Ljudmila Petruševskaja, C’era una volta una donna che cercò di uccidere la figlia della vicina

lafigliadellavicina

Ljudmila Petruševskaja, C’era una volta una donna che cercò di uccidere la figlia della vicina, Einaudi, 2016, trad. di M. Caramitti; € 16,50, ebook € 9,99

di Martina Mantovan

 

I personaggi che animano i racconti di C’era una volta una donna che cercò di uccidere la figlia della vicina appartengono a quella categoria di individui dai contorni ben definiti, marcati e netti sullo sfondo di una desolazione di massa e cemento. La Russia di Ljudmila Petruševskaja è un paesaggio dell’anima, di un’anima straziata, di un paese sospeso sul crinale della storia: sullo sfondo e tra le pieghe della fabula vi è la Russia post-sovietica dall’identità mastodontica e incombente. Ma vi è pure tutta la tradizione letteraria e folcloristica dei narratori russi: dietro i muri dell’urbanizzazione razionalista si celano donne e uomini sconfitti da un orrore strisciante e pervasivo.

Una donna odiava una ragazza madre, sua coinquilina in un appartamento in coabitazione. Intanto che la piccola cresceva e imparava a gattonare, la donna cominciò a lasciare in giro come per distrazione ora un tegame d’acqua bollente, ora un barattolo con una soluzione di soda caustica, oppure in corridoio si faceva scivolare di mano una scatoletta piena d’aghi. La povera madre non sospettava nulla, perché la bambina camminava ancora pochissimo e, siccome era inverno, non la lasciava mai uscire a quattro zampe. Ma stava per arrivare il momento in cui la bambina avrebbe iniziato a sgusciare dalla camera materna per esplorare i grandi spazi comuni.

L’umanità archetipica raccontata nelle favole metropolitane della Petruševskaja è la rappresentazione di un popolo orfano e parricida, ritratto nel grigiume oppressivo del quotidiano: tutti i personaggi sono figli dello sgretolamento del potere forte, anch’esso protagonista latente della narrazione. Il potere statuale diviene allora generatore di fantasmi, incubi e mostri: tra i fumi della vodka Baba Jaga subisce la trasformazione, e amplifica la sua influenza incarnandosi nel meccanismo che tutto sovrasta, in colei che divora i suoi figli. È il contesto a incombere sulle vite deragliate dei protagonisti: ogni racconto è pervaso da un cupo realismo che non teme di conciliarsi con un senso del fantastico scevro da fronzoli immaginifici. Gli elementi favolosi sottolineano nell’intreccio l’ineluttabilità di un destino miserabile; essi vengono giustapposti come punti di fuga che donano profondità, ma non speranza, all’abiezione di una quotidianità travagliata. Il fantastico diviene allora la dimensione necessaria in cui far procedere le peregrinazioni di esistenze poste al di sopra delle antinomie.

La nonna obiettava che sua figlia era scomparsa in una città completamente diversa, ma Ženja non la ascoltava e continuava a cercare il pioppo, e al primo che incontrò si sedette per terra, si appoggiò al tronco e scoppiò a piangere a dirotto. E lì restarono, sedute per terra a piangere. Poi Ženja, che aveva indossato il vestito invernale con le maniche lunghe, partì dal paese per non tornarci più, e da quel momento smise di aspettare sua madre e di cercarla per manicomi e carceri. Gli orecchini, per la verità, non se li toglieva e non se li toglie mai.

Petruševskaja catapulta il lettore in un mondo di intimità vischiosa e deprimente: squarcia il velo dietro cui si nascondono donne, nonne, figlie, padri con incipit dalla sintassi affilatissima e abbagliante a cui poi fa seguire chiusure lapidarie. Con una prosa asciutta, Petruševskaja taglia in modo netto i contorni, gli abiti degli individui a cui dona vita e fardelli: i suoi personaggi incarnano e trasmettono tutta l’angosciosa ricerca di avvenire all’interno di un paese in transizione all’alba del nuovo millennio. Ogni favola racconta una perdita, un vuoto, uno spettro: ognuno solo, monade di fronte alla propria personale apocalisse, nel tentativo di aggrapparsi all’ultimo bicchierino di vodka, all’ultimo decisivo fiammifero.

