proSabato: Alberto Moravia, Il pagliaccio

Il pagliaccio

Quell’inverno, tanto per non lasciar intentato alcun mestiere, presi a girare per i ristoranti suonando la chitarra a un mio compagno che cantava. Il compagno si chiamava Milone, anche soprannominato il professore per via che un tempo aveva insegnato la ginnastica svedese. Era un omaccione sui cinquanta, non proprio grasso ma inquadrato, con una faccia spessa e torva e un corpaccio massiccio che faceva scricchiolare le seggiole quando si sedeva. Io suonavo la chitarra da par mio, ossia sul serio, senza quasi muovermi, gli occhi bassi, perché sono un artista e non un buffone; il buffone invece lo faceva Milone. Cominciava come per caso, ritto in piedi, appoggiato a un muro, il cappelluccio sugli occhi, i pollici sotto l’ascella, la pancia, fuori dai pantaloni e la cinghia sotto la pancia: pareva un ubriaco che cantasse alla luna. Poi, via via, si scaldava e, pur senza veramente cantare, perché non aveva né voce né orecchio, finiva per dar spettacolo di sé, o meglio, come ho detto, per fare il buffone. La sua specialità erano le canzonette sentimentali, le più famose, quelle che normalmente commuovono e inteneriscono; ma in bocca sua quelle canzonette non commuovevano bensì facevano ridere perché lui sapeva renderle ridicole, in una maniera tutta sua, spiacevole e triste. Io non so che ci avesse quell’uomo: o che in gioventù qualche donna gli avesse fatto un torto; oppure che fosse nato a quel modo, con un carattere così, da prender gusto a mettere alla berlina le cose buone e belle; fatto sta che non era un semplice caratterista; no, lui ci metteva non so che rabbia e ci voleva tutta l’ottusità della gente mentre mangia per non accorgersi che non era ridicolo ma semplicemente penoso. Soprattutto superava se stesso quando si trattava di rifare le mossette, le smorfie e i vezzi femminili. Che fa una donna, sorride civettuola? e lui, da sotto la falda del cappello, abbozzava un ghigno sguaiato da baldracca. Batte, come si dice, un poco l’anca? e lui si metteva a far la danza del ventre spingendo in fuori la natica quadrata e massiccia come un pacco. Fa la voce dolce? e lui stringendo la bocca, ne tirava fuori una vocetta flautata, alla melassa, addirittura stomachevole. Non aveva, insomma, misura, passava sempre il segno, diventava scurrile, ripugnante. A tal punto che io spesso mi vergognavo, perché un conto è accompagnare con la chitarra un cantante e un conto tener bordone a un pagliaccio. E poi ricordavo di aver suonato non molto tempo addietro quelle stesse canzoni, cantate sul serio da un bravo artista; e mi faceva pietà vederle ridotte a quel modo, irriconoscibili e indecenti. Glielo dissi, una volta, mentre trottavamo per le strade, da un ristorante all’altro. “Ma che ti hanno fatto le donne a te?” Al solito, dopo aver fatto il buffone, era distratto e tetro, come se avesse avuto chissà che pensieri per la testa. “A me”, disse, “non mi hanno fatto niente.”
