Natalia Ginzburg, Mai devi domandarmi

foto di anna toscano

foto di anna toscano

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Natalia Ginzburg
Mai devi domandarmi

di Anna Toscano

Testo di una lezione
Venezia, 1991

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È molto difficile  inquadrare la vita e le opere di Natalia Ginzburg nel panorama letterario italiano contemporaneo. Anche se non la si può isolare nel contesto contraddittorio di quello stesso panorama quale si configura dall’immediato dopoguerra fino a oggi, la scrittrice vive e opera nel suo tempo ma anche indipendentemente da esso.
La Ginzburg non è rimasta insensibile a correnti e indirizzi della sua epoca ma non è mai stata direttamente partecipe,  è stata attenta ma distaccata, perché consapevole delle sue scelte come doloroso frutto interiore da cogliere in piena libertà seguendo un proprio cammino di intima coerenza.
A se stessa ha riservato una costante fedeltà continuando sempre a cercarsi intimamente per poter meglio avvicinarsi agli altri che ci completano e in noi si completano.

Mai devi domandarmi è una raccolta di scritti che risalgono alla fine degli anni Sessanta e che nella bibliografia dell’autrice si pongono accanto a Le piccole virtù e Lessico famigliare.
La curiosità, la fantasia, la memoria, la casualità sono all’origine di queste pagine: dalla ricerca di una casa all’infanzia, dalla vecchiaia alla psicanalisi, il credere o il non credere in Dio, un libro letto, un film visto, una frase riaffiorata dalle memorie, un quadro, un incontro.
Tutto, i minimi particolari trascurabili, i grandi temi dibattuti scaturiscono dalla sua penna di scrittrice che li amalgama in un tempo unico che è presente e passato insieme.
È l’opera di una donna che si siede e osserva consapevole che il tempo passa su di lei in passiva attesa di ciò che verrà. Non può fare altro che guardare, e osservare, e ricordare, e descrivere, sapendo che altro non è concesso.  Ed è ciò che sottolinea nel racconto È stato così del ’47:

Ma a me pareva adesso di vedere che io non ero mai stata capace di vivere e adesso certo era troppo tardi per imparare, pensavo che nella mia vita non avevo mai fatto altro che guardare fisso fisso nel pozzo buio che avevo dentro di me.

Ed è da questo pozzo buio che lei comunica e cerca disperatamente di conciliare il dentro con il di fuori: una ricerca di armonia e di stabilità che ci descrive nel primo di questi scritti dell’ottobre ‘65 intitolato La casa. La ricerca di un nuovo alloggio deve soddisfare le esigenze primarie dettate dal sentimento, il luogo deve avere un riscontro nel passato della persona, dai luoghi dell’infanzia ai semplici scorci già visti, già vissuti, che hanno avuto per un attimo la nostra vita, che hanno abitato il nostro cuore anche se per un solo istante.
La casa, in cui l’autrice deve coricare il pozzo buio che è in lei, è una tana, ci si vive come si vive in una calza vecchia dove i nostri piedi hanno messo le radici, dove sentiamo la sicurezza della non estraneità e troviamo riscontro nell’infanzia. La casa è un prolungamento di se stessi, della propria anima, del proprio pozzo buio:

Ma forse ogni casa, ogni casa, col tempo, poteva diventare una tana? e accogliermi nella sua penombra, benigna, tiepida, rassicurante?

Ciò che mette in moto la contemplazione della scrittrice sulle cose e sugli avvenimenti è la curiosità, suo particolare desiderio di sapere evidenziato in un altro di questi scritti intitolato La vecchiaia del dicembre ’68. In questo pezzo espone come per lei la giovinezza sia sinonimo di sete, di febbre, di ricerca e di errori; mentre vecchiaia è saggezza e serenità, caratteristiche che vengono rifiutate principalmente perché da vecchi, poi perché, paragonate a quelle della giovinezza, appaiono molto noiose soprattutto da chi si crede o si sente ancora giovane. Ed è proprio quando la curiosità e l’immaginazione non risuonano più nella persona che termina lo stupore e subentra la noia di colore nero.