L’ultimo fiammifero stava per spegnersi, ma la ragazza desiderava proprio sapere chi fosse che dormiva nel suo appartamento, al di là della parete, chi russava e gemeva nella camera accanto a quella in cui lei era salita sullo sgabello e aveva legato la sua sciarpa sottile al tubo sotto il soffitto.
Chi nella camera accanto dormiva e chi non dormiva, e dal letto guardava il buio a occhi sgranati, e piangeva…
Chi?
Il fiammifero si era consumato quasi del tutto.
Ancora un attimo, e la ragazza capì ogni cosa.

C’era una volta una donna che cercò di uccidere la figlia della vicina raccoglie venti racconti, divisi in cicli, stilisticamente diversi, ma accomunati tutti dal gusto per un realismo iperbolico e allucinato, descritto e disvelato attraverso l’uso sapiente e calibrato di anticlimax. La realtà contestuale, sempre fumosa e rarefatta, abbozzata e asetticamente anonima, rafforza il senso di universalità delle vicende tragiche narrate: il surreale pare farsi carico del dolore, attenuandone la portata tragica. Così la morte finisce per essere una dimensione altrettanto, talvolta più, sopportabile della vita: cercata, evocata o scongiurata, diviene una tra le tante prove da patire lungo il cammino riservato dal destino. Ljudmila Petruševskaja descrive mondi sospesi tra la fredda ruvidezza di una realtà feroce e la fugace possibilità di evasione in un universo altro: mai consolatoria o pacificata, la coniugazione esistenziale a cui pervengono le favole fosche e solforose di questa raccolta è generata dalla crasi tra la vita, la sua negazione, il suo opposto, tra la morte e il sogno, e il sogno della morte, in un continuum dimensionale che rende i confini labili e valicabili. Può essere sufficiente conoscere il chilometro giusto a cui scendere dal treno per trovare il proprio spazio nel mondo; o coltivare un cavolo per vedere sbocciare la vita.  E in ogni azione, disperata, meschina o folle emerge una sorta di tensione al sacrificio, all’estenunate disputa per togliere un altro po’ di terreno alla miseria, per assottigliare sempre più il dominio della privazione. Non vi sono eroi in queste favole, ma solo povera gente: non è fatalismo o accondiscendenza ciò che trasforma le esistenze disseminate in queste pagine.

E poi un giorno, dopo lunghe e tormentate riflessioni, Lina si staccò dai gradini di casa, ad ampi passi balzò fino alla riva del fiume e, disgiunte le mani di due persone, si inserì nel girotondo della danza e prese a volare in circolo.
Si rendeva conto che lì c’era senza dubbio qualcosa che non andava, e non voleva più che la raggiungessero la madre e il figlio. Lì non voleva incontrare nemmeno il reggimento di soldati, sperava di non incontrare più nessuno che conosceva o comunque di non riconoscerlo, di non distinguerlo più in quella sequela di volti giovani, pallidi, acquietati che, come lei, si libravano leggeri.
Sperava di non incontrare più nessuno in quel regno dei morti, e di non sapere più per chi e cosa ci si tormenta di qua, nel regno dei vivi.

Nei regni delle verità distorte l’ignoto diviene ombra: proiezione inscindibile, deformazione del doppio che si palesa al crepuscolo. Petruševskaja ci pone di fronte all’intima relazione con la sostanziale mescolanza con le tenebre e il dolore, con il rifiuto ancestrale che si prova per esso e il tentativo frustrato di eradicare il negativo dalla totalità della vita; di comprimerlo in uno spazio estraneo al quotidiano. Guardando attraverso lo specchio della narrazione di Petruševskaja si è costretti a calarsi in spaccati di vita dove il negativo è tale in tutta la sua purezza, scevro da qualsiasi possibilità di cambio di segno. E a vederne nella sua commistione ciò che rende anche lo scherzo più macabro del destino un momento di trascendenza.

© Martina Mantovan

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