Su leggiadre «gambe di foglie». I versi di Francesca Perlini. Nota di Paolo Steffan

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Su leggiadre «gambe di foglie». I versi di Francesca Perlini
di © Paolo Steffan

Comincia a svilupparsi qua e là, in questi anni, una certa predisposizione allo studio dei rapporti che vigono tra ambiente naturale e testo letterario. I tempi per una crescente sensibilità ecologica sono infatti maturi, anche solo al fine egoistico di trovare modalità di sopravvivenza necessariamente nuove per la nostra specie, dentro un orizzonte di mutazioni del clima.
Penso che, nel quotidiano approfondimento di questo approccio, non sia possibile prescindere dal lavoro di chi va oltre il rapporto utilitaristico che tutti abbiamo con la questione ecologica, ovvero dal lavoro dei poeti: vi è spesso, nel loro orecchio, un’acutezza più affinata, per esempio, nel porsi in ascolto dei boschi. Vi è anche una necessità disinteressata di inerenza alla selva in generale e agli alberi in particolare.
Così avviene anche nel tessuto dell’esile e ricchissimo volumetto che inaugura la collana di poesia di Arcipelago Itaca edizioni diretta da Danilo Mandolini, che ne è anche il prefatore: Dire casa di Francesca Perlini.
Nelle prime pagine, sentiamo membra lignee di alberi aderire a quelle femminili, vediamo gonne sventolate agghindare i versi come fogliame tremulo le piante, siamo portati progressivamente a una completa identificazione con la flora che ci preannuncia l’impianto figurativo portante della raccolta: «cammineremo dentro gonne ampie / con gambe di foglie». È un’ambiguità di sensi che non si pone come occasionale, bensì come fondativa.
Essa acquisterà intensità a tratti, sfrangiando per gradi in discontinuo crescendo l’insistito motivo della gonna, che domina ‒ ossessiva e lieve ‒ la prima metà del libro:

sotto la gonna c’è una spina
nasconde lungo il suo flusso dorsale
la natività che spunta dalla coda,
chiude le gambe la donna -un coltello un coltello-
taglia la-taglia la-taglia!
dall’ultimo anello invece – nascerà luce.

Violenza (il coltello, il taglio) e rinascita (natività e luce che nasce) fattesi voce attraverso un dire che tiene indistintamente in grembo donna e albero: ci sono “gonna” e “gambe” ma c’è anche “spina”, che se subito dopo è completata dall’aggettivo “dorsale”, trova dopo il taglio un “ultimo anello”, che ci riporta agli alberi ‒ stavolta martoriati ‒ da cui possono però ancora spuntare polloni di luce…

Questa aderenza del femminile ai boschi fa pensare, fin dalle prime pagine, che essi possano essere di “bianche betulle”, alberi cantati sensualmente come donne leggiadre nei versi stupendi di Sergej Esenin. Non stupisce, allora, trovare, sul termine della sezione Gonne, la conferma di questa forte impressione, in un testo di evidente bellezza:

dopo,
vestirò il silenzio della gonna solitaria,
dove cantano ascensioni
bianche betulle –
della loro corteccia sfaldata
il bosco dissolve in chiarità.

Ed è proprio qui e così, a piedi nudi «sprofondando tra humus e libri antichi», che veniamo invitati al rituale sposalizio «tra me e il bosco» che si celebra nella seconda sezione (L’amore non s’immagina, si abbandona), dove viene accantonato il «filo di calma» dei versi declinati al minuscolo e si apre la solennità, pur semplice, delle maiuscole di una cerimonia cui dovremmo tutti aspirare. In un’atmosfera di naturale affiliazione all’ordine discreto delle cose, nel rispetto più totale di quei “sentieri” che hanno saputo tracciare prima di noi «le ragazze dalle gonne giovani», ora ci poniamo al cospetto di una natura che ci includeva e che tornerà a includerci, bagnata da una fresca vena di “socievolezza”.
La seconda parte di Dire casa è infatti un dialogo tra sposo e sposa: lui boschivo, lei umana. È un amore antico, ancestrale e ricco di sensi, affondato nell’humus eppure di sapore ultraterreno: «siamo Uno fatto di due»; è un amore potenzialmente perfetto, che va oltre le leggi della fisica. È un sentimento capace di trasformare la materia e di ingenerare una trasmigrazione fiabesca in «consistenza trasparente […] necessaria come le fate per l’infanzia».
Il rito che si compie nell’ultima pagina infonde nel lettore la grazia smisurata di un ricongiungimento necessario, una lieta predestinazione cui tendiamo a sottrarci, ma che libri preziosi come Dire casa sanno mostrarci. E sembra che questa edizione ‒ che sancisce anche la nascita di una casa editrice che dovremo tenerci cara ‒ sia quasi un voto stupendo che, se pure con un dettato meno fabulistico, si mette in linea con il ricco donativo che, quasi un secolo fa, Hermann Hesse stava racchiudendo nella sua favola d’amore Le trasformazioni di Pictor.

Francesca Perlini, Dire casa, prefazione dei Danilo Mandolini, Arcipelago Itaca edizioni, 2015, pp. 72, € 9.50

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