Eccomi: Foer e l’arte dell’oreficeria

Jonathan Safran Foer, Eccomi, Guanda editore 2016 (tascabile 2017), € 14,50; traduzione di Irene Abigail Piccinini

 

Per svariate ragioni quella che segue è la più bella pagina di Eccomi, ultimo romanzo di Jonathan Safran Foer, edito da Guanda nel 2016, con la traduzione di Irene Abigail Piccinini. E con “svariate ragioni” intendo la commistione tra arguzia di scrittura, profondità di riflessione e, ovviamente, riferimento anche semantico al macromondo che gravita attorno al titolo del libro, come se la pagina fosse monade del lungo e poderoso romanzo che il titolo contiene. La pagina è questa:

Dio mette alla prova Abramo, e il testo dice: «Qualche tempo dopo, Dio mise alla prova Abramo. Gli disse: ‘Abramo!’ ‘Eccomi’ rispose Abramo». La maggior parte della gente dà per scontato che la prova sia che Dio chiede ad Abramo di sacrificare suo figlio Isacco. Ma secondo me si potrebbe anche leggere che la prova è quando Dio lo chiama. Abramo non dice: «Che cosa vuoi?» Non dice «Sì?». Risponde con una dichiarazione: «Eccomi». Qualunque cosa Dio voglia, Abramo è completamente presente per Lui, senza condizioni o riserve o necessità di spiegazioni. Quella parola – hinneni, eccomi – ritorna altre due volte in questo brano, Quando Abramo porta Isacco sul monte Moriah, Isacco si rende conto di quello che stanno per fare e di quanto le cose si mettano male. Sa che sta per essere sacrificato, come tutti i bambini che sanno sempre quello che sta per succedere. Si legge: «E Isacco si rivolse ad Abramo, suo padre, e gli disse: ‘Padre mio!’, ed egli: ‘Eccomi, figlio mio’. E Isacco disse: ‘Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per il sacrificio?’ E Abramo disse: ‘Dio provvederà all’agnello per il sacrificio, figlio mio’». Isacco non dice: «Padre», dice «Padre mio». Abramo è il padre del popolo ebraico, ma è anche il padre di Isacco, il suo padre personale. E Abramo non chiede: «Che cosa vuoi?» Dice: «Eccomi». Quando Dio chiama Abramo, Abramo è completamente presente per Dio. Quando Isacco chiama Abramo, Abramo è completamente presente per suo figlio. Ma com’è possibile? Dio chiede ad Abramo di uccidere Isacco e Isacco chiede a suo padre di proteggerlo. Come può Abramo essere due cose opposte contemporaneamente? Hinneni è usato un’altra volta nel brano, nel momento più drammatico. «E arrivarono nel luogo che Dio gli aveva detto e Abramo costruì un altare e preparò la legna, poi legò Isacco, suo figlio, e lo mise sull’altare sopra la legna. E Abramo stese la mano e prese il coltello per sgozzare suo figlio. E un messo del Signore lo chiamò dal cielo e disse: ‘Abramo, Abramo!’, ed egli: ‘Eccomi’. E quegli disse: ‘Non alzare la mano sul ragazzo e non fargli niente, perché adesso so che temi Dio e non mi hai negato tuo figlio, il tuo unico’.» Abramo non chiede: «Che cosa vuoi?» Dice:«Eccomi». La porzione di Torah per il mio Bat Mitzvah tocca molti temi, ma secondo me il più importante è la riflessione su quali sono le persone per cui noi siamo completamente presenti e come questo, più di qualunque altra cosa, definisca la nostra umanità. Il mio bisnonno, che ho già nominato prima, ha chiesto aiuto. Non vuole andare alla Casa ebraica. Ma nessuno in famiglia ha risposto: «Eccomi». Hanno invece cercato di convincerlo che non sa qual è la cosa migliore per lui e che non sa neppure bene quello che vuole. Davvero, non hanno neppure cercato di convincerlo, gli hanno solo detto cosa dovrà fare. Stamattina, alla scuola ebraica, mi è stata rivolta l’accusa di avere usato delle brutte parole. Non so neanche bene se usato sia il termine giusto: fare un elenco non è certo usare qualcosa. Comunque, quando i miei genitori sono venuti a parlare con il rabbino Singer, non mi hanno detto: «Eccoci». Hanno chiesto: «Cos’hai fatto?», Vorrei che mi avessero almeno concesso il beneficio del dubbio, perché me lo merito. Tutti quelli che mi conoscono sanno che faccio un casino di errori, ma sanno anche che sono una brava persona. Ma non è perché sono una brava persona che merito il beneficio del dubbio, è perché loro sono i miei genitori che avrebbero dovuto concedermelo.

