Leonetta Bentivoglio e ‘la sua’ Pina Bausch: Una santa sui pattini a rotelle

bausch clichy poetarum

Leonetta Bentivoglio, Pina Bausch. Una santa sui pattini a rotelle, Firenze, Edizioni Clichy, 2015, pp. 143, € 7,90

Sono “vitali” le parole con cui Leonetta Bentivoglio ha definito l’originalità introdotta da Pina Bausch sulla scena contemporanea del Secondo Novecento. Soprattutto, fra tutte, è vivissima l’anti-etichetta «poesia del mondo», che fa interrogare chi legge due volte sul volume che si ha davanti, ossia Pina Bausch. Una santa sui pattini a rotelle, e sul linguaggio che la coreografa tedesca ha utilizzato durante tutta la sua carriera per innovare ma soprattutto ‘continuare’ una storia. Questo libro la ripercorre tutta e contiene, oltre che a un lungo scritto della giornalista di «La Repubblica», anche alcuni testi, fotografie di scena e citazioni importanti di Bausch; un libro che pare essere un utile e completo compendio per accedere alla profondità di linguaggio che il teatro-danza e il linguaggio critico della stessa Bentivoglio hanno messo in campo per quarant’anni e più. Due linguaggi che sono stati evoluti (talvolta ‘originati’) da due donne in grado di completarsi, dialetticamente, l’una con l’altra, proprio perché l’una per l’altra hanno rappresentato due punti alti e ‘altri’ delle e nelle rispettive professioni.
È coerente la scelta di chi scrive di definirsi “anti-critico”; lo si pensa da subito leggendo: «Ho guardato molta danza e so riconoscerne (credo) le qualità. […] Si ha bisogno di parole (parole, parole) per comunicare. La danza invece si spande nel suono e nello spazio come un incantesimo distante dagli equivoci correlati all’esercizio verbale. La danza è tutta lì, nel corpo di chi danza, senza possibilità di sottotesti, allusioni o malintesi.» Bentivoglio non fa qui una captatio benevolentiae: la sua è una posizione che spariglia la doppia anima di critico-spettatore, e lo fa con grande intelligenza e conoscenza della materia; lo fa con l’uso di un’anti-retorica, la stessa con cui affronta la lettura dell’opera intera di Bausch riuscendo a coglierne le novità attraverso una novità della parola. Lo può fare − e questa è una certezza − solo cercando nella poesia l’appiglio ideale al dire perché è in quel linguaggio che risiede una vera apertura a mondi (s)conosciuti. In questo genere letterario, infatti, la parola − lo si sa − si incarna maggiormente; è anche quello in cui si presenta un maggior numero di “invenzioni” (e il titolo di questo volume lo conferma, dato che la citazione è presa da Federico Fellini). Ed è di nuovo nella poesia che si attraversano tutte le tonalità espressive di una lingua ma sempre per approssimazione di un’assolutezza, nel tentativo di “spiegare” secondo le molteplici definizioni che questo verbo porta in sé: “svolgere; aprire; allargare; tirare fuori; protendere; chiarire; mostrare”.
Bausch ha dichiarato durante un’intervista a Bentivoglio: «Gli dei delle tragedie greche sono immortali. Eppure soffrono, amano, sono gelosi. Come noi. L’immortalità è continuità: umori, sensazioni e passioni si ripetono. La sostanza degli esseri umani non cambia. Gli dei siamo noi.» Un’ammissione, questa, che ha molto a che fare con la sostanza poetica di cui sono fatti i suoi lavori, senza voler confondere la poetica della danza, il significato della critica e la lingua della poesia, oppure sì, intersecando tutto questo in un discorso che includa i diversi piani, nel segno di una volontà rappresentata dall’utilizzo della «poesia del mondo» come «zona di comunicazione» (sempre Bentivoglio) che accomuna questi linguaggi.
Sanguineti e Auden sono tra i poeti citati in queste pagine critiche, ma viene da chiedersi se si debba aggiungere anche Antonio Porta che, nel 1983 in La parole fine, ha riassunto in versi la visione di Kontakthof al Teatro La Scala di Milano; ancora la poesia affianca e pospone il guardare. In questi termini lo spettacolo − per dirlo con Mariangela Gualtieri − «viene al mondo continuamente», come l’arte di Pina Bausch e la scrittura di Leonetta Bentivoglio.

© Alessandra Trevisan