Poesia civile e familiare nei «Sesti/Gesti» di Fabio Franzin.

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Poesia civile e familiare nei «Sesti / Gesti» di Fabio Franzin
di Paolo Steffan

L’ultima raccolta di Franzin, a quindici anni dal suo esordio poetico, ospita temi e stili che riassumono, in un grande coerente quadro, qualità e versatilità del suo lungo percorso.
«Sii fina e popolare», dice Franzin alla poesia, dichiarandolo con versi altrui, ancor prima che con i propri: con un esergo tratto da Giorgio Caproni. Oltre che per la varietà particolare ― quella opitergino-mottense ― del suo dialetto, la poesia di Franzin si riconosce alla prima lettura per questi due caratteri: “finezza” delle immagini, che sanno suonare acute nelle corde del lettore, e “popolarità” del linguaggio, con un uso eclettico del dialetto, volto a restituire mille aspetti di una micro-quotidianità semplice, ma con punte sapienziali che sta a noi riconoscere e raccogliere. Sono già questi, i sesti, gestualità minime che illuminano la complessità dell’umano vivere.

Parole e atti vissuti e visti da un poeta-operaio che, senza mai abbandonare la tuta da artigiano-marangón, dà dignità con la poesia al lavoro e con il lavoro («sudhór e segadhùra») alla poesia. Ma quello di cui ci parla Franzin è un lavoro che spesso muta in disoccupazione, in perdita di senso; e ce lo dice con una famigliarità senza filtri cui la scelta del dialetto ben si adatta, come avveniva, nella stessa area linguistica, con poeti apparentemente semplici come Giacomo Noventa.

Delle sei sezioni di Sesti / Gesti, incorniciate da un testo introduttivo e da un congedo, la terza in particolare ci consente una riflessione specifica sui sesti, essendo ― credo ― quella che ha causato la scelta del titolo complessivo. Sotto il titolo I sesti roti / I gesti spezzati, sono riunite 11 poesie. Affilato come una lama va a segno il primo testo: siamo tra l’«erba alta» del «luogo passato», dentro i ruderi di un modello economico che al poeta viene istintivo bollare come archeologia industriale. Tra quell’erba egli vede spuntare i segni perduti di chi ha dato la vita sul lavoro, come Denis Silvestrin, trentaquattrenne precario schiacciato da una pressa a Orsago (in provincia di Treviso) nel 2013, cui poche pagine dopo dedica un testo nel quale si figura i suoi ultimi minuti (e che sono qui lieto di ricordare, e con lui tutte le morti bianche che tendiamo, muti, a dimenticare): «O forse stavi pensando alla tua vita | da precario, un mese qua, due là, | quando va bene, quando il telefono squilla, a come | sia possibile costruirsi un futuro, | così… […] | Poi le piastre li hanno schiacciati, quei | pensieri, insieme a tutte le cazzate | dette da ministri, padroni, sindacalisti».

Sa essere poesia violenta, sferzante, senza mezzi termini, quella dei sesti, che allora si figurano come graffi su una pagina prestata alla memoria degli umili. Come quei poveracci intravisti tra le corsie di un discount, ad attendere «l’offerta, il tre per due / sulla pasta, lo sconto del quaranta, / perché i soldi non bastano più», oppure ad allungare la mano per rubare «un tocco di grana». Come nello struggente diario del giorno del compleanno di Franzin stesso, apparentemente un giorno come un altro, coi gesti semplici dei suoi due figlioli, impegnati a fargli il regalo, due libri per il padre poeta e fumatore: «Ora, mentre sto scrivendo, sono a casa. | I miei due figli mi hanno regalato un libro | ciascuno: il maggiore uno di poesia, | il piccolo un manuale per smettere di fumare».

Ma i due fanciulli non potevano sapere, che quello stesso giorno, in fabbrica il padre aveva dovuto salutare due suoi colleghi, una madre e un giovane precario, cui non era stato rinnovato il contratto; non potevano sapere che per i due colleghi del padre iniziava un nuovo inferno. Non c’è festosità in questo compleanno, neanche la tenera generosità dei figli riesce a riscattarlo: l’io del poeta sprofonda in una silenziosa dolorosa riflessione rivolta ai figli, in un irrisolto interrogativo: «Come posso dirgli che ci sono tante | di quelle cose che fanno più male di una | sigaretta, ormai, in questa realtà soffocante? | Come posso dirgli che poesia| ne scorgo sempre meno, in questo | mondo di squali e di poveri schiavi?»

C’è spazio però, nella sezione eponima dominata dai “gesti rotti”, anche per qualche verso che stempera e addolcisce. Quando vediamo Franzin, cantore disilluso dei mali del Nordest, ritornare a piedi dietro le acque del suo Livenza, assumerne il ritmo sotto l’ombra densa dei giganteschi tigli che si radicano sull’argine a Motta, senza farsi mancare la pungenza di una significativa eco di T. S. Eliot («April is the cruellest month») e, forse, di W. B. Yeats («all my priceless things / are but a post the passing dog defile»: «[…] Così io oggi voglio | dire dei tigli fioriti lungo la riviera | del Livenza, del profumo dolce | e lieve che spandono nell’aria | di questi ultimi giorni d’Aprile, che, | lo si sa, è il mese più crudele, | piuttosto di quel cagnolino che alza | la zampa per pisciare contro uno dei loro | tronchi, o di quelle rondini che garriscono | e scrivono virgole, fra il cielo e gli argini».

Così, con qualche volteggio nell’azzurro cielo della piana trevigiana che regala sprazzi di rilassata speranza, di questi Sesti ci resta, forse disperso in mezzo a zhope di erba, soprattutto il rosegòt di un pomo ross come il sangue, cicatrice-memoria di un vivere quotidiano che s’imprime sulle nostre pelli con gesti e versi semplici, di poesia «fina e popolare», che portano però in seno il peso specifico della difficile epoca in corso, per quanto piena dell’indifferenza di coloro che «ghe fa istéss che sie sèsti | che sgrafa», come denuncia in una poesia quasi gramsciana (concludendo che «gli fa lo stesso tutto, e tutta questa || indifferenza ferisce la storia»). Ma ritornano anche profonde schegge di conforto, come ricorda alla fine la poesia di congedo: «[…] il peso malpagato | della vita stessa […], la menzogna di un futuro | ormai appassito. Ultima la mano che dà | conforto, che accarezza il malato, che | stringe la sorella più debole con la mano di Dio».

Fabio Franzin, Sesti / Gesti, puntoacapo Editrice – collana “AltreLingue”, 2015, euro 16.

Della stessa raccolta si può leggere un pezzo di Gianni Montieri apparso sul nostro blog nel 2015, qui.

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