Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #5

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

l'uomo con un braccio solo

[Episodio quattro: L’uomo con un braccio solo]

Even the ones who laugh are sometimes caught without an answer. These creatures who introduce themselves but we swear we have met them somewhere before. Yes, look in the mirror. What do you see? Is it a dream, or a nightmare? Are we being introduced against our will? Are they mirrors? I can see the smoke. I can smell the fire. The battle is drawing nigh.

Anche quelli che ridono sono qualche volta colti impreparati. Queste creature che si presentano ma che giuriamo di avere già incontrato da qualche parte. Sì, guarda nello specchio. Cosa vedi? Un sogno o un incubo? Ci stanno presentando contro la nostra volontà? Sono specchi? Posso vedere il fumo. Posso sentire l’odore del fuoco. La battaglia si avvicina. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)

L’uomo con un braccio solo si chiama Mike e appare per la prima volta nel sogno dell’agente Cooper. Il suo discorso è oscuro, parla di un tatuaggio che l’essere infernale gli aveva lasciato sulla spalla sinistra, del suo autoamputarsi dopo aver visto il volto di Dio, della lotta inesauribile tra Bene e Male; nomina Bob, che appare spaventosamente dentro lo stesso sogno. Nella realtà Mike, individuato dall’agente Hawk, è invece un venditore di scarpe che ha perso il braccio nello scontro con un camion, risulta mite, pauroso, indifeso. Non ricorda in nulla quello del sogno, pur essendo lo stesso uomo, la stessa menomazione. In quanti modi, sotto quale luce si presentano le cose? Quante volte siamo noi stessi, in altre forme? L’odore del fuoco annuncia un piano criminale contro la segheria dei Packard, ma è prima ancora il rogo delle identità. Tutto ci sembra già incontrato somewhere before, e neppure ci è dato di separare nettamente il sogno dall’incubo. La nostra stessa vita avviene forse against our will, vissuta come allo specchio, non posseduta. Così proprio in questo monologo ci viene presentata la verità monca, quella di un mondo dove il significato della nostra esperienza sembra essere stato orrendamente strappato.

@ Andrea Accardi

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