La scrittrice comunica i particolari che hanno messo in moto la sua curiosità, li lascia nel contesto in cui li ha trovati per poi lentamente e furtivamente riportarli nella sua infanzia dove ne è venuta a contatto per la prima volta: armonizza costantemente presente e passato presentandoci i fantasmi che ci saranno accanto nella lettura di tutte le sue opere perché “I fantasmi della nostra infanzia sono indistruttibili e non sanno invecchiare”, dallo scritto Cuore del gennaio ’70.
In questi scritti ha un tono pacato e tranquillo in presenza della sua vita passata che nel riaffiorare assume i connotati di un bene perduto, di una felicità ormai finita, troppo tardi riconosciuta. È la sua malinconia che tinge le parole e caratterizza soprattutto i personaggi femminili dei suoi bellissimi racconti; i personaggi maschili invece sono a mezze tinte, ritratti in una quotidianità inesistente nella loro vita dedicata alle utopie.
Quasi tutte le sue opere sono scritte in prima persona, dai racconti agli scritti autobiografici, l’attenzione puntata dal personaggio principale sulla vita. È sempre una donna che dal suo pozzo buio osserva. Molti sono i personaggi che le gravitano attorno ma tutti ritratti nella loro interezza, individualità, personaggi raramente descritti nella collettività perché questo annulla le loro caratteristiche.
Nello scritto del febbraio ‘70 intitolato Vita collettiva la Ginzburg ne fa una denuncia perché la ritiene piena di odio e noia, portatrice di una falsa concezione dell’utile e dell’inutile: è inutile al giorno d’oggi tutto ciò che non porta ricchezza materiale e si esclude dalla vita dell’uomo l’aspetto prettamente individuale, il pensiero, la memoria, la malinconia. È stata sommamente decretata come inutile la poesia, “Una simile parola negletta, schernita e umiliata, appare oggi così antica e intrisa di vecchie lagrime e polvere quasi fosse lo spettro stesso dell’inutilità, che uno si vergogna perfino di pronunciarla”.
Fa qui una spietata analisi del mondo che la circonda, di come l’uomo abbia preferito non essere ma è naturalmente tale rifiutando la fatica e la solitudine. L’epoca è portata a perdonare tutte le responsabilità irrisolte e incompiute relegando l’uomo in uno stato di adolescenza permanente. Natalia Ginzburg scrive:

Penso che essenzialmente quello che detesto nel mio tempo, è proprio una falsa concezione dell’utile e dell’inutile. Utile viene oggi decretata la scienza, la tecnica, la psicanalisi, la liberazione dai tabù del sesso. […] Il resto è disprezzato come inutile. Nel resto però c’è un mondo di cose. Esse vanno evidentemente chiamate inutili, non portando con sé per i destini dell’umanità nessun vantaggio sensibile. […] fra esse c’è il giudizio morale individuale, la responsabilità individuale, il comportamento morale individuale, la responsabilità morale individuale. Fra esse c’è l’attesa della morte che costituisce la vita dell’individuo. Fra esse c’è il pensiero solitario, la fantasia, la memoria, i rimpianti per le età perdute, la malinconia. Tutto quello che forma la vita della poesia.

