Una frase lunga un libro #86: Domenico Starnone, Scherzetto

scherzetto

Una frase lunga un libro #86: Domenico Starnone, Scherzetto, Einaudi 2016; € 17,50, ebook € 9,99

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Di passaggio in passaggio montò una smania di lucida denigrazione. Vidi di colpo un vecchio senza qualità, forze scarse, passo incerto, vista offuscata, sudori e gelo improvviso, una svogliatezza crescente interrotta solo da sforzi fiacchi della volontà, entusiasmi finti, malinconie reali. E quella immagine mi sembrò la mia vera immagine, vera non solo adesso, a Napoli, nella casa dell’adolescenza, ma – l’onda della depressione dilagò – vera anche a Milano da tempo, dieci anni, quindici, sebbene non nitida come in quel momento.

Ultimamente mi capita di leggere spesso romanzi che in qualche modo riguardino la comunicazione, ovvero la creazione di un linguaggio, ovvero la determinazione di un codice che consenta a soggetti – in qualche modo distanti tra loro, per distanza fisica, di età, di formazione culturale, per una diversa visione delle cose – di comprendersi, di tessere un filo sul quale camminare e su cui a un certo punto incontrarsi. È successo con La prima verità di Simona Vinci, è successo con Zero K di Don DeLillo, è successo con Il cinghiale che uccise Liberty Valance di Giordano Meacci e faccio solo tre esempi; è successo di nuovo e in maniera diversa un paio di settimane fa quando ho letto Scherzetto di Domenico Starnone. Dichiaro fin da subito che si tratta di un romanzo molto bello, importante, arioso, con un linguaggio pulito, con una punteggiatura perfetta, dichiaro che Starnone ha di nuovo fatto centro. Scherzetto è un romanzo che si svolge quasi tutto in un appartamento, eppure le scene e le memorie di quegli interni sono condizionate da Napoli e da Milano, le città – rispettivamente – in cui è nato e in cui vive il protagonista. Napoli e Milano sono presenti perché sono ingombranti, in modo diverso si capisce, ma entrambe sono in grado di modificare le vite di chi le abita, che le ami o meno. Ecco perché nell’appartamento non troppo distante dalla stazione centrale di Napoli, dove per qualche giorno si muoveranno e capiranno e scontreranno e odieranno e ameranno un nonno e un nipote entrano anche le città. Milano evocata a distanza, dagli anni migliori – forse – e dal lavoro appagante di un nonno; Napoli che si infila con la pioggia, dai vetri, che si materializza con la memoria dei giorni lontani dell’adolescenza. Napoli che è luogo di nascita di un nipote troppo piccolo e intelligente, troppo occupato a essere perfetto, troppo bambino comunque per un nonno che non vorrebbe saperne, non del tutto. E allora scherzetto è anche dispetto è anche stai buono è anche mi fai paura è anche ti voglio bene.

I genitori di Mario devono lasciare Napoli per un convegno di qualche giorno e chiedono al nonno, noto disegnatore che vive a Milano, di occuparsene per qualche giorno. È l’ultima cosa che il nonno vorrebbe, ha da poco subito un intervento e si sente ancora debole e stanco, si sente vecchio forse per la prima volta; in più non gli piace fare il nonno, non sa come si fa, ma lo stesso dice sì. Riceve le istruzioni dalla figlia, pensa tutto sommato di potersela cavare, si tratta di poco più di un weekend. Mario giocherà e lui potrà concentrarsi sul prossimo lavoro da consegnare.

Non sarà semplice, comincerà una sfida dapprima involontaria, poi necessaria, prima di arrivare alla comprensione bisognerà stabilire chi è il saggio, chi è il capriccioso, chi dimentica i propri compiti, chi dovrà badare a chi, chi dovrà salvare chi. Starnone costruisce una storia incredibile partendo da qualcosa di molto semplice: mettere due sconosciuti nello stesso appartamento e isolarli per qualche giorno. Solo che i due sconosciuti sono nonno e nipote. Le mura domestiche e l’affetto non bastano, addirittura non servono, anche un telecomando può diventare una gabbia se non sai che farne. Mentre si svolge l’incontro, la partita, il gioco tra nonno e nipote, mentre tra i due si alternano in egual misura distanze e alleanze, diversità e somiglianze, affiorano i ricordi. Il nonno scoprendo Mario si perderà nei vicoli di Napoli della sua memoria, nel ricordo dei genitori, della strada, degli amori. La luce che entra ed esce dalla casa sarà come un album fotografico. Tutto ritorna e tutto si impara di nuovo. Tra fantasmi che saltano fuori dai cassetti e giochi da bambino, tra un nonno che resta fuori sul balcone e un nipote che dovrebbe farlo rientrare, Starnone trova la comunicazione, trova il codice che insieme all’amore che non può mancare fa sì che i due protagonisti si inventino un linguaggio, che passa dai gesti alle parole e da queste ai disegni.

Starnone è divertente e crudele, ci tiene inchiodati fino all’ultima pagina. Ci racconta insieme la perfidia di un duello e la dolcezza di un abbraccio. Ogni cosa, dunque, in pochi metri quadri. Per scrivere un romanzo del genere ci vuole parecchio talento, non conosco molti scrittori in grado di portare a termine uno scherzetto (appunto) del genere.

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© Gianni Montieri

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