le tue cosce sono vive/ andiamo, andiamo via»).²
Le poesie di questa prima fase non passarono inosservate. Suscitarono reazioni contrastanti. Anche se in generale furono apprezzate, spiazzarono la critica, dal momento che non potevano essere catalogate in nessun modo. Erano troppo anti-estetiche, troppo personali, per rientrare nei canoni delle avanguardie; allo stesso tempo ovviamente non avevano nulla a che fare con i canoni tradizionali della poesia. Ma forse proprio per questo segnarono un passaggio fondamentale nella storia della poesia polacca: per la prima volta venivano messe in discussione in maniera radicale qualsiasi convenzione letteraria, qualsiasi programma o manifesto estetico.
Il verso di Różewicz è scarno, breve, essenziale, nervoso. La punteggiatura è assente e le maiuscole sono usate in modo del tutto arbitrario. Questa sarà la sua cifra stilistica che lo renderà riconoscibile e celebre anche in seguito. Nulla nella sua poesia appare superfluo, non vi è alcuna concessione al lirismo o a qualsiasi contemplazione estetica. Non si parla di una cosa per dirne un’altra (la metafora è completamente abolita). Insieme allo statuto della poesia, è l’intero impianto dei valori umanistici su cui l’arte europea era stata costruita a essere questionato («L’hanno costruita dal tetto/ sull’arcobaleno e su una rosa/ senza fondamenta né pareti/ e quando la terra si è mossa/ la torre è crollata seppellendone molti» scriverà a proposito in Wieża z kości słonowej, «La torre d’avorio», nella raccolta Cinque poemi del 1950).

Nel 1949 in un congresso dell’Associazione dei letterati vennero ufficialmente promulgati i principi del realismo socialista anche in Polonia. I critici più zelanti cominciarono ad accusare il poeta di essere catastrofista e troppo vicino alla poetica “borghese” di T.S. Eliot.
La reazione del poeta fu immediata: nel 1950, dopo aver trascorso un anno in Ungheria, interrotti gli studi universitari, si trasferì a Gliwice, nell’Alta Slesia, dove visse in povertà estrema, lontano dall’ambiente letterario di Cracovia.
In questa fase poetica l’espressione pubblicistica, programmatica e retorica (non del tutto estranea alle sirene del realismo socialista), si fece preponderante. Tuttavia nella raccolta Czas który idzie («Il tempo che va») sono chiaramente avvertibili echi della sua intima condizione di disagio e di isolamento, materiale ed esistenziale («Devastato/ dal riso e dalle parole/ travolto da/ cose e sentimenti meschini/ da amore senza amore/ da odio senza odio/ là dove occorre urlare/ vo sussurrando// La conoscete quella voce/ si spezza nella strozza risecca/ come una canna/ I versi antichi si staccano da me/ di nuovi neppure oso sognarne/ di una nuova poesia/ quale/ presentire si può/ in un istante felice» scrive nella poesia Non oso).³
Le improvvise aperture nella vita culturale determinate dai cambiamenti del 1956 (il cosiddetto “disgelo”) non scaldarono troppo il cuore del poeta, che, piuttosto diffidente, rimase rintanato a Gliwice. Tuttavia l’edizione delle sue Opere complete, nel 1957, rappresentò senza dubbio la consacrazione della sua creazione poetica, a cui venivano tributati gli onori di un classico. Nello stesso anno perse la sua amatissima madre. A Parigi incontra Czesław Miłosz (il quale dal 1951 aveva interrotto i suoi rapporti con la Polonia comunista) che Tadeusz considerava un fratello maggiore. Vi fu tra i due un dialogo artistico e umano che ebbe anche accenti polemici (specialmente dopo il ritorno di Miłosz in Polonia nel 1993) e che durò tutta la vita (Czesław gli aveva dedicato una poesia nel 1948, e  nel 2000 ne scrisse una intitolata proprio Różewicz, Tadeusz invece gli aveva dedicato nel 1996 Poeta emeritus), malgrado le grandi distanze che li dividevano sia dal punto di vista stilistico che da quello politico-ideologico.

Al suo ritorno in Polonia, profondamente depresso, comprende che la sua creazione poetica non poteva essere una stanca ripetizione delle sue prime raccolte.
Il volume Formy («forme»), del 1958, rappresenta sia una rottura nei confronti con le esperienze generazionali sia una apertura verso nuove ispirazioni estetiche riconducibili alle istanze delle neoavanguardie («Quelle forme un tempo così educate/ ubbidienti sempre pronte ad accogliere/ la morta materia poetica/ spaventate dal fuoco e da odore di sangue/ si sono rotte e sparpagliate» dichiarava in Formy).4
La vera svolta avvenne nel 1960 con il suo testo teatrale Kartoteka, una pietra miliare del teatro polacco del ’900, presto tradotto e rappresentato in tutta Europa, nel quale l’autore propone una sorta di autobiografia surrealista (il protagonista è un ex-partigiano che ricompare nelle varie scene con diversi nomi) ispirata ai principi del teatro dell’assurdo, ma allo stesso tempo profondamente legata alla storia polacca. La condizione esistenziale dell’uomo europeo post-bellico e post-staliniano è al centro della creazione poetica di questi anni, perfettamente descritta nella poesia che segue:

Scomposto

Tutti i ricordi immagini sentimenti notizie
concetti esperienze che in me si combinavano
non sono più saldati non formano un tutto
in me
approdano talvolta a me alla riva
della memoria toccano la pelle
la toccano leggeri con unghie spuntate
Non voglio mentire
non compongo un tutto sono stato infranto e scomposto
chi mai si chinerà chi avrà interesse per questi frammenti
del resto anch’io sono così occupato
chi riesce a rammentare la mia forma interiore
in questo caos febbrile movimento
nel corridoio dove mille porte si aprono e si chiudono
chi riprodurrà la forma
che non si è impressa né sul gesso bianco
né sul carbone nero
neanch’io se interrogato
riesco a rammentare

di me dicono che vivo5

La sua poesia in questi anni si andava facendo più rarefatta, astratta, libera da qualsiasi dettame socio-politico. In questa seconda fase della sua produzione Różewicz si interroga continuamente sulle ragioni stesse della poesia, sul suo senso ultimo, sulla figura del poeta e sul linguaggio in un mondo nei quali la rappresentazione della realta appare quasi inaccessibile, incrostata, deformata, inquinata dai mass media. Da queste premesse nasce il poema Non-stop show contenuto nella raccolta del 1968 Twarz trzecia (“Terza faccia”), nel quale il poeta si avvicina ai principi estetici e alla prassi della Pop art, comprendendo nella stessa metonimia i miti della cultura di massa di quegli anni.
Różewicz fu testimone diretto dei fatti del 1968: a marzo a Varsavia, con le contestazioni studentesche scoppiate a seguito della rappresentazione del dramma Gli avi del poeta romantico polacco Adam Mickiewicz e la successiva ondata di antisemitismo pilotata dal regime, e a maggio a Parigi. Tornato in Polonia, si trasferì a Breslavia, dove visse fino ai suoi ultimi giorni.
Negli anni ’70, quando si accumulavano nella società polacca quelle tensioni che avrebbero portato alla nascita di Solidarność, se da una parte Rozewicz era diventato un classico, a cui si ispiravano quei poeti che avevano debuttato intorno al 1968 (la cosiddetta “Nowa fala”), d’altro canto la polarizzazione dello scontro politico-ideologico lo spinse al margine della vita letteraria e culturale di quegli anni. Venne spesso tacciato di nichilismo e questa stessa accusa poteva provenire dai giovani “arrabbiati”, dalla chiesa o dai letterati più anziani. Fino al 1991, anno in cui uscì la sua raccolta di poesie Płaskorzeźba scrisse prevalentemente prose e testi teatrali. La pubblicazione di questa smilza raccolta coincide con il suo settantesimo compleanno ed è una sorta di bilancio di una intera vita. Tema centrale di questa silloge è la poesia stessa, le sue ragioni più profonde, tuttavia vi prevale questa volta un approccio ironico, minimalista. Il lettore vi può intravedere il sorriso benevolo, sereno di un uomo anziano, il quale ha attraversato un tragico secolo giunto ormai quasi al termine e che ora può serenamente guardarsi indietro. A proposito di questa raccolta dell’amico Tadeusz, scrisse Edoardo Sanguineti:

È stata, la mia, la nostra generazione, quella che, più di ogni altra, forse, si è posta, direttamente in poesia, la questione delle ragioni della poesia stessa. Alcuni hanno fornito anche in prosa, si capisce, molti commenti o autocommenti, al riguardo. Ma, in un modo o in un altro, con evidenza o indirettamente, è soprattutto nei versi che hanno cercato di spiegare il senso del proprio lavoro. (..) Ma c’è un punto importante, che è specifico del secondo Novecento. È che i poeti hanno spiegato, ognuno a modo suo, che le loro ragioni erano assolutamente irragionevoli, contraddittorie, inconfessabili. Hanno così esibito una visione dialettica del fare versi, e hanno proclamato che era una dialettica, invalicabilmente, interminabile. Perché faceva corpo, infine, con la dialettica della storia e con la dialettica dell’esistere. Questo Bassorilievo Różewicz per questo aspetto è un documento capitale.6

È morto nel 2014 a Breslavia. Se in Italia forse non ha ancora raggiunto quella fama che meriterebbe, forse è proprio per via del suo intransigente nichilismo estetico, tuttavia rimane una figura di primissimo piano, imprescindibile per chi volesse meglio comprendere poeti del calibro di Zbignew Herbert (che fu un suo caustico e feroce censore) o Wislawa Szymborska..

© Lorenzo Pompeo

 

1 Tadeusz Różewicz, Le parole sgomente. Poesie 1947-2004, a cura di Silvano De Fanti, Metauro, Pesaro 2007.
2 Tadeusz Różewicz, Colloquio con il principe, Mondadori, Milano 1964, pp. 11-12.
3 Tadeusz Różewicz, Le parole sgomente, cit., p. 12.
4 Ibidem, pp. 102-103.
5 Tadeusz Różewicz, Le parole sgomente, cit., p. 19.
6 Tadeusz Różewicz, Le parole sgomente, cit., p. 61.

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