proSabato: Pier Paolo Pasolini, da “Studi sulla vita del Testaccio”

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da Studi sulla vita del Testaccio

I

I ragazzi che nelle prime ore del pomeriggio scavalcano il muretto e scendono sulla scarpata, vengono da Piazza Testaccio, lungo una delle larghe vie cimiteriali, perpendicolari alla piazza. Non insieme, o in ordine; se partono uniti, in quei cento metri di strada trovano mille occasioni per dividersi, disperdersi. Uno resta indietro, nascondendo certe sue intenzioni dietro una faccia chiusa, scostante; scompare per una via laterale, o torna verso i giardinetti. Due, ad un tratto, si mettono insieme e chiacchierano fra loro in modo da restare isolati nel loro discorso, anch’essi scostanti, offensivi; poi se ne vanno. Succede però che si ritrovino sulla scarpata. Anche lì la loro convivenza pare di continuo per disgregarsi; si spargono qua e là, ognuno con la fionda (si sono fatti splendide fionde, foderando il manico con del nastro isolante rosso, giallo e verde); se si radunano è per qualche battifondo (colpire un pezzo di carta appeso a un cespuglio) che li rende come pazzi, incoerenti. Ma in ogni fatto o impresa c’è un fondo d’ironia: niente deve essere fatto sul serio, perciò ogni loro passione (quella di uccidere lucertole, pescare) scivola su un fondo ironico; che li rende ambigui, nemici; ciò fa parte della lenzaggine del quartiere, dove è necessario non essere diversi. Essi si oppongono sempre a vicenda la noia, la possibilità di fare a meno degli altri, la capacità immediata di cogliere gli altri in fallo di credulità, di fede, di impegno: di ingenuità.
Appena scesi tutti sulla scarpata, si mettono subito ad accendere il fuoco. Franco si china in una zona senza erba, raduna un po’ di stecchi, di pezzetti di legno sporco della più infetta e nauseante delle polveri; manda gli altri (Carlino, Renato) a prendere dei pezzetti più grossi intorno. Tira fuori il fulminante − il fulminante che esce dalle tasche dei ragazzi, insieme a briciole e spaghi, un fulminante cattivo che sa di gabinetti − il fuocherello è acceso. Lì presso era pronta una cocuma trovata tra l’immondezza, di una incredibile vecchiaia, pèsta, ridicola; la mettono sul fuoco, e Franco vi getta sbadato i pezzetti di piombo usciti dalle sue tasche col fiammifero; tutti stanno chini sul fuocherello, agitati, dispettosi,a vedere il piombo che si fonde; intanto Franco arrotola una cartolina non meno lurida della cocuma, a forma di cono, e ne pianta la punta sul terriccio; quando il piombo è fuso lo versa dentro quella specie di imbuto, perché ne prenda la forma; aspettano che si raffreddi; Carlino va a riempire la cocuma d’acqua, e la versa sulla terra intorno alla cartolina per affrettare il raffreddamento: dopo poco il pezzetto di piombo a forma di cono è pronto e Franco se lo mette in tasca: adesso aspettano che si aprano le botteghe per andare a prendere un amo. Il fuocherello continua ad ardere, sui legni secchi come ossame. Romanino ha presa viva una lucertola; pensa di metterla sul fuoco, e tutti si stringono intorno a lui invasati e allegri: Sergio gliela strappa dalle mani e la lega a uno spago, e tenendola così sospesa corre verso il fuoco, seguito da tutti gli altri. Le fa sfiorare la fiammella per farla arrostire lentamente; la pelle della lucertola annerisce, ribolle; essa muove davanti al muso le zampe anteriori, come braccia umane, in un atroce spasimo.

II

Su Testaccio si vedrà sempre un cielo caliginoso e allucinato. tepore primaverile ancora gelido; vernice verde degli alberi macchiati dal viola o dall’indaco di alberelli da frutta, con grazia di paesaggio giapponese. Panoramica iniziale − dall’alto, come in qualche classico del cinema francese, René Clair: − Porta Portese, Riformatorio dei minorenni − di uno stinto, solido barocco romano − lungoteveri alti, deserti. Ma questo di scorcio: l’obbiettivo si fermerà subito contro la riva di Testaccio. Ponte Testaccio. Argine verde spelacchiato, velenoso, sull’acqua del Tevere ancora tumido per la piena invernale. Lungo blocco giallastro di case a cinque, sei piani del primo novecento, balneari, nordiche. Asfalto delle strade intorno al fiume.
Veduta lontana e nebbiosa della zona portuense, del gasometro.
Lotto; strada, muretto, scarpata, fiume. Cinquanta metri a destra, il ponte. Vengono spesso dei pescatori con l’amo, e anche con una piccola rete appesa ad una stanga, come in un posto abbandonato, mentre sul ponte passa con fragore afono la circolare. Lucertole sulla scarpata cotta dal sole, feci, immondizie; erba ancora abbastanza pulita e fresca.
Lungo la scarpata, fino al livello dell’acqua sono scavate delle buche molto lunghe (sei o sette metri; perpendicolari al fiume; forse per lo scolo) e larghe solo poco più di mezzo metro. Lì dentro Soncino e suo fratello hanno rinchiuso i loro tre gattini, costruendo una specie di recinto. Portano ogni giorno un po’ di carne e un po’ di latte. Li curano. Ma forse il mangiare non basta. I tre gattini sono scheletrici, si coprono di croste. La prigionia li ha resi rabbiosi. Il gatto mezzano rode un’orecchia e il collo al gatto più piccolo, e a sua volta ha divorate le zampe dal più grande.

© Pier Paolo Pasolini, in Studi sulla vita del Testaccio, già in Alì dagli occhi azzurri, Milano, Garzanti, 1965.

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