“Dico così”, spiegai, “perché a prenderle in giro ci metti una passione.” Questa volta lui non rispose e il discorso finì lì. L’avrei lasciato se non ci avessi avuto l’interesse; perché, sebbene questo possa sembrare impossibile, faceva più soldi lui con le sue volgarità che tanti bravi posteggiatori con le loro belle canzoni. Giravamo soprattutto per quei ristoranti non proprio di lusso, quasi delle trattorie, alla buona ma cari, dove la gente ci va per rimpinzarsi e stare allegra. Ora, appena entravamo, e io zitto zitto, sfoderavo la chitarra, da quei tavoli affollati era un solo grido: “Oh, il professore… ecco il professore… vieni qua professore.” Torvo, sbracato, stralunato, strisciante, Milone si presentava dicendo: “Comandino” e quel “comandino” era già così ridicolo, alla maniera sua, che tutti scoppiavano dalle risate. Intanto arrivava la pasta asciutta; e, mentre il trattore si affannava in giro a servire, Milone, con una vocetta fessa, annunziava: “Una canzonetta proprio bella: Quando Rosina scende dal villaggio… io farò Rosina.” Figuratevi quelli: a vederlo fare Rosina, coi soliti lazzi e le solite scurrilità, restavano perfino in sospeso con gli spaghetti penzolanti dalla forchetta, tra la bocca e il piatto. E non erano mica compagnie di macellai o roba simile; era tutta gente fine: gli uomini vestiti di blu scuro, impomatati, la perla sulla cravatta; le donne impellicciate, coperte di gioielli, delicate, preziose. Dicevano tra di loro, mentre Milone faceva il pagliaccio: “È grande… è proprio grande;” oppure qualcuno, allarmato, gridava: “Mi raccomando, non lo dite in giro che l’abbiamo scoperto… se no si guasta.” Tra le altre volgarità, Milone aveva una canzone in cui, ad un certo punto, per render più ridicolo il personaggio, faceva con la bocca un certo rumore che non dico. Ebbene, ci credereste?, erano proprio quelle damine così vezzose a volere il bis di questa canzone.
Bisogna dire che a forza di vedersi applaudito, Milone si fosse montato la testa. Abitava presso una sarta, in una camera ammobiliata, buia e umida, in via Cimarra. Adesso, tutte le volte che andavo a prenderlo a casa, lo trovavo che provava davanti allo specchio qualche nuova sguaiataggine, qualche nuova volgarità. Ci metteva uno scrupolo tetro, come di grande attore che si prepari per la recita; e io, seduto sul letto, guardandolo che faceva la danza del ventre davanti lo specchio del canterano, mi domandavo talvolta se, per caso, non fosse un poco matto. “Ma non sarebbe ora”, gli domandai un giorno, “di
inventare qualche cosa di grazioso, di commovente?” E lui: “Lo vedi che non capisci nulla… la gente mangiando vuol ridere, non commuoversi… e io”, soggiunse torvo, “la faccio ridere.” Qualche tempo dopo, sempre per quella smania di perfezionare, inventò di portare in una valigetta qualche indumento femminile, come dire un cappellino, una sciarpetta, una gonnella, da indossare lì per lì, per rendere ancor più comica la parodia. Questa di travestirsi da donna, in lui, era quasi una mania; e non so dire che pena fosse vederlo dimenarsi con il cappellino sugli occhi e la gonnella legata alla cintola, sopra i pantaloni. Finalmente, non sapendo più che escogitare, avrebbe voluto che facessi anch’io il buffone, pur pizzicando le corde alla chitarra. E questa volta mi rifiutai.
Giravamo più ristoranti che potevamo, tra le dodici e le tre e tra le otto e mezzanotte. Si andava a gruppi, secondo i giorni: una volta i ristoranti dalle parti di piazza di Spagna; una volta quelli intorno piazza Venezia; una volta quelli di Trastevere; una volta quelli della Stazione. Tra un ristorante e l’altro, pur correndo per le strade, non parlavamo: tra di noi non c’era confidenza. Finito il giro, andavamo in un’osteria e ci spartivamo i denari. Poi, in silenzio, io fumavo una sigaretta e Milone beveva un quartino. Il pomeriggio, Milone provava le parti davanti allo specchio; io, invece, o dormivo o me ne andavo al cinema.
Una sera di tramontana, dopo aver girato le trattorie di Trastevere, entrammo, più per scaldarci che per suonare, in un’osteria dietro piazza Mastai. Era un budello lungo, quasi un corridoio, con i tavoli allineati lungo la parete e, ai tavoli, povera gente per lo più, che beveva il vino dell’oste e mangiava roba incartata nei giornali. Non so perché, la vanità, poiché non poteva essere l’interesse, spinse Milone ad esibirsi anche in quell’osteria. Scelse dunque una delle canzoni più belle e, coi soliti sistemi, la ridusse a forza di ghigni e di contorsioni, ad una porcheria. Finito che ebbe, ci fu un applauso freddo freddo, e poi, da uno di quei tavoli, si udì una voce: “Ora ve la canto io.”
