La botte piccola #9: Rudyard Kipling, Come nacque la paura

La botte piccola contiene il vino buono, e questo non è, come si può pensare, un malcelato sfottò di consolazione: l’accoglienza costringe ogni minima particola di vino a venire prima o poi a contatto con le note del legno. Il racconto, la meno diluita delle forme, impone a se stesso la medesima procedura. Ci sono storie che pretendono questa e nessun’altra forma: alcuni autori l’hanno accolta come propria lungo l’intera carriera, altri l’hanno esplorata, come prova massima di controllo. Ciascun episodio di questa rubrica analizzerà un racconto, la sua capacità di essere incendiario quanto una poesia e appagante quanto un buon romanzo. Il nono appuntamento è con il racconto Come nacque la paura di Rudyard Kipling. Buona caccia a voi.

Copertina dell'edizione Einaudi a cura di Ottavio Fatica, euro 14,80

Copertina dell’edizione Einaudi a cura di Ottavio Fatica, euro 14,80

Non appena torno a insegnare in una scuola, riprendo tra le mani con la stessa emozione I Libri della Giungla, consapevole di star per regalare grazie a Kipling un’esperienza indimenticabile a quelli che mi ostino a chiamare “cuccioli d’uomo”. Quest’anno, per variare, ho deciso di non leggere i racconti del ciclo di Mowgli in stretto ordine, ma di chiedermi, entrata in classe, d’istinto, quale fosse il racconto più bello e rappresentativo delle due raccolte che compongono i Libri. E mi sono risposta, cambiando idea più volte durante e dopo, con il racconto di apertura del Secondo Libro della Giungla, ovvero Come nacque la paura. È così per un motivo particolare: mai come in questo racconto si ascolta – non esiste altro termine – il linguaggio fiabesco, cantilenante e antico anche se chiarissimo dell’autore inglese, la sua abilità nel fare incursione nel mito, nella narrazione primordiale per contenuto e per forma. Anche se l’atmosfera da siccità fa sì che latitino le avventure, infinite cose succedono nel racconto prescelto, infinite corde vengono toccate nel lettore quando, a metà della narrazione, tutto si interrompe per ascoltare la voce di un elefante secolare che racconta come la Paura fece il suo ingresso nel mondo.
Ma andiamo con ordine.
Come nacque la paura, si è detto, apre gloriosamente e con un’impronta mitopoietica il Secondo Libro della Giungla, se possibile ricco di vette superiori al Primo. La venuta della Paura nella Giungla è un mito che può considerarsi di fondazione, se è vero – ed è vero – che è la Paura il fluido che regola e in cui sono immersi i popoli della giungla nel rapportarsi gli uni agli altri.
Gli ingredienti del racconto sono vari, e tutti. Mai Kipling ha mostrato tanta maestria nel costruire una struttura. Dopo una lunga descrizione della giungla che cede sotto la siccità si arriva al primo pretesto narrativo, quello che permette agli uditori del mito che verrà di ritrovarsi insieme: e la spiegazione è assieme complessa e chiarissima. Il pretesto ha la concretezza visiva di una roccia che affiora da un fiume in secca. Si tratta della Roccia della Pace, così chiamata perché affiorando – e rendendo palese che le acque si ritirano – dà avvio a quella che secondo la Legge della Giungla è la Tregua dell’Acqua: durante la tregua nessun predatore, pena la morte, può uccidere nei luoghi dell’abbeverata, perché l’acqua è più indispensabile del cibo. Ecco quindi riuniti prede e predatori, sotto lo sguardo vigile di Tha, il secolare e saggio elefante custode ultimo della giungla. Tra di loro c’è anche Mowgli, ragazzino sfacciato e qui abbastanza periferico alla narrazione (mentre l’Uomo, nella sua essenza, sarà il vero protagonista del mito). Bagheera gioca ad annegarlo con una zampata quando manca di rispetto al vecchio maestro Baloo.
Ed ecco l’incidente che dà il reale via al racconto. Kipling inserisce lentamente, con grazia, le pedine sulla scacchiera, e l’ingresso di Shere Khan lo Zoppo è maestoso e delicato insieme. Tutto ciò che fa è abbeverarsi e insozzare l’acqua con il sangue dell’Uomo, crimine nel crimine in periodo di tregua, adducendo come misteriosa motivazione il fatto che è “la sua Notte”. Poi, va via.
Sarà Tha a spiegare, con il linguaggio ripetitivo e scarno delle scritture sacre, cosa intendesse Shere Khan, e “come nacque la paura”.
Tutto inizia con la Prima Tigre, cui l’elefante creatore della giungla assegna di dirimere le contese. Un animale erbivoro, e tranquillo. Finché per un incidente uccide un capriolo. Scappa dalle sue responsabilità, ma porta la Morte nella giungla. A questo punto è necessario trovare un altro giudice, e si propone la scimmia. Ma la scimmia è sciocca, e il grande elefante, richiamato, commenta:

Il primo dei vostri signori ha portato la Morte nella Giungla e il secondo la Vergogna. Ora è tempo che vi sia una Legge, una Legge che non possiate infrangere. Ora conoscerete la Paura e, quando l’avrete trovata, capirete che è il vostro signore, il resto verrà da sé.

La paura è un essere nudo e urlante che vive in una caverna, che ha armi per colpire da lontano e che spaventa fino alla follia chi lo affronta. L’Uomo, per Kipling, mantiene la sua potenza (indimenticabili i momenti in cui perfino Bagheera confessa di non poter sostenere lo sguardo di Mowgli sebbene lo ami) e la sua superiorità sia nella ferocia che nella responsabilità.
La Tigre, striata dalle liane per ordine dell’elefante per marchiarla con la sua colpa, ottiene in cambio della sua vergogna una Notte all’anno in cui è la Paura, l’Uomo, ad essere spaventato da lei. L’elefante la invita ad avere misericordia, in quella notte, perché ormai anche lei conosce la paura; ma lei è assetata di vendetta, e scatena l’eterna lotta che da quel momento contrappone l’uomo con i popoli della giungla, e li costringe a vivere simile col suo simile e non più tutti insieme.
La caduta dall’Eden ha le striature di una tigre, ed è per questo che Shere Khan, anche in tempo di tregua, ha ucciso.
Il mito, terribile e meravigliosamente raccontato, ha spaventato i miei ragazzini. Li vedevo spalancare gli occhi mentre la tigre varcava l’ingresso della caverna per spezzare il collo dell’Uomo. Poi, Kipling è Kipling, e con una piroetta di tenerezza il racconto si è concluso così, con le parole di Baloo:

La Giungla è piena di storie del genere. Se cominciassi a raccontarle, quando finirei? Lascia andare il mio orecchio, Fratellino.

© Giovanna Amato

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