Ma questa libertà dell’uomo-adolescente di oggi non può avere consistenza dato che lo spirito è stato bandito, per cui l’atto di libertà non rimane se non come scelta imperiosa occasionale e fulminea.
Per quelli della generazione dell’autrice la parola “libertà” riporta ad anni remoti “quando radunava in sé tutti i tesori del mondo e a raggiungerla ci avrebbe immediatamente risanato da ogni vizio, inettitudine, malinconia”, da Vita immaginaria.
A tutto si dava il nome di libertà, la libertà erano i desideri, i suoi poteri erano unicamente benefici, era incorruttibile, cristallina, potentissima, illimitata, nessuno avrebbe mai patito per nessuna specie di servitù. La libertà era nello spirito, era lo spirito, oggi lo spirito è stato abolito come inutile perché non portatore di ricchezza materiale.
“Forse nessuna parola ha subito una simile trasformazione” sospira malinconicamente e dolorosamente la Ginzburg e la accosta alla parola “Luna” fellinianamente detentrice di sogni e desideri, di dialoghi muti e sospiri silenziosi: ma anch’essa è stata sfrattata, è stata tolta dal cielo e portata nel mondo degli uomini con una scelta imperiosa. Ovviamente l’uomo di oggi cerca di sfruttarla materialmente e a riguardo ne fa un gran baccano di parole tra sordi, perché senza lo spirito la luna non la si può comprendere e le parole non la possono spiegare: “Se tutti facessimo un po’ più di silenzio, provassimo a fare un po’ di silenzio, forse qualcosa potremmo capire”, da La voce della luna di Fellini. Ed è proprio questo silenzio che invoca la Ginzburg, un ammutolimento delle voci rumoreggianti che scalpitano senza avere qualcosa da dire. Ed evoca questo silenzio scrivendo: uno stile lento e pacato il suo, fatto di semplicità e di cuore, assomiglia a quelle cantilene ondeggianti che rapiscono lo spirito narrate da nonni altalenanti su sedie a dondolo. Ma lei in fondo è una nonna e come tutte le nonne ama evocare il passato in una sorta di fiaba che può far pensare e non soffrire. Questo è ciò che io provo leggendo la Ginzburg.

Cesare Pavese per questa sua particolarità la chiamava con affettuosa ironia “la lagna”. Ed è con questa lagna che bisogna convivere durante la lettura di tutte le sue opere, una irrimediabile desolazione su cose e persone che Pietro Citati sottolineava con il volere identificarsi con il senso stesso assurdo e doloroso della vita. Una vita dolorosa e assurda, dunque, dove l’esclamazione ricorrente è: “ma era quello il tempo migliore della mia vita e solo adesso che m’ è sfuggito per sempre, solo adesso lo so”, da Inverno in Abruzzo in Le piccole virtù.
Una vita monotona e uniforme analizzata sapientemente nello scritto del gennaio ‘69 intitolato Il paese della Dickinson. Lo spunto occasionale è stata una visita ad Amherst, il paese appunto della Dickinson, dove è capitata senza conoscere la poetessa e senza particolare attenzione e disponibilità, ma piuttosto con scetticismo. Ma dopo questa visita la sua curiosità inarrestabile la porta a conoscere e capire l’opera e la vita dell’autrice. Dapprima era una presenza antipatica e le sue piccole manie come la veste bianca, i gigli, gli uccellini, la sua clausura le apparivano come inutili futilità da zitella. Ma presto venne a dire che di zitelle che scrivono nascoste con sogni di gloria ce ne sono infinite, ma un genio come la Dickinson è unico. E così un verso della poetessa che prima le appariva insensato e insipido ora se lo sente scritto sulla pelle:

Questa è la mia lettera al mondo
che non scrisse mai a me.