Mi voltai e vidi avanzarsi un ragazzo biondo, in tuta di meccanico, bello come un angelo, che guardava Milone con occhi furiosi, come se avesse voluto mangiarselo. “Tu attacca”, mi disse con autorità, “e ricomincia da principio.” Milone, intimidito, finse di esser stanco e si lasciò cadere sopra una seggiola presso la porta. Il ragazzo mi fece cenno con la mano di attaccare e poi prese a cantare. Non dico che cantasse proprio da cantante vero, ma cantava con sentimento, con una bella voce calda e tranquilla, e, insomma, cantava come si deve cantare, e come la canzone domandava di essere cantata. Inoltre, come ho detto, era bello, con quei suoi riccioli, specie se paragonato a Milone, così massiccio e così squallido. Cantava rivolto all’osteria, guardando ad un tavolo dove stava seduta una ragazza sola, come se avesse cantato per lei. Quando ebbe finito, fece un gesto verso Milone, con la mano tesa, come per dire: “Ecco come si canta;” e se ne tornò al tavolino dove l’aspettava la ragazza che subito gli buttò le braccia al collo. Nell’osteria, a dire la verità, lo applaudirono anche meno di Milone, tutta gente che non aveva capito perché si fosse scomodato a cantare. Ma io l’avevo capito; e questa volta anche Milone aveva capito.
Mentre suonavo, avevo spesso guardato a Milone; e l’avevo veduto passarsi più volte la mano sul viso e sotto i capelli che gli pendevano sulla fronte, come chi non ce la faccia a rimaner sveglio e caschi dal sonno. Ma non riusciva a nascondere un’espressione amara che non gli avevo mai visto; e ad ogni strofa che il ragazzo imbroccava, pareva che l’amarezza gli crescesse.
Finalmente, si levò in piedi stirandosi e fingendo di sbadigliare e disse: “Beh, è ora di andare a dormire… ci ho un sonno…” Ci lasciammo all’angolo della strada, con il solito appuntamento per il giorno dopo. Quello, poi, che sia avvenuto durante la notte, l’ho ricostruito dopo; ma sono supposizioni. Ho detto che Milone si era montato, credendo di essere chissà che grande artista mentre in realtà era un poveraccio che faceva il buffone per divertire la gente mentre mangiava; così tanto più grande fu il capitombolo che quel ragazzo biondo in tuta gli fece fare con il suo gesto. Penso che mentre il ragazzo cantava, tutto ad un tratto, dovette vedersi com’era e non come aveva sinora creduto di essere: un omaccione sui cinquanta che si metteva la bavarola e recitava la Vispa Teresa. Ma penso pure che dovette capire d’essere incapace di cantare, anche se avesse fatto un patto col diavolo. Lui, insomma, non poteva che far ridere; e non sapeva far ridere che mettendo alla berlina certe cose. E queste cose, per combinazione, erano proprio le cose che in vita sua non era mai riuscito ad avere.
Ma, come ho detto, sono supposizioni. Certo che la sarta che lo teneva a pigione, il giorno dopo lo trovò impiccato tra la finestra e la tenda, nel luogo dove di solito stanno appese le gabbie dei canarini. Se ne accorsero alcuni passanti, in via Cimarra, vedendo, attraverso i vetri, le gambe e i piedi che penzolavano nel vuoto. Dispettoso come tutti i suicidi, aveva chiuso a chiave la porta e appoggiato alla porta il canterano con lo specchio: forse voleva vedersi, come quando provava la parte, in atto di infilare il collo nel nodo. Insomma, dovettero sfondare l’uscio, e lo specchio cascò e si ruppe. Lo portarono al Verano e io fui il solo ad accompagnarlo, senza chitarra questa volta. La sarta ci rimise lo specchio ma si consolò vendendo, a un tanto il pezzo, la corda.

.

© in Racconti romani, Milano, Bompiani, 1954.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.