Una frase lunga un libro #77: Don DeLillo, Zero K

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Una frase lunga un libro #77: Don DeLillo, Zero K, Einaudi 2016, (traduzione di Federica Aceto); € 19,00, ebook € 9,99

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Che senso ha vivere se alla fine non si muore?

– Ho bisogno di una finestra per guardare fuori. È questo il mio limite.

Queste due piccole frasi si trovano nelle prime pagine di Zero K. Le ho scelte tra le moltissime sottolineate perché semplicissime, perfette, lineari, potentissime e molto significative. Se la prima comprende il senso primario (ma non il solo) della storia che DeLillo va a raccontare, la seconda contiene quasi tutto il senso del mondo e del tempo. Zero K è uscito in Italia da un po’ di settimane e molti già ne hanno scritto, segnalerò alla fine dei pezzi, o  delle interviste a DeLillo, che vale la pena leggere. Ci troviamo davanti a un romanzo molto atteso, non mi nascondo e dico che questo per me è il libro, di sicuro degli ultimi quindici o vent’anni, e chiude la mia trilogia immaginaria della bellezza, della previsione, del senso del tempo e della dimostrazione del futuro semplicemente mostrando il presente. Gli altri due romanzi che la compongono sono Underworld e Rumore Bianco (entrambi editi da Einaudi – tradotti rispettivamente da Delfina Vezzoli e da Mario Biondi), a me fa ancora impressione pensare che romanzi di questa portata siano stati scritti dalla stessa persona, senza contare tutte gli altri libri bellissimi, belli, solo un po’ meno belli che DeLillo ha scritto.

Quando leggo qualcosa che mi piace cerco istintivamente delle connessioni. Dovete sapere che DeLillo, con Zero K, inventando una storia, costruisce lettera dopo lettera una sorta di casa del linguaggio. Ci porta in un posto che sta oltre le parole, e allo stesso tempo ci dice che le cose non esistono, che potrebbero sparire se non siamo in grado di nominarle. Una sera di qualche anno fa, davanti alla vecchia sede della Libreria Utopia, in Largo La Foppa qui a Milano, bevevamo un bicchiere di vino con alcuni amici poeti, c’era anche il grande  Mario Benedetti. Si parlava di parola. Molti sostenevano che non esistesse nulla oltre la parola, che l’esistenza delle cose era certificata solo dalla nostra capacità di nominarle o di parlarne. Mario Benedetti non era molto convinto, mi guardò cercando un conforto che trovò, e disse: “Io credo che ci sia un posto in cui le parole non esistono e non contano, ed è il posto del silenzio. Dal quel silenzio, che è come una finestra, io posso affacciarmi per trovare o inventare delle parole nuove”. Ho citato a memoria, ma Benedetti disse più o meno queste cose. E quelle parole mi sono ritornate in mente leggendo di Jeffrey Lockhart, il protagonista e voce narrante del libro, che più volte durante la storia avverte il bisogno di nominare le cose perché quasi non le riconosce, perché la sensazione di irrealtà in cui si trova rischia di farle sparire. Le chiama per nome e così le cose esistono di nuovo, le cose sono come reinventate. Dire le cose, definire (come dice lui), elencarle per porre fine allo spaesamento del momento, per risolvere (o ritornare) a un trauma sono il suo sistema di adoperare il linguaggio. Sono, con ogni probabilità, il suo linguaggio. La casa del linguaggio. Nessuna frase che scrive DeLillo è soltanto quella frase, in questo senso è poetico, è meravigliosamente evocativo. Ogni frase rappresenta il suo primo significato, un paio di altri significati evocati e rappresenta un suono. DeLillo non scrive una sola parola che non sia riconducibile al ritmo assoluto che suona in tutto il libro. Non bisogna smettere mai di fare i complimenti ai traduttori. Dopo Zero K dovremmo tutti scrivere delle lettere di ringraziamento a Federica Aceto che l’ha tradotto. Aceto ne ha ben spiegato le difficoltà e la bellezza qui: Biancamano/zerok. La ammiro e la invidio contemporaneamente. Leggiamo un altro paio di passaggi.

Nanounità impiantate nei recettori idonei del cervello. I romanzi russi, i film di Bergman, Kubrick, Kurosawa. Tarkovskij. Opere d’arte classica. Bambini che recitano filastrocche in varie lingue. Le proposizioni di Wittgenstein, un audiolibro di logica e filosofia. Fotografie e video di famiglia, la pornografia che più vi aggrada. Nella capsula sognerete vecchi amori e ascolterete Bach o Billie Holiday. Studierete la struttura interconnessa della musica e della matematica. Rileggerete i drammi di Ibsen, rivisiterete i fiumi e i torrenti delle frasi di Hemingway.