Intuisce alcuni particolari che le accomuna: la semplicità, il cuore, la curiosità, la lagnosità fors’anche. Ma questo verso che esprime un’affermazione di solitudine volontaria inesorabile e tragica della poetessa  viene riportato da Ginzburg in quest’epoca dove non può esistere perché tutti ricercano la fama, la notorietà e il rumore.
Oltre alla curiosità, ciò che colpisce dell’autrice sono la chiarezza, la semplicità, la sincerità, soprattutto nel trattare alcuni argomenti di cui denuncia subito la sua incapacità a capire. Frequente è la sua affermazione “Capisco assai poco di…” riferita o alla pittura, o alla musica, o alla lirica. Ma nonostante queste confessione di estraneità tratta gli argomenti con grande profondità, una profondità soggettiva si potrebbe dire, che prende le distanze da ogni analisi o idea precostituita sull’argomento da trattare, comunicandoci semplicemente ciò che prova e ciò che sente, ciò che pensa.
È il procedimento nel saggio L’urlo del settembre ’69, dove ammette la sua limitatezza nel campo della pittura ma essendo rimasta colpita dalle opere di Edvard Munch ci trasmette le sensazioni che ha provato vedendone a contatto. Una certa indifferenza per le opere compiute dopo il tentativo di suicidio, opere elogiate dalla critica come espressione di completa maturazione e invece considerate da lei come imborghesimento, “Munch è morto da tempo come pittore: gli sopravvive un vecchietto lindo e modesto che dipinge brutti quadri e ha trovato forse la sua salute nella mediocrità”. Apprezza i primi quadri perché espressione di quella tormentosa e angosciante tensione di vivere che anche lei ha provato e prova, ma che nel pittore ha come risultato un angoscioso senso panico, una inquietante sensazione di prossima catastrofe, mentre nella scrittrice è un’amara constatazione passiva dell’esistenza. Il punto di partenza è il  medesimo, cioè quell’aderenza al vero della vita a cui entrambi soccombono. Ma la Ginzburg si ferma a un’accettazione e constatazione della realtà. In Munch diviene un urlo, appunto, un urlo di dolore e fors’anche di rifiuto per quella che ha scoperto come verità e alla quale non vuole sottomettersi: dopo il tentativo di suicidio il manicomio gli servì a non pensare più al vero. Ma L’urlo rimarrà il dipinto preferito della scrittrice e per descriverlo metterà da parte il suo stile pacato al fine di entrare nel quadro e immedesimarsi nel tormento.

Per tutta la vita, porteremo nelle orecchie quell’urlo, più forte dell’urlo del vento e del frastuono del fiume; per tutta la vita, stupidamente continueremo a chiederci perché urla e a risponderci che non importa; essendo i fantasmi dell’angoscia senza nome né voce, e gl’interrogativi dell’angoscia votati a restare senza risposta, e i luoghi dell’angoscia situati non si sa dove, in un paesaggio della nostra anima in cui brucia non si sa se l’estate o l’inverno.

La stessa amara coscienza del vero la Ginzburg la riscontra nel romanzo Cent’ anni di solitudine sul quale medita rispondendo a un interrogativo postole da un giornale sulla crisi del romanzo.
Questa riflessione appare in un saggio dell’aprile ‘69 ove ricorrono molto spesso le parole “vero” e “realtà”. Elogia questo romanzo come vivo e reale, di cui ha paura che non se ne parli abbastanza, anche se l’esistenza non prova per niente che la specie sia viva, ma ricorda quanta vita porta in noi e come può improvvisamente con la sua viva presenza travolgere la nostra intima e lugubre indifferenza. Come usualmente procede, dopo l’aver affrontato il tema occasionale, la Ginzburg cerca di capire il motivo per cui nel mondo contemporaneo non vi siano romanzi vivi e non si leggano i pochi che vi sono. Il punto focale è l’idea diffusa che sia una colpa abbandonarsi al romanzo perché non bisogna evadere, o consolarsi, altrimenti saremmo oppressi da un senso di colpa nei confronti della realtà. Nella società, che fin troppo spesso la scrittrice condanna, il mondo immaginario è stato abolito così come il pensiero, la memoria e la malinconia. Dunque i pochi romanzi veri che ci sono vengono rifiutati perché non vi è, ovvero non si dà, spazio e tempo per l’immaginazione:

Dopo, ho ancora letto e amato qualche altro romanzo, perché i romanzi veri hanno il prodigio di restituirci l’amore alla vita e la sensazione concreta di quello che dalla vita vogliamo. I romanzi veri hanno il potere di spazzare via da noi la viltà, il torpore e la sottomissione alle idee collettive, ai contagi e agli incubi che respiriamo nell’aria. I romanzi veri hanno il potere di portarci di colpo nel cuore del vero.

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© Anna Toscano

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Nota: Tutti i libri qui citati di Natalia Ginzburg sono pubblicati (o ripubblicati) da Einaudi

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