Festlet! #3: Mito

Roberto Calasso e Antonio Franchini - foto G.A.

Roberto Calasso e Antonio Franchini – foto G.A.

Il mito è quella cosa per cui fastidiosamente alzerei la mano a scuola. Lo sceglierei, a un esame, come argomento a piacere. Da anni rincorro e approfondisco le sue manifestazioni nel mondo come espressione di una maniera di funzionare della mente, struttura e lingua e codice della vita comunitaria, più feroce e più profondo di qualsiasi tradizione e ben al di là del gusto di sapere cosa, di lui, è rimasto nel nostro bagaglio di raccontatori di storie. Sapere che nella stessa giornata avrei avuto l’opportunità di ascoltare Roberto Calasso e (per ben due volte) Maurizio Bettini ha fatto di questa giornata il mio cuore personale del Festlet. Ma la giornata aveva avuto inizio ben prima, con l’accenno di Antonio Prete ai miti gemelli di Eco e Narciso. Tracciando una “grammatica dell’interiorità”, il critico ha ricordato come le due figure (troppo spesso Eco è dimenticata nella reale economia del mito) facciano da poli opposti all’esperienza dell’espressione, completa dispersione senza nessuno che riceva lei, perfetta – e dolorosa – autosufficienza impossibilitata a comunicare lui.
Maurizio Bettini ha invece dialogato con Alessandro Zaccuri per presentare le linee guida del suo Elogio del politeismo (Il Mulino 2014). La tesi di fondo, cui le convinzioni “monoteistiche” di Zaccuri facevano da controcanto, è la possibilità di riscoprire il politeismo come nuovo codice di convivenza. La religione antica, afferma lo studioso, non è ormai più origine di dialogo come la filosofia o la letteratura antiche, ma materia di conoscenza; quelli che un tempo erano i suoi valori adesso sono mitologia; sarebbe curioso invece, propone allora Bettini, provare a mettere da parte la convinzione monoteistica che gli dèi altrui siano falsi o immaginari, e uscire dall’ottica della “tolleranza” monoteista per entrare in quella dell'”accoglienza” antica. Riscoprendo, tra l’altro, una nuova maniera di vivere la spiritualità: «Quello della fede è un concetto che appartiene al cristianesimo: per un antico credere in un dio era organizzare la propria esistenza in rituali. Credere voleva semplicemente dire essere un buon cittadino.»
Roberto Calasso continua invece, con il suo Il cacciatore celeste (Adelphi 2016), la lunga opera in più parti che intende e riesce a fare da raccordo a vicende lontanissime nello spazio e nel tempo, dimostrando con una scrittura cristallina e sapiente quanto sia profonda l’impronta che ci accomuna come specie. Nel suo ultimo libro, Calasso ripercorre «quel momento ancora più lontano del neolitico in cui l’uomo assaggiò la carne, e lo shock di quelle proteine in un organismo non abituato gli provocarono una tale ebrezza da far piombare il divino nella sua alimentazione». Molto tempo più tardi, circa quattrocentomila anni fa, l’uomo sarebbe diventato un predatore capace di abbattere, in gruppo, animali molto più grandi di lui, e questo portò a un altro trauma, quello del divenire da specie indifesa un abile carnefice. «Il mondo era il regno delle metamorfosi», continua l’autore; «l’uomo non sapeva se incontrando un altro essere questo fosse un uomo, un animale, un demone, un dio, un morto; ma sapeva di dover uccidere per cibarsi». Girard, mai abbastanza pianto da chi scrive, ricorda che si vive del senso di colpa di dover vivere a spese di chi viene ucciso. E questo senso di colpa fondativo, racconta Calasso nel suo libro, è alla base di un impressionante quantità di miti incentrati sulla caccia, proprio a partire da lui, Orione, il Cacciatore Celeste bellissimo e grezzo, affascinante e ottuso, avversario e amante di Artemide e da lei ucciso per errore per gelosia di Apollo. «Il cielo, le costellazioni, sono stati il primo libro su cui queste storie sono state fissate», conclude Calasso. «Poi ci sono i riti, commenti a ciò che è accaduto prima. Il sacrificio, ovviamente, come memoria del trauma della caccia. Ora viviamo, invece, nella peggiore condizione possibile: quella di un mondo irreligioso e profondamente bigotto, quanto di più lontano dalla percezione del divino.»

© Giovanna Amato

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