Oppure:

Come facciamo a stare vicino a qualcuno quando le cose che ci separano ci vengono imposte dalla nascita, quando la separazione ci perseguita e ci segue giorno e notte?

La finzione di DeLillo è sempre stata verosimile, così come la realtà è spesso stata metafora romanzesca, leggiamo cosa scriveva Giovanni Raboni nel 1990, su Libra:

A parte la grandiosa accuratezza della ricostruzione e l’interesse della tesi politica […] il libro riflette come pochissimi altri in questi anni l’idea, per me fondamentale, che compito supremo di un romanzo non sia tanto formare con la scrittura una metafora della realtà, quanto riuscire a fare della realtà una nuova metafora romanzesca. (Raboni, Devozioni Perverse, raccolta di articoli, Rizzoli, 1994)

Zero K racconta il desiderio di sconfiggere la morte, desiderio che Ross, il padre di Jeffrey, coltiva, anzi costruisce finanziando una società di ricerca in Kazakistan. Il processo con cui si tenterà di superare la morte è quello della conservazione dei corpi. Il loro mantenimento fino a un tempo diverso, un tempo migliore, fino a una rigenerazione. Jeffrey assisterà disorientato al procedimento di svuotamento/superamento del corpo malato di Artis, la compagna di suo padre. Lì, nel centro dove le parole spariscono, dove le lingue si confondono, dove “tutte le porte sono sbagliate”. Jeffrey che arriverà a capire la scelta di Artis, capirà meno la scelta di Ross di seguirla tempo dopo. I dialoghi tra Jeff e Ross, che avvengono tra New York e il deserto del Kazakistan sono straordinari; è come se ogni singola parola, ogni respiro, ogni virgola e ogni punto raccontassero alla perfezione il rapporto difficile tra padre e figlio, il senso di precarietà e d’abbandono, la mutabilità del tempo, l’importanza del paesaggio e dell’uomo dentro il paesaggio. I grattacieli di New York contano esattamente come il deserto, e non sono due facce della stessa medaglia, ma sono la sola faccia possibile, quella del presente e del suo finire, quello della lingua con la quale raccontarlo. Don DeLillo si occupa dell’umanità, della nostra profondità, da sempre, mi pare. Della nostra fragilità. Qui, ancora una volta, racconta il nostro oggi attraverso l’adesione a un credo, stavolta è la scienza che prende il posto della religione. Eppure anche la scienza pretende il completo affidarsi, la scienza è come una fede. Così come per Jeffrey la fede sono le parole, e sono anche la sua ricerca e sono anche la sua salvezza. E questo poi un racconto fatto di persone sole alla ricerca di qualcosa, che sia la compagnia eterna o un rassicurante quotidiano. Ed è un libro in cui tutto almeno per un istante è sospeso, come il corpo di Artis. In quella sospensione che è il nulla estremo riusciamo a intravedere il tutto. C’è un tramonto bellissimo su New York nell’ultimo capitolo, un evento pieno di una luce intensa e particolare che si verifica un paio di volte l’anno, col sole che piomba in mezzo ai grattacieli, c’è un bambino che guarda pieno di meraviglia, per un attimo mi è sembrato che la pallina da baseball di Underworld potesse finire nelle mani di quel bambino, mi è sembrato che tutte le palline perdute potessero far ritorno a casa.

Chi ci ha mostrato il futuro più di DeLillo? Forse qualche poeta. In qualche modo c’era riuscito Mark Strand nel suo ultimo Quasi invisibile (Mondadori, trad. Damiano Abeni). In quelle brevissime prose Strand raccontava una dimensione che scivolava continuamente tra la fase del sonno/sogno e quella della realtà. Raccontava un terzo tempo, quello in cui le cose sono completamente a fuoco, perché siamo noi a non esserlo. Quel tempo costantemente a fuoco, presente per quello che è e – soprattutto – per quello che sarà è il tempo dentro cui ci fa oscillare DeLillo, l’unico tempo con cui avere a che fare, lo fa da sempre.

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© Gianni Montieri

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Nota: per chi volesse approfondire, consiglio l’intervista fatta a Don DeLillo da Giuseppe Genna su Chefare; e la recensione di Francesco Longo su Pagina99

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