Eccomi narra serratamente, in una mole di oltre seicento pagine, il bruscolo di giorni in cui la famiglia Bloch si ritrova stretta nella doppia crisi di uno sgretolamento familiare e di un’improvvisa catastrofe nello Stato d’Israele. La famiglia Bloch è vasta: conta rancorosi reduci della seconda guerra mondiale, nonne assennate, cugini israeliani, pavidi e innamorati padri di famiglia, donne inquiete, figli riottosi e figli geniali dalla parlantina facile. Conta minacce esterne: colleghe a cui si porgono avances mai messe in pratica, raffinati seduttori ai quali si cede per ripicca, rabbini che mettono in discussione un Bar Mitzvah che sembra essere l’unica ragione che tiene in vita l’anziano capostipite. A questo proposito, straordinario l’incipit, folgorante e onnicomprensivo: «Quando la distruzione di Israele ebbe inizio, Isaac Bloch stava meditando se suicidarsi o trasferirsi alla Casa ebraica.»

È la scrittura la reale grandezza di un libro che non disdegna comunque di disegnare un mondo vasto e complesso, dove trovano ospitalità le più disparate voci (politiche, emotive, morali) e i più disparati eventi (dalla simulazione di un summit di nazioni da parte di un gruppo di ragazzini all’incontro con il pene forse non circonciso di Steven Spielberg). Una scrittura interstiziale, che coglie in punta di fioretto ogni minima variazione di atmosfera, ogni virtuosismo mentale e colma all’indietro, con una fluidità di flashback tanto sapiente e necessaria da simulare un ricordo, ogni grana porosa della trama. La capacità di Foer di riunire in un’unica frase tutto ciò che è necessario sapere, come avviene nell’incipit, diventa dall’altro lato abilità di espandere ciò che potrebbe essere detto con un unico aggettivo attraverso materia plastica, narrazione, visionarietà. Ad esempio:

Aveva un centro traumatologico nel cervello, e anche se non aveva un dottor Silvers per spiegarglielo, aveva internet. Entrava in azione nelle situazioni più inaspettate e a quel punto tutti i pensieri e le percezioni convergevano lì. Al centro c’era l’incidente di Sam. E al centro di quello – il vortice verso cui venivano risucchiati tutti i pensieri e le percezioni – c’era il momento in cui Jacob lo portava in casa, dicendo: «È successa una cosa» e lei vedeva più sangue di quel che c’era ma non riusciva a sentire Sam che urlava, e per un attimo, non più di un attimo, perdeva il controllo. Per un attimo era stata sganciata dalla razionalità, dalla realtà, da se stessa. L’anima lascia il corpo al momento della morte, ma esiste un abbandono ancora più completo: tutto aveva lasciato il suo corpo nel momento in cui aveva visto scorrere il sangue di suo figlio.

Se c’è un’opera cui è possibile accostare Eccomi di Foer, romanzo su cui l’autore quarantenne ha lavorato per undici anni, è forse Sant’Ivo alla Sapienza, con la sua incredibile capacità di respirare come un mantice attraverso il gioco di concavo e convesso che la trascina, spiralizzandone le forme, fino all’apice della lanterna. Viene difficile dire: è qui che ho lasciato la lettura, finora è accaduto questo. Perché sempre ci si ritroverà nell’alberghetto che Julia e Jacob condividono nell’origine del loro amore, negli spazi che percorrono a occhi chiusi come uno shabbat personale, nei riti in cui coinvolgono i figli adesso scapestrati, adesso disperanti di amore, nel cuore pulsante e pieno di contraddizioni e rifiuti e slanci che è una famiglia che in ogni modo, in ogni forma umana e fallibile, cerca di dimostrare il valore della cura, della presenza e della complicità.

© Giovanna Amato

 

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